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Il cervello. La scommessa di coniugare sviluppo ed etica

Dall’11 al 17 marzo si celebra la “settimana del cervello”. Tra innovazione e attenzione alle direttive etiche della relazione uomo-macchina

Il cervello. La scommessa di coniugare sviluppo ed etica

Dall’11 al 17 marzo si celebra la “settimana del cervello”, con una articolata serie di iniziative volte a far conoscere le applicazioni degli studi e delle ricerche neurologiche ma anche psicologiche e sociali con focus sull’attività cerebrale.

La nostra conoscenza del cervello è cresciuta in maniera esponenziale negli ultimi decenni. Sul piano della ricerca, le applicazioni spaziano da progetti che investigano i meccanismi sottili di funzionamento degli impulsi neurali alle molteplici applicazioni cliniche degli studi, che hanno già riscontrato importanti successi, sia sulle malattie degenerative (demenze) sia sui disturbi attentivi e mnemonici. La possibilità di applicare l’intelligenza artificiale alla ricerca sta fruttando passi in avanti sull’individuazione sempre più precisa dei focus di attivazione di alcuni meccanismi infiammatori e patologici. Per esempio, lo Human brain project, che coinvolge circa 120 istituti in tutta Europa e punta a costruire un’infrastruttura di ricerca per aiutare a far progredire la neuroscienza, la medicina e l’informatica, sta implementando una ricerca con risultanti già molto promettenti sull’insorgenza dell’epilessia: a partire da un modello di simulazione neuromorfica, un gruppo di ricercatori di Marsiglia ha creato un nuovo algoritmo che, grazie al machine learning, è in grado di individuarne il focolaio, su base personalizzata.

La possibilità di emulare il funzionamento cerebrale attraverso l’intelligenza artificiale è realtà. Il digitale, applicato in questo caso alla ricerca neurofisiologica, rende presente tutte le fantasie cibernetiche che hanno animato la letteratura e il cinema sulla relazione uomo-macchina. Gli impulsi neurali sono già stati paragonati ai big data: una massa di informazioni in partenza che può essere incanalata virtualmente e virtuosamente.

Quanto siamo lontani dalle preoccupazioni che hanno animato fin dall’ottocento il dibattito tra meccanicisti e spiritualisti? Sembra che l’uso diffuso delle macchine abbia ridefinito la temperatura della questione, ma solo in parte. Gli scienziati ci assicurano che un cervello artificiale non potrà mai replicare, per quanto raffinato, le sfumature emozionali proprie dell’esperienza umana. Semplificando di molto la partita, sembra che l’intelligenza emotiva bilanci egregiamente l’intelligenza artificiale. Non dobbiamo dimenticare che la complessità combinatoria del cervello è inimmaginabile. Il cervello svolge funzioni articolatissime in tempi infinitesimali nei gesti più quotidiani. E nessuna macchina potrà replicare l’espressione più complessa e alta che si fonda sull’attività neurale: l’autocoscienza, ciò che genera la consapevolezza profonda di essere. L’epigenetica, d’altra parte, proprio approfondendo i meccanismi di sviluppo e funzionamento neuropsicobiologico, ci racconta che l’esperienza – quella vissuta nel mondo, con i nostri affetti – è in grado di modulare l’espressione genetica e che questa funzione è coerente e sostiene l’enorme plasticità neurale che caratterizza lo sviluppo e di conseguenza l’espressione delle attività cerebrali umane.

La questione degli studi sull’applicazione dell’intelligenza artificiale sul cervello e su tutti i comportamenti (struttura ed espressione) ha, in fin dei conti, una cruciale dimensione etica, che riguarda il modo di gestire l’enorme potenzialità che l’uso del digitale sta introducendo nella nostra vita.

Sappiamo già che dal 2020 i super-computer sorpasseranno le capacità umane in molte applicazioni, ed entro 5-7 anni il lavoro ‘intellettuale’ sarà in buona parte sostituito dalla tecnologia e oltre metà dei lavori di oggi saranno scomparsi.

Come scrive Mario Rasetti, Professore Emerito del Politecnico di Torino:

“Internet in ogni angolo del Pianeta, i dati, i big data, la scienza dei dati, l’intelligenza artificiale, tutti gli oggetti e gli uomini connessi ad un’unica rete: potrebbero essere questi i presupposti per un futuro bellissimo, in cui tutti avremo la conoscenza – di ogni tipo – a portata di mano, povertà e intolleranza saranno lontani ricordi, i governi e le multinazionali faranno della trasparenza la loro bandiera.

Ma non tutto è così lineare come potrebbe sembrare: le connessioni, di fatto, ci isolano, la rete  in sostanza, trasforma ognuno di noi in un consumatore, l’innovazione sta esacerbando populismo e intolleranza, c’è la paura che i robot ruberanno il lavoro.

In questo complesso scenario, l’obiettivo è quello di passare dai dati al sapere, dalla ‘Scienza dei Dati’ alla ‘Big Science’ dell’IT, dando vita a più efficienti e significative scienze sociali e della salute, a nuovo lavoro, in una miriade di nuovi processi collettivi.

Ci troviamo, insomma, di fronte a scelte eticamente cruciali, e tutto dipenderà dallo sforzo collettivo che riusciremo a fare col fine di creare una “rete” di valori forti e condivisi.”

 

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