Psicologi Psicologia e interventi domiciliari

L’intervento domiciliare: identità e trasformazione

Mantenere il senso di appartenenza alla categoria professionale e aprirsi a setting di lavoro più “esposti”

L’intervento domiciliare: identità e trasformazione

di Laura Dominjanni, Psicologa-Psicoterapeuta
Componente del Gruppo di lavoro Psicologia e interventi domiciliari

Un tema da sempre caro alla nostra disciplina, nonché al centro del Festival della Psicologia 2019, è quello dell’identità. Quest’anno il Teatro India accoglierà un variegato mix di dialoghi, laboratori ed esperienze, accomunate dal tentativo di articolare una risposta alla domanda: quali sono le forme del riconoscersi oggi? In altre parole, nella frammentazione e moltiplicazione degli scenari in cui ci muoviamo, in una società che ci vuole smart e flessibili, che sembra offrirci infinite possibilità di espressione e sperimentazione, quali sono le leve su cui fondiamo la nostra individualità e che ci permettono, quindi, di non “perderci” nell’affascinante ma potenzialmente psicotizzante “uno-nessuno-centomila”?

È interessante notare come sia stato lo stesso tipo di domanda, qualche anno fa, a motivare il nascere del gruppo di lavoro sugli interventi domiciliari. Ci siamo chiesti: cosa accade all’identità (professionale) dello psicologo quando esce dal proprio studio/ambulatorio per entrare nel domicilio del paziente/utente? Cosa gli permette di riconoscersi come tale, nonché di distinguersi dalle numerose figure “limitrofe” che operano spesso a domicilio? La flessibilità con cui esercita il proprio ruolo ne minaccia forse l’identità?

Evidentemente, quando parliamo di identità professionale, ci troviamo all’interno del più variegato e ampio costrutto dell’identità globale: quella parte che riguarda il nostro “io al lavoro”, che porta con sé un bagaglio coerente e tendenzialmente stabile nel tempo di teorie della tecnica, competenze, ruoli e funzioni (dimensione individuale), nonché un bisogno di appartenenza al gruppo (dimensione sociale).

Pensiamo che, così come il senso di identità e la sua ricerca costituiscono un bisogno fondamentale per l’essere umano, e la sua costruzione un processo che si estende per tutta la vita e nel rapporto con gli altri (come evidenziato già da Erikson nella sua teoria dello sviluppo psicosociale), lo stesso valga per l’identità professionale: come psicologi, sentiamo il bisogno costante di “sapere chi siamo” e di articolare e implementare la nostra identità in rapporto al contesto socio-culturale con cui ci interfacciamo e che, evidentemente e sotto gli occhi di tutti, è in continua evoluzione.

All’interno di questa cornice e pensando, per dirla con George Mead, alla funzione riflettente dell’ambiente sociale nel modellamento di parti della propria identità, nel momento in cui lo psicologo esce dal proprio studio/ambulatorio per incontrare le persone all’interno della propria casa, immergendosi nel loro territorio e contesto di appartenenza, non può che avviarsi un processo di trasformazione, anche in termini identitari.

Ovviamente, questa spinta al cambiamento sarà in qualche modo bilanciata da quella che mantiene invece la stabilità: come la sopravvivenza della famiglia è notoriamente l’esito dell’articolazione tra processo morfogenetico e morfostatico, lo stesso vale per il sistema aperto costituito dalla comunità degli psicologi. Cerchiamo dunque di mantenere una continuità con il “senso di un noi professionale” e allo stesso tempo di adeguarlo mentre ci evolviamo scambiando informazioni con l’esterno, per esempio “aprendoci” a setting di lavoro più “esposti” come quello domiciliare.

A un primo sguardo, lo psicologo che si reca a domicilio, sradicato dal setting classico da cui storicamente ha tratto il suo nutrimento e in cui si è “accomodato”, sembra indebolirsi e uscirne con un’ identità fragile: l’immagine che ci viene rimandata a vari livelli non è delle più chiare e “forti”, ci sembra mancare un adeguato riconoscimento della figura dello psicologo che opera a domicilio, sia a livello normativo che da parte dell’utenza e della società in generale. Di fatti, per quanto riguarda il piano legislativo, all’interno dei servizi domiciliari in area sanitaria lo psicologo è esplicitamente previsto in organico solo nelle cure palliative ai malati terminali o in quelle integrate di terzo livello, mentre la sua presenza in ambito socio-sanitario, per quanto non esigua, è dovuta per lo più alle (mutevoli) iniziative progettuali locali di Comuni, Municipi ed Enti del Terzo Settore. A questo aggiungiamo che, complice una lettura stereotipale del lavoro domiciliare e la frequente confusione (da parte dell’utenza e non solo!) con la generica figura dell’operatore, c’è il rischio di una auto-squalifica della propria posizione: in molti casi, gli stessi psicologi riportano un vissuto di perdita di prestigio e di rilevanza sociale, nel confronto con i colleghi che lavorano invece nello studio privato/ambulatorio. La nuova frontiera dell’intervento psicologico domiciliare è già aperta e la scommessa, che è anche il punto più delicato, è quella di affermare la nostra identità professionale su un nuovo terreno, che ne riconosca il ruolo e la funzione specifica.

È proprio da queste considerazioni che ha preso le mosse, qualche anno fa, il gruppo di lavoro Psicologia e Interventi Domiciliari: ci è parso utile e necessario partire dall’interno per rinforzare l’identità dello psicologo domiciliare, guardarci e “specchiarci”. Con tale obiettivo abbiamo dunque proceduto innanzitutto a un lavoro di mappatura delle realtà domiciliari esistenti sul territorio laziale. Questo lavoro è stato successivamente integrato da una serie di incontri vis-a-vis con i colleghi, in occasione di eventi a tema svoltisi presso la sede dell’Ordine. Il materiale raccolto, le suggestioni attivate e la riflessione costante all’interno del gruppo sono poi confluiti in un ebook (https://2018.festivalpsicologia.it/ebook/ebook/7-ebook-domiciliare): uno scritto che, partendo da una rassegna della letteratura esistente e della normativa vigente e attraversando il delicato terreno del setting domiciliare e dei criteri di valutazione, giunge a una prima definizione del profilo di competenze dello psicologo domiciliare.

Dopo questo sguardo interno, seguendo quello che potremmo definire un fisiologico processo evolutivo, il nostro gruppo di lavoro si è aperto all’esterno, coinvolgendo negli scambi alcuni referenti Istituzionali e figure professionali differenti dalla nostra, nonché rivolgendosi direttamente alla cittadinanza con la sua partecipazione al Festival della Psicologia, già lo scorso anno.

Arriviamo quindi ad oggi e spostiamo ulteriormente lo sguardo, verso l’utenza: il lavoro domiciliare può essere pensato come un processo che produce delle trasformazioni sia nelle modalità di intervento professionale dello psicologo, sia sulla realtà interna del paziente, come anche nel suo contesto e territorio di appartenenza, con la possibile attivazione di un interessante isomorfismo.

Inoltre, sempre ampliando lo sguardo, ci è parsa assai forte e ricca di suggestioni l’analogia tra lo psicologo che interviene a domicilio e quanti intervengono sul territorio entro i processi di riqualificazione urbana (architetti, urbanisti, artisti, psicologi, etc.): c’è un movimento attivo “verso” il territorio “sofferente” (che come fosse un paziente potremmo pensare isolato, abbandonato, antisociale…) con cui entrare in contatto e da rivitalizzare e trasformare, seppur nel rispetto del suo nucleo identitario.

Così come i progetti di riqualificazione urbana lavorano, congiuntamente alla cittadinanza, alla costruzione di un senso collettivo degli spazi condivisi, che contribuisce a valorizzare e definire l’identità di uno specifico contesto, l’intervento psicologico domiciliare interviene sui contesti di appartenenza delle persone, all’interno dei luoghi dell’abitare e delle relazioni (familiari e sociali) che li caratterizzano, traguardando allo sviluppo della convivenza, imprescindibile risorsa per il benessere e la salute mentale individuale.

Tanti sono gli input che, già a prima vista, emergono da questo rapporto tra interventi domiciliari e progetti di riqualificazione urbana. Attendiamo e rimandiamo all’evento del 1 giugno (https://festivalpsicologia.it/eventi/citta) per dare voce a più ricchi e fertili scambi.