Giovani in movimento: Scelgo dunque sono!

Sapere, saper fare e saper essere, nel mondo del lavoro

In un mondo che cambia, quali competenze mettere in gioco nel lavoro?

A cura di Anna Zegretti

 

 “Il coraggio di immaginare alternative è la nostra più grande risorsa, capace di aggiungere colore e suspense a tutta la nostra vita”. Daniel J. Boorstin

Il lavoro è l’occasione più efficace e nobile che l’uomo ha per contribuire alla costruzione del mondo e di sé stessi. È ciò che permette di plasmare una parte della realtà attraverso le proprie abilità, creatività ed ingegno. Nella nostra società è sempre più difficile trovare, tuttavia, un lavoro che corrisponda effettivamente a quanto abbiamo studiato.

La competizione sul mercato del lavoro è sempre più globale ed i soli titoli di studio, in questo contesto di grandi differenze dei livelli di istruzione, non sempre permettono al giovane laureato di mostrare le proprie competenze reali.

Insomma, fortunatamente molti in Italia possono arrivare a prendere una laurea, ed i master di ogni livello proliferano. Proprio per questo ciò che si guarda, nei contesti lavorativi è sempre più il “saper fare” ed il “saper essere” delle persone e non solamente il “sapere”, ossia il nostro titolo di studio.

Certamente vi sono delle aree in cui dobbiamo ancora crescere. “Il livello di istruzione in Italia aumenta, ma, stando a dati recenti, il livello di competenze linguistiche e di calcolo in Italia è tra i più bassi di Europa”, dice Marco Martinelli, che da oltre 10 anni si occupa di gestione aziendale e di Risorse umane in piccole e medie imprese ed in realtà non profit.

In passato, le generazioni dei nostri genitori, hanno visto il lavoro come punto fisso, una certezza, sia per chi lavorava nel pubblico sia nel privato: si entrava in azienda e si stava lì una vita. Oggi noi invece viviamo una precarietà del lavoro che è fisiologica. Anche il tempo indeterminato ha riacquistato il suo significato vero di “non determinato” più che di “infinito”.

Ci si chiede quindi come possono soddisfare le esigenze e le aspettative i molti giovani professionisti?

Certamente devono avere una buona conoscenza della domanda e dell’offerta lavorativa. Questa conoscenza è favorita dalle esperienze di tirocinio che rappresenta, come ci dice Marta Giuliani, “un ponte tra la formazione e il lavoro”.

Ritengo poi, sia molto utile la condivisione. I giovani professionisti, condividendo esperienze e formazioni, potrebbero aggregarsi, creare movimento ed intuire dove può esservi un loro intervento, che sia utile e necessario, che soddisfi le esigenze della società e rispetti le proprie aspettative.

Forse qualcuno si starà chiedo come affrontare queste sfide che il nuovo mercato del lavoro ci pone, di seguito qualche riflessione:

  1. Quali capacità personali\ trasversali deve avere un neolaureato, oggi, per potersi affacciare con successo al mondo del lavoro?
  2. È preferibile specializzare la propria formazione o lasciare aperte più strade?
  3. È possibile e utile considerare il lavoro una certezza, quando tutto ci parla di incertezza?

 

1.Quali capacità personali\ trasversali deve avere un neolaureato, oggi, per potersi affacciare con successo al mondo del lavoro?

I contesti lavorativi oggi mutano molto velocemente. La tecnologia ha velocizzato i processi di gestione dei progetti, e spesso ci si trova a dover cambiare rapidamente il campo sul quale si giocano le sfide lavorative. Per questo una delle competenze trasversali più importanti oggi è di certo la flessibilità, ossia la capacità di guardare positivamente cambiamenti repentini e frequenti nel proprio lavoro. Ma non basta adeguarsi a fare cose nuove, occorre invece adattarsi, rinnovarsi, aggiornarsi, ossia essere rapidi nell’apprendere nuove modalità, nuovi strumenti e nuovo know how.

 

2. È preferibile specializzare la propria formazione o lasciare aperte più strade?

Esistono due macro-tipologie di lavori: quelli specialistici e quelli generalisti. Mi sembra che spesso si pensi che la specializzazione sia la scelta vincente poiché si diventa esperti di qualcosa, con una conoscenza che è molto profonda, seppur, talvolta poco ampia. In realtà anche maturare un profilo generalista può essere un percorso interessante. Ad esempio nel riposizionamento lavorativo i generalisti possono avere alcuni vantaggi, come il fatto di non essere strettamente legati ad un determinato settore.

Certamente anche chi si specializza in un settore specifico è in grado di essere flessibile, e può affrontare i problemi riuscendo a reperire informazioni e risorse anche da campi ed aree tematiche differenti. I manager, ad esempio, dovrebbero essere figure con conoscenze molto ampie, in grado di guardare l’azienda nel suo complesso, tenendo presenti numerosi fattori e funzioni, dovrebbero però essere specializzate in un settore, pur non dovendo entrare nel profondo di un singolo processo come potrebbe fare invece un tecnico.

In ogni modo ritengo che la cosa migliore da fare sia quella di seguire le proprie passioni, tenendo viva l’intelligenza nel valutare l’utilità di taluni percorsi formativi rispetto al lavoro che si desidera intraprendere.

 

3. È possibile e utile considerare il lavoro una certezza, quando tutto ci parla di incertezza?

Se per certezza intendiamo la stabilità del posto di lavoro allora no, non credo possibile considerare questo una certezza. Tuttavia le certezze nella vita esistono e possono sostenerci nell’affrontare il lavoro, permettendo di non spaventarci di fronte all’instabilità ma facendocela guardare per quella che è: una condizione. In fondo anche per fare un singolo passo occorre accettare un momento di instabilità, quando siamo su un piede solo subito prima di appoggiare anche l’altro.

Insomma, probabilmente il livello culturale delle persone è aumentato e certe competenze, acquisite tramite il titolo di studio si danno per scontate. Oggi il posto di lavoro fisso come l’abbiamo sempre pensato non esiste più. Si è sempre più imprenditori di sé stessi. Per questo se vogliamo qualcosa dobbiamo conquistarla giorno dopo giorno, riuscendo a fare marketing per noi stessi, accrescendo le nostre competenze, muovendoci ed intercettando le opportunità che possono accaderci.

Forse, a questo punto, direi che piuttosto che parlare di “imprenditorialità” sarebbe meglio parlare di “protagonismo”, ossia tutti noi dovremmo essere sempre più i protagonisti della nostra vita e del nostro lavoro.

 

Riferimenti

http://www.istat.it/it/files/2014/06/02_Istruzione-formazione-Bes2014-2.pdf