Ippoterapia e Onoterapia

L’asino e il pregiudizio

Onoterapia e Onodidattica. Ono…che?

“Oh, guarda: un brutto cavallo!”

L’animale smette di strappare l’erba e alza la testa incuriosito. Con entrambe le orecchie dritte, puntate verso i visitatori, osserva la scena a distanza. È un animale affascinante. Ha le zampe tozze, corte, sostenute da piccoli zoccoli. Il ventre è rotondo, la coda spelacchiata. Solitamente non è molto alto ed ha delle orecchie grandi, molto lunghe.

Come si definiscono le attività che lo psicologo può fare con l’asino?

Dipende, se si tratta di attività terapeutiche, onoterapia, se si tratta di attività educative, principalmente con le scuole, onodidattica. Ono…che? Mi sento riecheggiare spesso. Viene dal greco ὄνος (ónos), asino appunto. Per quanto io ami il greco, trovo sicuramente che questo nome non sia melodico, almeno in italiano. Di sicuro ippoterapia ha un suono più piacevole ed è un’attività più conosciuta. Ma è forse per il nome che le attività con l’asino sono meno famose? Forse, ma non credo. Penso che il nome, come l’attività stessa, si porti dietro il destino dell’animale. Non che gli asini siano meno famosi dei cavalli, ma di sicuro lo sono in modo diverso.

 “Macché cavallo! Quello è un somaro come te!”.

L’asino è un animale forte e robusto che da secoli porta sulla groppa il peso di tanti pregiudizi e/o giudizi superficiali. Perciò nel lavoro con gli asini lo psicologo non può esimersi dal lavorare sul pregiudizio.

Il pre-giudizio è un giudizio a priori che viene concepito sulla base di convinzioni personali senza una conoscenza diretta di ciò su cui si sta esprimendo il giudizio.

 “Ragazzi chi è l’asino?”

“E’ una razza di cavallo…più brutta”, “è stupido”, “è testardo”, “morde e tira calci”, “è un cavallo con la maschera di carnevale”.

“Ma lo avete mai visto un asino dal vivo? Ci siete mai entrati in relazione?”

Di solito la risposta è No. Il pregiudizio.

L’obiettivo che mi pongo in un incontro di Onodidattica non è capire da dove derivano i giudizi a priori, né scardinarli. Il mio obiettivo è far fare esperienza e riflettere sulla differenza che c’è tra pregiudizio e giudizio. Partire dal pregiudizio per poi, tramite la conoscenza e l’esperienza dell’animale, crearsi una propria opinione personale, positiva o negativa che sia, ma basata sulla realtà.

“Prima pensavo che gli asini fossero duri di comprendonio e lo penso ancora ma non penso più che siano stupidi.”

Quando si lavora con e attraverso le opinioni degli altri ci si ritrova spesso molto coinvolti personalmente. Imparare ad ascoltare se stessi e gli altri, ciò che risuona dentro di noi e dentro gli altri, è un lavoro che compete allo psicologo nelle attività terapeutiche in generale, quindi in questo caso specifico nell’Onoterapia.

 “Senti, a me non me ne frega niente di questo brutto e stupido animale.”

Io, Pamela, che amo e conosco questo animale, mi sentirei offesa e cercherei con tutte le mie forze di far cambiare idea. Io, psicologa, devo imparare a tollerare tutto questo, e cercare di capire perché per quella particolare persona è vero quel pregiudizio.

I pregiudizi, infatti, non sono solo quelli degli altri.

Quali pregiudizi si porta dietro lo psicologo nel suo lavoro? La posizione dello psicologo dovrebbe essere quella di sospendere il giudizio e l’azione di fronte al parere degli altri. Non è così facile come sembra. Cercare di non mettersi nella posizione di chi possiede la sola verità e la vuole elargire è un’impresa non da poco. Io credo che non esista una verità, ma esiste ciò che è vero per la persona che abbiamo di fronte.

Chiederci perché quella persona ha bisogno di dire che “l’asino è stupido e brutto” senza conoscerlo, vuol dire non avere a nostra volta un pregiudizio, ma mettersi invece nella posizione di cercare di comprendere l’Altro.

A tale proposito mi viene in mente una frase di Alessandra Lemma:

“Qualunque cosa il brutto rappresenti per noi, questo sembra sempre qualcosa da cui vogliamo prendere le distanze… quando percepiamo qualcosa come brutto ci riferiamo in realtà a qualcosa che non possiamo integrare nella nostra percezione di noi stessi e che depositiamo nell’altro percepito come brutto.”

Io credo che, dentro l’asino, una persona possa mettere tutto quello che sente di avere di inaccettabile dentro di sé. Mettendolo nell’Altro se ne libera. Se l’Altro è stupido vuol dire che non lo sono io. L’asino è l’animale dei poveri, non dei cavalieri. L’asino è l’animale stolto perché testardo. Richiama un sé inadeguato, un sé non all’altezza. Non è facile identificarci con questo animale.

Fare esperienza con l’asino vuol dire entrare in contatto con tutto quello che sentiamo di inaccettabile dentro di noi. Prendendoci cura dell’asino possiamo prenderci cura di quelle parti di noi che sentiamo essere inadeguate, deboli e perciò bisognose, potendole così reintegrare dentro di noi. Creare una relazione con l’asino-bisognoso-di-cure-perché-denigrato, vuol dire creare una relazione con quella parte di noi che sentiamo essere la più bisognosa e quindi debole.

 “Eh già, asino, sei proprio stupido…io ti insulto e tu rimani qui a farti accarezzare?”

L’accoglienza dell’asino nel sospendere il giudizio e l’azione è l’accoglienza che lo psicologo dovrebbe offrire a chi gli sta di fronte. Solo accogliendo la persona negli aspetti che ci porta, brutti o belli che siano, possiamo offrirgli la possibilità di farci portare anche le parti più dolorose e bisognose che ha dentro e che sente possano essere inaccettabili per lui e per gli altri, in questo caso, attraverso questo spettacolare animale che è l’asino.

 “Sai, anche a me in classe chiamano somaro”. 

Quali esperienze avete con il tollerare e/o il non tollerare il giudizio degli altri? Cosa ne pensate della gestione del pregiudizio nelle relazioni di cura?

Bibliografia

Lemma, A. (2011) Sotto la pelle. Psicoanalisi delle modificazioni corporee. Raffaello Cortina Editore, Milano.

Photo Credits: Kate Roberts (https://www.flickr.com/photos/34263657@N07/4645874712)


  • Simonetta Putti

    Pamela, mi piace questo blog dedicato all’asino, che tu osservi da tante prospettive riuscendo a catturare l’attenzione del lettore. Concordo sul fatto che questo simpatico quadrupede non goda di grande stima e simpatia nelle nostre prevalenti idee, e per questo ben si presti a lavorare sul pregiudizio.
    Ma appena allontanandosi da quelle posizioni conformistiche, ci accorgiamo che l’asino – altrove – ha avuto una sorte più benevola. Basta pensare al suo valore simbolico nelle favole e nel mito, oltre che nella storia di culture diverse (Oriente, Medio Oriente, etc…).
    Allora, proprio riferendosi a questo, forse l’asino può essere utile anche a riflettere sulla opportunità di relativizzare e storicizzare…?
    Mi piacerebbe che tu dedicassi un blog anche alla onoterapia, parlandoci magari delle tue esperienze… Grazie.