Cibo per la mente

Piccoli e grandi dilemmi degli onnivori del terzo millennio

NEOFOBIE E NEOFILIE ALIMENTARI A COLPI DI “LIKE”

La carne rossa è cancerogena, i formaggi creano dipendenza (ma non era la cara vecchia Nutella?), gluten free è meglio e a quanto pare anche la McDonald’s non se la passa tanto bene…

Sembra che l’inenarrabile vastità della portata alimentare a disposizione dell’uomo del terzo millennio gli si stia ritorcendo contro fra allarmismi e campagne di informazione/disinformazione sempre più serrate.

Mai prima di oggi era stato così difficile mangiare ed orientarsi nel mondo moderno, quello del “benessere” e dell’industria alimentare 2.0. Niente è più garantito una volta per tutte: quello che viene oggi raccomandato come una panacea della salute potrebbe venir demonizzato domani come il peggiore dei mali, ciò che fino a ieri sembrava assolutamente “naturale”, “artigianale” e “di qualità” potrebbe venir smascherato come il più infido degli inganni post-industriali quando meno ce lo aspettiamo.

Ci staremo forse avviando sulla china di un’alimentazione che, parafrasando ironicamente Bauman, potremmo definire “liquida”? Ma, tutto sommato, a ben vedere sembra che neanche sull’acqua che beviamo ci sia sempre un comune accordo, anche se in compenso pare che la UE stia dando il via libera alle portate a base di alghe e insetti sulle nostre tavole.

Questo allarmismo mediatico rischia di creare più problemi di quanti ne pretenderebbe di risolvere, creando confusione e incoraggiando forme estreme di salutismo che possono degenerare in veri e propri disturbi alimentari.

 La questione è seria non solo dal punto di vista di medici e nutrizionisti ma anche da quello dell’improvvido consumatore che, fra un post di Fb ed un servizio del Tg, si ritrovi a passare con terrore reverenziale fra le file degli scaffali di un supermercato senza avere assolutamente le idee chiare su cosa poter considerare, a questo punto, “cibo”, se con esso intenderemmo un alimento atto a saziarci, si spera con sufficiente soddisfazione e gradevolezza, a tutto vantaggio della nostra felice permanenza su questo pianeta…

Pensateci un momento: dal bio al surgelato, dal made in Italy al prodotto etnico, dalla marca discount a quella di altissima qualità. Ogni volta che si entra in un ipermercato si potrebbe scegliere un modo completamente differente di fare la spesa. Le motivazioni che ci inducono ad una certa scelta piuttosto che ad un’altra non riguardano soltanto gli aspetti nutrizionali e chimico-fisici degli alimenti, ma sono influenzate da emozioni, valori, ideologie e convinzioni, associati ai cibi che scegliamo.

Un cibo “buono da mangiare” è “buono da pensare”

Ogni società e cultura umana, compiendo quell’alchemico passaggio “dal crudo al cotto” (Lévi-Strauss 1962), assoggetta la natura alla cultura e trasforma gli ingredienti grezzi in veri e propri cibi destinati al consumo umano (Fischler 1992). In questo modo ogni comunità definisce una propria Cucina, delle proprie usanze e tradizioni alimentari che vanno al tempo stesso a definire e rafforzare l’identità culturale e a istituzionalizzare, una volta per tutte, quali cibi scegliere e come consumarli, levando l’onnivoro essere umano del perenne impaccio di dover decidere sulla commestibilità di un determinato alimento.

Le tradizioni alimentari, da un punto di vista antropologico, rappresenterebbero quindi la testimonianza di una millenaria comunità di “assaggiatori” in grado di segnalare alle future generazioni una gamma di alimenti adatti ad essere riconosciuti e codificati come “cibo”. Le nostre tradizioni e abitudini alimentari ci ricordano e ci confermano quindi chi siamo noi rispetto all’ambiente in cui viviamo o almeno così era fino a non molto tempo fa.

E noi oggi? Fra un sushi, una bistecca di manzo e una locusta. Chi siamo noi?

Non sembra che oggi ci siano più tradizioni culinarie che tengano: il mercato globale si impone fortemente sulle realtà locali creando una babele alimentare in cui sembra essere vero tutto e il contrario di tutto.

Per l’uomo post moderno, che vive in un ambiente dove esiste una sovrabbondanza quantitativa e qualitativa nell’offerta di cibo che non ha precedenti nella storia dell’umanità, si pone un paradosso, ovvero quello di ritrovarsi nuovamente spaesato – al pari del suo antenato delle caverne – di fronte ad una serie di potenziali alimenti fra i quali decidere di volta in volta cosa considerare cibo e cosa no. È quello che Michael Pollan – mutuando il termine di Paul Rozin – ha definito il “moderno dilemma dell’onnivoro”. Come onnivori del terzo millennio sembriamo ritrovarci nuovamente a compiere scelte alimentari incerte e mai definite una volta per tutte oscillando spesso fra due sentimenti contrastanti: la neofobia (la paura di ingerire una sostanza sconosciuta e potenzialmente pericolosa) e la neofilia (la curiosità e il desiderio di aprici a nuovi sapori).

Osserviamo le consuete costolette di maiale del supermercato come se improvvisamente “non le riconoscessimo più”: saranno cancerogene? in quali dosi? meglio evitarle del tutto?… E ci rivolgiamo (con l’immaginazione per il momento) ad un piatto di alghe giapponesi con la curiosità di un bambino e la speranza messianica che siano loro, finalmente, il cibo “perfetto” in grado di rassicurarci, sfamarci e farci sentire magari anche sufficientemente alternativi, sofisticati o al passo coi tempi.

Come scrive Pollan: “quando è possibile mangiare quasi tutto ciò che la natura ha da offrire, decidere cosa è bene mangiare genera inevitabilmente una certa apprensione, soprattutto se certi cibi possono rivelarsi dannosi per la salute o addirittura letali”.

La sovrabbondanza di alimenti e di informazioni riguardo ad essi rischiano di trasformare il cibo nel suo contrario: non qualcosa che nutre ma che toglie. Che leva tranquillità, appagamento e potenzialmente la salute stessa. Incentivandoci ad un costante e innaturale monitoraggio della nostra dieta l’allarmismo mediatico rischia di allontanarci pericolosamente non soltanto dai significati affettivi e sociali che il cibo riveste per noi, ma anche dalle nostre stesse percezioni di fame e sazietà riducendoci a vittime impotenti di pericoli sempre nuovi. Piuttosto che assolutizzarci sui “cibi sì” e i “cibi no” del momento, occorrerà recuperare il senso più autentico del nostro essere onnivori: quello della nostra capacità di scelta. Le corrette informazioni sono quelle che ci aiutano a scegliere con consapevolezza, che ci offrono degli strumenti in più per assolvere con efficacia e (si spera) piacere al quotidiano compito di alimentarci.

 

Bibliografia:

Fischler C. (1992), L’ onnivoro: piacere di mangiare nella storia e nella scienza, Milano, Mondadori.

Lévi-Strauss C. (1966), Il crudo e il cotto, Milano, Il Saggiatore, (ed. or. 1964).

Pani R. e Sagliaschi S. (2010), Psicologia del gusto e delle preferenze alimentari, Novara, Utet.

Pollan M. (2008), Il dilemma dell’onnivoro, Milano, Adelphi.

Rozin P., (1976), The selection of foods by rats, humans and other animals, In Advances in the study of behavior, ed. J. S. Rosenblatt, R. A. Hinde, E. Shaw & C. Beer, pp. 21-76. New York: Academic Press.

 

Link di approfondimento:

La dimensione culturale del cibo, Barilla Center for Food & Nutrition

Carni rosse & Co., attenzione all'”ascetismo alimentare”

McDonald’s arriva la notizia bomba. Siete pronti a rinunciare (per sempre) a hamburger e patatine?

Il formaggio crea dipendenza come la droga?

 

Image Credit: Spiced Cauli ‘Couscous’ by Flickr Creative Commons https://flic.kr/p/tYEuKx