Psicologia della vita quotidiana

Il controllo al tempo di Facebook e Whatsapp

 

Il tema del controllo mi ha da sempre molto affascinato e spaventato nello stesso tempo. Mi affascina perché sicuramente attiva le fantasie quasi universali dei grandi complotti della storia, della guerra fredda con i suoi personaggi e i suoi film di spionaggio, fantasie di controllo totalitario, di un “grande fratello” che ci osserva quotidianamente con i suoi ingredienti di paranoia e voyeurismo. Mi spaventa per lo stesso motivo e, soprattutto, perché il controllo fa parte integrante della nostra vita e delle nostre fantasie più profonde.

A proposito della fantasia di controllo mi viene in mente una storia clinica legata all’uso manipolativo di Facebook:

Lucia (il nome è fittizio) durante una nostra seduta mi racconta che qualche giorno prima aveva ricevuto dal suo ex fidanzato un sms nel quale le scrive che dopo essere stato cancellato da lei come amico di Facebook, ha creato un profilo falso e da circa 4 mesi è nuovamente un suo contatto. Lucia ha più di un migliaio di amici Facebook ed un profilo abbastanza aperto, al punto da accogliere anche richieste di amicizia da persone che non conosce. È consapevole, quindi, che quello che pubblica viene letto da molti, però l’idea che il suo ex si sia intrufolato, così di nascosto, l’ha molto angosciata al punto da dedicare svariate ore del suo tempo per capire quale fosse il profilo dell’intruso, senza riuscirci peraltro.

È abbastanza chiaro che nel momento in cui mi racconta questa storia mi sta dicendo che in terapia, accanto al piacere legato al fatto che il suo psicoterapeuta sia interessato e curioso dei fatti della sua vita, vi sia il sospetto che anch’io possa, con le mie domande, controllarla e, di conseguenza, giudicarla. Sta parlando, quindi, del suo ex ma anche della nostra relazione terapeutica. Nello stesso tempo pone un tema più ampio oggetto di questo post, ovvero: il nostro bisogno di controllare l’altro, amplificato dalle nuove tecnologie.

La tecnologia, infatti, nel tentativo di semplificarci la vita introducendo strumenti sempre più innovativi per comunicare, ha colluso con nostro bisogno di utilizzarla anche per controllarci reciprocamente. Questo, naturalmente, non significa che esercitiamo il controllo perché esiste la tecnologia. Il controllo esiste ben prima dell’era digitale, è antico quanto l’uomo e spesso è stato fondamentale per la sopravvivenza dell’intera specie umana. Senza controllo non ci sarebbe stata possibilità di difesa, non si sarebbe creata la stessa tecnologia che ci ha permesso di proteggerci dagli altri animali e da territori ostili. Il problema si pone quando il controllo ci sfugge di mano e da strumento di crescita ed evoluzione si trasforma in strumento di interdizione e repressione. Senza scomodare i grandi regimi totalitari e i loro strumenti di controllo, anche noi, nel nostro piccolo, ci controlliamo e spesso anche tanto.

Un esempio recentissimo di tecnologia che alcuni hanno percepito come invasiva ci arriva con l’introduzione nell’App di Whatsapp della doppia spunta blu con la quale adesso è possibile sapere non solo se il destinatario ha ricevuto il messaggio ma anche se l’ha letto ed esattamente a che ora. In rete si è scatenata una polemica ferocissima oltre che molte parodie tra le quali una molto divertente che trovate a questo link: https://www.youtube.com/watch?v=Ameyyotz4no

Altro esempio: Facebook. Senza arrivare agli eccessi intrusivi dell’ex fidanzato di Lucia, spesso lo utilizziamo per sbirciare nella bacheca di amici, conoscenti, fidanzati ed ex (appunto), personaggi dello spettacolo, politici, nel tentativo di vedere cosa fanno, con chi stanno in contatto, le foto, cosa e come commentano le notizie, i commenti che ricevono e molte altre informazioni. Controllando le loro informazioni ci avviciniamo, li sentiamo meno estranei, ci illudiamo di conoscerli.

Ma che cos’è il controllo dal punto di vista psicologico? Tra le innumerevoli definizioni quella che mi convince di più è stata proposta da Carli e Paniccia che per descrivere il controllo ed altre forme emozionali non strettamente biologiche (come sono la paura, la rabbia ecc.) hanno coniato il termine di “neoemozioni” (R. Carli R., R.M. Paniccia), descrivendo quest’ultimo come il tentativo: “di prevenire la variabilità del comportamento proprio e dell’altro, la sua imprevedibilità”. La difficoltà è quella di accettare l’altro con le sue caratteristiche proprie, con le sue peculiarità, diverse da quelle che noi ci attendiamo.

Non solo, ma aggiungono Carli e Paniccia che, a pensarci bene, il controllo rimane illusorio poiché nessuno può controllare pienamente l’altro. Ritornando all’esempio di Facebook, noi possiamo controllare la bacheca dell’ex, con l’illusoria fantasia di scoprire elementi segreti, ma è sempre l’altro, più o meno consapevolmente, che ci svela quello che vuole farci vedere. Se, ad esempio, ha deciso di farci sapere che ha un nuovo compagno magari mette qualche foto esplicita, ma se ha deciso di tenere tutto segreto probabilmente si asterrà dal farlo.

A mio avviso, però, un effetto potente, il controllo, lo produce sempre: mi riferisco all’idea minacciosa di chi di vuol far sapere all’altro che ti sta controllando e quindi indirettamente pretende di inibire alcune tue iniziative (vedi l’sms dell’ex della mia paziente). Produce quella sensazione sottile, latente, di non farci sentire liberi. Questo è l’effetto che io considero più aggressivo del controllo nel quale il vincolo tra i due soggetti non si basa su una costrizione come potrebbe essere in uno stato totalitario ma sull’idea più subdola di essere giudicati dall’altro.

 

Concludendo con un pizzico di ironia, quando penso al controllo mi viene sempre in mente quel bellissimo racconto di Calvino, presente ne “Le cosmicomiche” intitolato “Gli anni luce”:

Notai che da una galassia lontana cento milioni d’anni luce sporgeva un cartello. C’era scritto: TI HO VISTO. Feci rapidamente il calcolo: la luce della galassia aveva impiegato cento milioni d’anni a raggiungermi e siccome di lassù vedevano quello che succedeva qui con cento milioni d’anni di ritardo, il momento in cui mi avevano visto doveva risalire a duecento milioni d’anni fa. […] La migliore linea di condotta che mi si offriva era far finta di niente, minimizzare la portata di quel che potevano esser venuti a sapere. Perciò mi affrettai a esporre bene in vista un cartello su cui avevo scritto semplicemente: E CON CIÒ? Se quelli della galassia avevano creduto di mettermi in imbarazzo col loro ti ho visto, la mia calma li avrebbe sconcertati, e si sarebbero convinti che non era il caso di soffermarsi su quell’episodio. Se invece non avevano in mano molti elementi a mio carico, un’espressione indeterminata come “e con ciò?” sarebbe servita da cauto sondaggio sull’estensione da dare alla loro affermazione “ti ho visto”. […] Finalmente arriva la notte buona: il telescopio l’avevo puntato già da un pezzo in direzione di quella galassia della prima volta. Avvicino l’occhio destro all’oculare, tenendo la palpebra socchiusa, sollevo pian piano la palpebra, ecco la costellazione inquadrata perfettamente, c’è un cartello piantato lì in mezzo, non si legge bene, metto meglio a fuoco… C’è scritto: TRA-LA-LA-LÀ. Soltanto questo: tra- la- la- là.” (Calvino, Le cosmicomiche).

Cosa ne pensate? Vi vengono in mente forme di controllo legate alle nuove tecnologie? Se vi va, potete descriverle di seguito nei commenti.

BIBLIOGRAFIA
Renzo Carli e Rosa Maria Paniccia (2002). “L’analisi emozionale del testo”. FrancoAngeli, Roma. [cit. pag. 88].

Immagine tratta dalla locandina del film: “Le vite degli altri” (2006)


  • http://www.lacuradelleparole.com/ Simona di Leo Boato

    Il bisogno di controllo è molto doloroso. Si manifesta come ossessione che toglie energie che si libererebbero dal lasciare andare e proseguire. Le possibilità offerte dalla socialità del web potenziano questo bisogno mantenendolo attivo, rallentando o impedendo che si esaurisca naturalmente e contemporaneamente rendendo impossibile fare i conti col dolore della perdita. Ciò diventa nemico dell’elaborazione del lutto.

  • http://www.psicologopsicoterapeutaroma.com/ Sergio Stagnitta

    Sono molto d’accordo con te Simona, grazie di aver lasciato una tua riflessione. Naturalmente sappiamo, appunto, che la colpa non è della tecnologia che semplicemente amplifica un vissuto radicato in noi, molto in profondità. E’ interessante anche la tua riflessione sulla difficoltà di elaborare il dolore della perdita in relazione al controllo.

    • Simonetta Putti

      Ciao Sergio, per associazione di idee penso a quanto ho scritto su un libro in prossima (spero) uscita a proposito della elaborazione del lutto, stante il non raro perdurare – nei social network – delle pagine relative anche a soggetti ormai defunti.Nello spazio digitale messo a disposizione degli utenti da Facebook, per esempio, mancano i confini tra lo spazio dei vivi e lo spazio dei morti e questa assenza può determinare con-fusioni, concreta dis-informazione, e dis-percezione [1].La
      confusione può anche diventare dimensione al limite, borderline. Intendo confusione come esito e rischio..

      [1] D’Elia, L., Dispercezioni, in Corpo, Riflessione,
      immagine , (a c. di Putti, S, Testa, F.), Alpes Editore, Roma,2011

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