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Fame edonica: come coniugare cibo e piacere

Quando la fame edonica ci fa mangiare porzioni troppo grandi, la tecnica della sensory imaginery ci viene in aiuto

Fame edonica: come coniugare cibo e piacere

a cura di Paola Medde, Coordinatrice Gruppo di Lavoro Psicologia e Alimentazione

 

Siamo certi che per ridurre l’intake alimentare e di conseguenza la quota calorica sia indispensabile rinunciare al piacere del cibo?

 

Mangiare è fondamentale per introdurre nutrienti che possano garantire la sopravvivenza dell’individuo e della specie. Secondo la teoria omeostatica sono i fattori biologici a guidare la nostra ricerca del cibo attraverso meccanismi innati e regolati in modo automatico, con l’obbiettivo di mantenere il peso corporeo dell’individuo adulto in un range stabile; ciò significherebbe che la quantità di energia giornaliera, introdotta con gli alimenti, sarebbe non una scelta bensì un automatismo che si attiva quando i centri di controllo (centri ipotalamici) riscontrano una carenza energetica.

E’ la fame, definita in questo caso fame omeostatica, il segnale della diminuzione critica delle riserve energetiche disponibili e, al contempo, il motus, la spinta a cercare il cibo; ma la nostra esperienza quotidiana e gli studi sul comportamento alimentare e sui meccanismi che lo regolano, dimostrano che mangiamo anche al solo scopo di provocarci un’esperienza piacevole. Il piacere evocato dal cibo, infatti, è simile a quello associato ad altri premi, come il sesso o altri di ordine sociale, tanto che l’industria alimentare è alla continua ricerca di nuove combinazioni di gusti, sapori, profumi e consistenze che possano ampliare l’esperienza del piacere e aumentare la dipendenza da alcuni prodotti alimentari.

Quando la motivazione alimentare è regolata dal piacere abbiamo la fame edonica  guidata dal desiderio di cibi spesso “proibiti”.

Sebbene anche la fame omeostatica abbia una componente edonica, la fame edonica porterebbe a mangiare:

 

1) quando non c’è uno stato di deplezione energetica;  2) quando il cibo è consumato solo per le sue proprietà gratificanti, indipendentemente dal contenuto calorico.

Se nella fame omeostatica il deficit di energia attiva mediatori ipotalamici che promuovono il consumo di cibo che, una volta consumato, induce il rilascio di mediatori ipotalamici della sazietà che bloccano il comportamento alimentare, nella fame edonica il cibo attiverebbe i circuiti cerebrali del reward, ovvero della gratificazione, che rilasciando dopamina, endocannabinoidi e oppiacei, indurrebbero una persistente stimolazione dei segnali ipotalamici della fame e una inibizione dei segnali di sazietà, determinando un desiderio di cibo continuo e persistente. Il meccanismo sottostante alla fame edonica rappresenterebbe il rischio maggiore di eccesso di intake, e quindi di obesità e sovrappeso.

Nonostante queste conoscenze, le politiche di prevenzione e promozione della salute, attuate allo scopo di ridurre e contrastare il fenomeno dell’obesità, si sono concentrate più sul “cosa” le persone mangiano che su “quanto” cibo le persone scelgono di mangiare (Chandon and Wansink 2012) trascurando così il ruolo dell’esperienza del piacere e di quanto questa influenzi non solo la scelta della qualità del cibo ma anche della quantità.

Studi nel settore hanno prevalentemente riscontrato 3 tipi di fattori che giocano un ruolo importante nelle quantità di cibo che assumiamo:

  1. Livello di fame (omeostatica). Si riconosce una correlazione positiva tra quantità di cibo assunta e fame ((Herman and Polivy 1983) collegati in modo direttamente proporzionale, pur riconoscendo che la fame non è l’unico regolatore nella scelta della porzione (Herman and Polivy 2014);
  2. Informazioni disponibili sull’impatto sulla salute (e sul peso corporeo). Sapere che un alimento o una quantità in eccesso di quel cibo porteranno delle conseguenze negative sulla nostra salute, riesce a regolarne l’assunzione soprattutto per le persone che sono a dieta (Glanz et al. 1998; van Strien et al. 1986), ma a scapito della soddisfazione; la rinuncia verrebbe associata ad una aspettativa di minor piacere e soddisfazione;
  3. Aspettativa di piacere. Immaginare il piacere sensoriale che possiamo ottenere da un alimento aumenta il nostro desiderio e ci fa scegliere “cosa mangiare” (Raghunathan et al. 2006). Meno chiaro è quanto questa aspettativa possa influenzare la dimensione della porzione.

 

Una recente ricerca condotta Cornil e Chandon (Cornil, Y., & Chandon, P. 2016)  ha voluto approfondire le condizioni che possono condurre le persone a ridurre, spontaneamente,  le quantità di cibo edonico pur non rinunciando al piacere, consapevoli dei risultati non proprio incoraggianti di politiche sanitarie indirizzate ad informare sulle conseguenze negative per la salute dovute agli eccessi alimentari  e appelli più o meno espliciti tesi a suggerire rinunce e privazioni (Belei et al. 2012; Raghunathan et al. 2006; Shiv and Fedorikhin 1999).

Sfidando l’ipotesi che il piacere sensoriale sia nemico di un’alimentazione sana, che prevede anche la riduzione delle quantità, i ricercatori hanno voluto verificare l’efficacia di metodi alternativi di educazione alimentare che non prevedessero semplici avvertimenti, informazioni e comunicazioni sui danni per la salute o privazioni eteroimposte.

Nello studio, diviso in 5 diverse sperimentazioni indirizzate a diverse popolazioni di soggetti (americani e francesi, adulti, giovani adulti e bambini) si sono voluti esaminare gli effetti dei una tecnica di immaginazione, la Multisensory Mental Imagery, sulla scelta della grandezza delle porzioni, sulle aspettative di  soddisfazione delle stesse, sulla disponibiltà a pagare porzioni ridotte allo stesso prezzo di quelle più grandi, sui condizionamenti delle scritte sul menù, sia sui soggetti  a dieta sia su quelli non a dieta. La tecnica di “immaginazione mentale multisensoriale” consiste nell’immaginare di mangiare cibi edonici (Krishna e Schwarz 2014) in modalità multisensoriale (immaginandone il gusto, l’odore, la consistenza nella bocca, il contatto con le mani). Una forma di “immaginazione” che riproduce i processi mentali che si attivano mentre mangiamo (Barsalou 2008; Elder e Krishna 2012; Krishna e Schwarz 2014; Morewedge et al. 2010). Tale tecnica non deve essere confusa con la più conosciuta tecnica della “mindful eating” (alimentazione consapevole) con la quale le persone vengono addestrate a prestare maggiore attenzione alle proprie emozioni e sensazioni mentre si mangia con lo specifico obbiettivo di ridurre l’alimentazione impulsiva  (Kristeller e Wolever 2010; Poothullil 2002).

Se nella mindful eating il soggetto viene messo nella condizione di mangiare realmente e la focalizzazione dell’esperienza è sugli effetti del cibo sul corpo (fame/sazietà, degustazione del cibo, maggiore lentezza nel consumare il cibo), nella Imagery l’attenzione è posta sul cibo che viene mostrato e non mangiato. Non si chiede alla persona di concentrarsi sulle esperienze corporee ma su quelle gustative immaginate. Inoltre, la prima è indirizzata a ridurre la tendenza a mangiare impulsivamente, la seconda focalizzata a far sperimentare soddisfazione multisensoriale per il cibo atteso.

I risultati ottenuti dallo studio hanno rilevato che il processo immaginativo pre-intake ha avuto successo nella riduzione della porzione del cibo edonico (scelta di riduzione spontanea della porzione di torta al cioccolato) mantenendo un livello di soddisfazione comunque elevata. Tale scelta avveniva spontaneamente e senza che i soggetti avvertissero una condizione privativa. Inoltre, gli stessi soggetti dichiaravano di essere disposti a pagare la porzione ridotta allo stesso prezzo di quella più grande, associando quindi il prezzo dell’alimento al livello di soddisfazione percepito piuttosto che a quello della sua dimensione. Diversamente, le informazioni sulla salute, le avvertenze e sulle conseguenze negative del cibo edonico (spesso altamente palatabile ma pieno di zuccheri e grassi) pur facilitando scelte di porzioni ridotte non si associavano a soddisfazione (i soggetti avvertivano la condizione di privazione) e non meritavano a detta dei partecipanti di essere pagati quanto le porzioni più grandi.

I ricercatori collegano i risultati al fenomeno conosciuto con il nome di “sazietà sensoriale specifica”, con la quale si intende un meccanismo che ci spinge a smettere di mangiare non per sazietà omeostatica ma per un tipo di “sazietà” che interviene solo quando mangiamo alimenti che posseggono qualità sensoriali simili (dolce, amaro, salato).

Se la fame omeostatica  regola la gradevolezza/desiderabilità di un cibo  in relazione ai nostri bisogni nutritivi contingenti, diminuendo progressivamente all’aumentare del livello di sazietà, la “sazietà sensoriale specifica” regola il consumo degli alimenti, con effetti sulla loro selezione e sulla decisione di terminare un pasto.

 

Gli importanti risultati dello studio, pur dovendo essere verificati in condizioni di “quotidianità” conducono ad ulteriori riflessioni di sicuro interesse.

In un contesto sociale “obesiogeno”, quale quello nel quale viviamo, in cui non si proibisce o sanziona la vendita di porzioni di bevande e dolci che superano di gran lunga quelle raccomandate, (Hall et al. 2009; Ledikwe et al. 2005; Nestle 2003; Rolls et al. 2007; Zlatevska et al. 2014)  gli insuccessi delle strategie di prevenzione attuate possono essere ricondotte a cause interne agli individui (fame, piacere, impulsi) e a cause esterne (es.  profitti dell’industria alimentare). Identificare delle strategie di prevenzione e di correzione dei comportamenti a rischio efficaci significa necessariamente tenere conto degli interessi delle parti in causa: agenzie di prevenzione, soddisfazione del consumatore, profitto dell’industria alimentare.

Le politiche attuali non hanno considerato a sufficienza il fatto che per poter aumentare la possibilità di modificare un comportamento alimentare scorretto (in questo caso riduzione della quantità di cibo) si deve minimizzare la quota di rinuncia che le parti coinvolte devono tollerare. Nella fattispecie quando si chiede di ridurre la porzione di una bevanda/alimento, stiamo chiedendo:

 

  • al consumatore, di pagare un costo troppo alto: quello di ridurre il piacere associato al mangiare cibo gustoso. La rinuncia è  enorme considerando che più un alimento è piacevole al gusto, tanto più tendiamo a mangiarne in quantità maggiore  (Patterson et al. 2001)
  • al produttore (industria alimentare, ristoratore) di rinunciare ad un maggiore profitto, poiché, in generale, la ristorazione trae maggiore profitto da porzioni più grandi (Dobson e Gerstner 2010).

Nello studio gli autori arrivano a dimostrare che dare spazio al piacere sensoriale proveniente dal cibo edonico può rendere le persone più felici e al contempo disponibili a spendere di più per meno cibo: nessuna riduzione del piacere nel consumatore e nessun impatto sul vantaggio economico per i produttori. Una tripla vittoria per la salute pubblica, i consumatori e le aziende.

 

 

Riferimenti Bibliografici

Barsalou, Lawrence W. (1999), “Perceptual symbol systems,” Behav Brain Sci, 22 (4), 577-609; discussion 10-60.  (2008), “Grounded cognition,” Annu Rev Psychol, 59, 617-45.

Belei, Nina, Kelly Geyskens, Caroline Goukens, Suresh Ramanathan, and Jos Lemmink (2012), “The Best of Both Worlds? Effects of Attribute-Induced Goal Conflict on Consumption of Healthful Indulgences,” Journal of Marketing Research, 49 (6), 900-09

Chandon, Pierre and Brian Wansink (2012), “Does food marketing need to make us Fat? A review and solutions,” Nutrition Reviews, 70 (10), 571-93.

Cornil, Y., & Chandon, P. (2016). Pleasure as a Substitute for Size: How Multisensory Imagery Can Make People Happier with Smaller Food Portions. Journal of Marketing Research53(5), 847–864

Elder, Ryan S and Aradhna Krishna (2010), “The Effects of Advertising Copy on Sensory Thoughts and Perceived Taste,” Journal of Consumer Research, 36 (5), 748-56. 43 (2012), “The “Visual Depiction Effect” in Advertising: Facilitating Embodied Mental Simulation through Product Orientation,” Journal of Consumer Research, 38 (6), 988- 1003.

Glanz, Karen, Michael Basil, Edward Maibach, Jeanne Goldberg, and D. A. N. Snyder (1998), “Why Americans Eat What They Do: Taste, Nutrition, Cost, Convenience, and Weight Control Concerns as Influences on Food Consumption,” Journal of the American Dietetic Association, 98 (10), 1118-26.

Herman, C Peter and Janet Polivy (1983), “A boundary model for the regulation of eating,” Psychiatric Annals, 62, 141-56.

Herman, C. Peter and Janet Polivy (2014), “Models, Monitoring, and the Mind: Comments on Wansink and Chandon’s “Slim by Design”,” Journal of Consumer Psychology.

Krishna, Aradhna and Norbert Schwarz (2014), “Sensory marketing, embodiment, and grounded cognition: A review and introduction,” Journal of Consumer Psychology, 24 (2), 159–68.

Kristeller, Jean L and Ruth Q Wolever (2010), “Mindfulness-based eating awareness training for treating binge eating disorder: the conceptual foundation,” Eating disorders, 19 (1), 49- 61.

Morewedge, Carey K., Young Eun Huh, and Joachim Vosgerau (2010), “Thought for food: imagined consumption reduces actual consumption,” Science, 330 (6010), 1530-3.

Nestle, Marion (2003), “Increasing portion sizes in American diets: More calories, more obesity,” Journal of the American Dietetic Association, 103 (1), 39-40.

Raghunathan, Rajagopal, Rebecca Walker Naylor, and Wayne D. Hoyer (2006), “The Unhealthy = Tasty Intuition and Its Effects on Taste Inferences, Enjoyment, and Choice of Food Products,” Journal of Marketing, 70 (4), 170-84.

Poothullil, John M. (2002), “Role of oral sensory signals in determining meal size in lean women,” Nutrition, 18 (6), 479-83.

Shiv, Baba and Alexander Fedorikhin (1999), “Heart and Mind in Conflict: The Interplay of Affect and Cognition in Consumer Decision Making,” Journal of Consumer Research: An Interdisciplinary Quarterly, 26 (3), 278-92.

Van Strien, Tatjana, Jan E. R. Frijters, Gerard P. A. Bergers, and Peter B. Defares (1986), “The Dutch Eating Behavior Questionnaire (DEBQ) for assessment of restrained, emotional, and external eating behavior,” International Journal of Eating Disorders, 5 (2), 295-315.

 

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