Cittadini

Il nemico alle porte?

Indaghiamo da una prospettiva psicologica i meccanismi che regolano la diffidenza e il settarismo o la tolleranza e l'apertura verso l'Altro-da-sé

Il nemico alle porte?

Appartenere: far parte di una famiglia, di un gruppo, di una categoria; rientrare in una tassonomia; avere una legittima proprietà; essere incluso nei confini di un territorio.

Con l’emergenza solitudine che investe una società sempre più concentrata in grossi centri urbani e sempre più longeva, la possibilità di costruire nuovi scenari di convivenza e comunità produce un movimento osmotico dal personale al sociale.

L’appartenenza definisce un dominio di senso in cui sentirsi a casa e percepire quelli che sono nello stesso territorio con sentimento di fratellanza.

L’appartenenza produce sicurezza. Della propria casa si conosce ogni angolo, è possibile camminarci anche a luci spente.

Cosa succede quando questa confidenza intercetta qualcosa che sta fuori, che non si conosce, che è diverso?

Può succedere che ci si incuriosisca, che si crei spazio per farlo accomodare, o che ci si spaventi e si chiuda la porta. Che la confidenza, incontrando l’altro, diventi diffidenza.

L’apertura nei confronti del diverso-da-sé ha molti vettori di osservazione e di interpretazione. Il primo fra tutti è proprio la percezione del pericolo.

Percezione, appunto. Una recente indagine del Pew Research Center, rivela che gli italiani siano il popolo nel complesso più incline a posizioni nazionaliste, anti-immigrati e anti-minoranze religiose. Come si deduce da un lungo articolo del Sole 24 ore che commenta la ricerca, questa ostilità sembra non avere legami con eventi più o meno vicini e concreti come l’arrivo di stranieri in Italia, la recessione economica o – ancora più di recente – la crisi dei richiedenti asilo, né con la criminalità.

“Eliminate allora queste cause, la domanda resta: come si spiega la poca tolleranza degli italiani, anche rispetto a paesi a noi tutto sommato molto simili come la Spagna? La domanda è difficile è non esiste una risposta ovvia. In parte potrebbe essere un problema di come essi vedono il mondo: secondo una ricerca Ipsos fra le nazioni sviluppate gli italiani sono il popolo con la maggiore distanza fra percezione e realtà.”

Cosa allora produce la distorsione della percezione del pericolo?

Tra le variabili da tener presenti ci sono l’influenza della cultura, l’istruzione, l’informazione mediatica.

C’è il racconto mitico di un tempo di prosperità e sicurezza, sprofondato in un passato non storicizzato, verso il quale proviamo una nostalgia da perduta felicità.

C’è una difficoltà a sintonizzarsi con il cambiamento e aggiornare i dispositivi di educazione tenendo conto delle proposte connesse alle società multiculturali.

Sono interessanti a questo proposito gli studi sui comportamenti prosociali e cooperativi.

Storicamente, gli scienziati sociali hanno prestato più attenzione ai comportamenti antisociali e problematici che ai comportamenti prosociali e positivi. Questa immagine è andata progressivamente cambiando, dal momento che gli ultimi anni hanno visto un crescente interesse nel comprendere le origini e il corso evolutivo di emozioni, cognizioni e azioni positive. Inclusi nella categoria prosociale sono le risposte proattive e reattive ai bisogni degli altri che servono a promuovere il benessere altrui.

In estrema sintesi, le ricerche ci dicono che esistono connessioni accertate tra alcune caratteristiche di personalità di base, come l’empatia, e il comportamento di donazione, ad esempio. Che nelle azioni di impegno civico intervengono anche valori sociali di responsabilità e il giudizio morale. Che, nell’esecuzione di compiti di gruppo, la motivazione verso l’amicizia rafforza sensibilmente la motivazione verso il risultato. Che avere riscontro positivo per un’azione di aiuto porta evidenti benefici affettivi a chi il gesto l’ha fatto e che azioni di gentilezza protratte nel tempo producono una diminuzione degli indici di depressione in persone normalmente antagoniste e poco amichevoli.

Dicono che la tolleranza e la cooperazione possono essere allenate e diventare una base culturale che si allinea con una visione del mondo che depotenzia la competizione e l’agonismo.

Pare dunque che la cooperazione e la tolleranza siano contagiose. Che è una buona notizia, se ripensiamo all’emergenza solitudine da cui siamo partiti. Un’epidemia da far crescere.