Psicologia della vita quotidiana

Le unioni civili: fertilità naturale vs. fertilità di pensiero

Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza.

(Divina Commedia, canto XXVI)

Qualche giorno fa, durante il Family Day, Giovanardi ha commentato una storiella tratta da una vignetta che il partito “Fratelli d’Italia” aveva pubblicato diversi mesi prima sulla sua pagina Facebook, con queste parole: “Vorrei vedere due uomini da soli su un’isola deserta se riescono a fare un figlio, dopo possiamo anche parlare di diritti.

Articolo Sergio Stagnitta

Se avete il piacere di seguirmi nelle mie riflessioni, alla fine dimostrerò a Giovanardi, e a chi la pensa come lui, che questo è possibile e che quindi oggi stesso possiamo parlare di diritti per gli omosessuali.

Inizio, però, raccontando brevemente una storia legata ad una coppia, eterosessuale, regolarmente sposata, che ha vissuto fin dai primi tempi del matrimonio un’enorme conflittualità. Ad un certo punto, senza provare a risolvere prima i loro problemi relazionali, hanno deciso di avere un figlio, semplicemente dicendosi che era la cosa più giusta e naturale da fare. Lei è rimasta incinta, hanno avuto il bambino, frutto certamente del loro amore, e i loro problemi invece di attenuarsi si sono amplificati enormemente. La loro modalità di interazione era basata sullo scontro frontale, una guerriglia quotidiana che si concludeva con gravi offese reciproche e lunghi periodi di silenzi ostili. Fino al punto che tre anni dopo la nascita del loro bambino hanno pensato di separarsi. E allora il bambino si è trasformato, come spesso capita in queste situazioni, da oggetto d’amore in oggetto di contesa, luogo dove agire tutta la loro rabbia e il loro odio. Entrambi volevano avere il possesso del piccolo e lottavano per farsi dispetti reciproci. Fino a quando sono giunti da me in terapia. E questa è un’altra storia…

La domanda che mi sono fatto (proprio nell’intento di aiutare questa coppia in difficoltà), e che faccio anche alle persone che stanno leggendo questo post, è la seguente: a vostro avviso questa era una coppia fertile? La risposta è certamente sì, ma solo sul piano fisico, non lo era per nulla sul piano psichico. Il loro pensiero di coppia era bloccato, sterile.

Io non penso che, viceversa, una coppia omosessuale avrebbe gestito diversamente la situazione, sarebbe stata migliore o più capace, forse sarebbe stato ancora peggio, chi può dirlo; però non penso nemmeno che siccome sono omosessuali allora per principio sarebbe stato un disastro.

Antonino Ferro, oggi presidente della Società Psicoanalitica Italiana, in un suo libro molto interessante, propone una riflessione che può aiutarmi a sostenere questo mio pensiero.

Afferma Ferro: “Prendiamo la sessualità, per esempio, l’abbiamo sempre pensata come sessualità dei corpi, e in quest’ottica è facile definire ciò che è eterosessuale, omosessuale, omosessuale maschile e omosessuale femminile. Non è più così se guardiamo alla sessualità come modalità di accoppiamento delle e tra le menti. […] Una coppia di due uomini potrebbe avere un funzionamento eterosessuale se le menti si accoppiassero in modo creativo. Viceversa, una coppia fenotipicamente (l’insieme delle caratteristiche fisiche esterne, visibili) eterosessuale potrebbe avere un funzionamento omosessuale delle menti […]” se vivesse di continui scontri oppure in una modalità relazionale simbiotica che non lasci trasparire le differenze reciproche. (Ferro, 2007)

Se noi rimaniamo ancorati al solo principio naturale, senza riconoscere la grande differenza che c’è tra noi e gli altri animali, grazie alla coscienza e quindi alla capacità di andare oltre, “verso l’infinito”, saremmo bloccati nella nostra piccola isoletta. Mi viene in mente un racconto di Franco Nembrini, cattolico e famoso per le sue lezioni sulla Divina Commedia, che commentando il canto dedicato ad Ulisse e al suo desiderio di infinito, di libertà, racconta una vecchia storiella sentita da qualche parte:

 

“gli esseri umani sono come un uovo d’aquila finito per caso in un pollaio. Noi sentiamo la vita così: usciamo dall’uovo e siamo in mezzo alle galline, e le galline sono dei poveri esseri che il massimo che riescono a immaginare nella vita è qualche verme un po’ grosso, e sono lì con la testa bassa a rovistare per terra. Ma noi no, noi non siamo galline. Ci vogliono far credere di essere galline: tutto congiura a uccide il vostro desiderio. Solo che quella gallina lì non è una gallina, non può farci niente. E ogni tanto le capita di tirar su la testa e vedendo un’aquila in volo le vengono le lacrime agli occhi, perché sente di esse fatta per lassù, sente di essere fatta per quell’infinito.”

E allora commentando la frase di Ulisse: “Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtude e canoscenza”, Nembrini traduce: “non siete fatti per essere galline, siete fatti per incontrare l’infinito”.

Naturalmente Nembrini si riferisce alla natura divina degli esseri umani e alla nostra tendenza a guardare verso l’alto alla ricerca di Dio. Ma io penso che tutti gli essere umani, credenti o meno, tendono verso l’alto cercando, chi più chi meno, di andare oltre la dimensione naturale, utilizzando il pensiero e l’amore come mappe per orientarsi nella vita. Il problema semmai, credenti o meno, sono gli eccessi, il “godimento” direbbe Lacan, ovvero quella spinta narcisistica della ricerca del piacere sganciata dal desiderio e dalle regole.

E, infatti, secondo Dante, Ulisse finisce all’inferno, non tanto per colpa del suo ardente desiderio ma perché ha esagerato, ha avuto una enorme fiducia in se stesso, non si è affidato a nessuno, è stato, in ultima analisi, troppo orgoglioso. (Nembrini)

Ma è proprio questo il punto, sabato 30 Gennaio, al Family Day, invece che posizione intransigenti, che bloccano il desiderio dell’altro, senza alcuna mediazione, mi sarei aspettato una posizione più fertile, del tipo: “rispettiamo il desiderio, la libertà e la giustizia verso alcuni diritti fondamentali legati agli omosessuali, siamo però preoccupati della deriva che possono prendere alcune situazione come la mercificazione dei bambini, la pratica dell’utero in affitto, le vetrine modello Amazon per la compravendita degli embrioni, le scelte talvolta facili che magari alcune coppie etero e omosessuali potranno fare nel decidere di adottare un bambino. E allora vi va di fare insieme questa battaglia, di evitare tutti insieme questa deriva Ipermoderna, questa ricerca assoluta del piacere, del godimento, a sfregio di ogni limite?”

E invece il popolo del Family Day, mentre inneggiava all’amore eterosessuale, aperto alla vita, agiva con un pensiero sterile, di chiusura alla vita stessa!

Perché ipotizzare che gli omosessuali, per definizione, sono quelli degli eccessi e non pensare che sono gli essere umani, tutti, portatori di questa spinta distruttiva che trasforma il desiderio in godimento?

Sapete quale sarà il risultato finale di queste posizioni rigide? Che prima o poi questi diritti arriveranno anche in Italia (finalmente!) mentre le battaglie importanti, quelle vere, moriranno con queste proteste. Non vi sembra stupido? A me sì!

E così, come promesso, concludo con la vignetta dalla quale sono partito, ecco cosa risponderei a Giovanardi: che lui ha ragione ad ipotizzare che la coppia omosessuale morirà in solitudine in quell’isola deserta, ma solo se quella coppia penserà ed agirà come le galline, le quali rimarrebbero ferme sul piccolo pezzo di terra, con la testa bassa a razzolare e sperare di mangiare qualche grosso verme. Gli essere umani, etero e omosessuali, come l’aquila, sarebbero al contrario spinti fuori dall’isoletta, ad andare oltre la nuda terra, a navigare per il mondo e fecondare con i loro pensieri e con i loro corpi le menti e i corpi di altre persone. E magari, come Ulisse, dopo tanto girovagare, ritorneranno a riposare e morire sulla piccola terra madre. Giovanardi ha azzeccato il finale, ma si è perso la storia che stava in mezzo, ovvero la vita e il desiderio ad essa collegato.

 

Riferimenti bibliografici
Ferro A. Evitare le emozioni, vivere le emozioni. Raffaello Cortina, 2007.
Nembrini F. Dante, poeta del desiderio. Vol. I – l’Inferno. Itaca, 2013
Per Lacan consiglio il testo di Recalcati M. Ritratti del desiderio. Raffaello Cortina, 2012.