Genitori si diventa

Le interviste: l’inserimento al nido

Inserimento al nido – Intervista con la dott.ssa Serena Manzani

Eccoci al secondo appuntamento con una serie di post dedicati all’inserimento al nido, dopo aver letto nel post precendente le parole di Alessandra Bortolotti in merito soprattutto ai bisogni ed ai vissuti di bimbi e bimbe al momento dell’inserimento, oggi rivolgeremo alcune domande alla dott.ssa Serena Manzani, psicologa, coordinatrice pedagogica di servizi all’infanzia in un nido tradizionale che accoglie 35 bambini e un nido in famiglia per 6 bambini.


Cosa può consigliare ad un genitore che deve scegliere il nido?

Le motivazioni che portano una famiglia a scegliere di mandare il proprio bambino al nido sono molteplici e diverse fra loro e non è detto che siano solo di ordine lavorativo. Questa è una considerazione molto importante a mio avviso che sia i genitori sia gli educatori dovrebbero approfondire, perché la motivazione incide moltissimo. Ovviamente si presume che la maggior parte delle volte la scelta sia legata alle necessità lavorative. Tuttavia vorrei che sempre più il nido non venisse vissuto come una seconda scelta, un ripiego, o peggio un obbligo; infatti sappiamo quanto i bambini possano essere competenti sin da piccolissimi, e a mio avviso non viene dato sufficiente peso alle ricerche che sempre più vanno affermando quanto un “nido di qualità” può offrire ad un bambino, e quanto questa esperienza possa ampliare e incentivare lo  sviluppo sociale, cognitivo ed emotivo di un bambino. Inoltre il pensiero per cui il nido sia appunto un ripiego de-valorizza l’esperienza stessa e incide negativamente sulla fiducia che le famiglie hanno rispetto alle educatrici e rispetto all’esperienza stessa, svuotandola del suo significato più positivo per il bambino stesso. Nella mia esperienza, quelle famiglie che scelgono il nido con consapevolezza, anche se per necessità, vivono e permettono al proprio bambino di vivere un’esperienza globale che può stimolare una crescita per tutta la famiglia. Quindi il primo consiglio che darei ad una famiglia è di pensare al perché vogliono mandare il proprio bambino al nido, a cosa pensano di questa realtà, le loro credenze a riguardo ed i loro desideri, cosa si aspettano etc…

Poi consiglierei di prendere una decisione comune e condivisa attivamente da entrambi i genitori: può sembrare una banalità ma in 15 anni ho visto moltissime volte situazioni in cui in realtà era solo uno dei componenti la coppia (e non solo la madre ma spesso il papà) che decideva, e questo crea sempre molta tensione e difficoltà soprattutto durante l’ambientamento del bambino, fase delicata in cui invece il rapporto di fiducia che si deve instaurare con le educatrici deve essere circolare e deve coinvolgere tutto il nucleo familiare. Diversamente, chi ne paga le conseguenze è sempre il bambino, anche perché sono situazioni  spesso non esplicitate e che portano molta tensione nella famiglia. Quindi, riassumendo, consiglio una scelta consapevole, onesta e che coinvolga tutta la famiglia.

Cosa osservare della struttura del nido?

Un nido di qualità dovrebbe avere una struttura abbastanza spaziosa, i bambini hanno bisogno di spazi ampi, ma non troppo, anche un eccesso (stile stanzone) può disorientare e spaventare un bambino piccolo;  ma soprattutto deve essere bello, luminoso, ben curato, ordinato, colorato ma non troppo (colori tenui e non eccessivamente accesi), organizzati con spazi ben suddivisi; i giochi dovrebbero essere sempre a disposizione dei bimbi e sarebbe preferibile che si trattasse di giochi di legno e che ci siano materiali di recupero e non solo giochi strutturati. Meglio dei cesti con tanti materiali (carta, stoffa, legno, tubi di gomma etc…) che bellissimi giochi già preconfezionati che attraggono la curiosità del bambino in un primo momento ma che poi lo annoiano perché non gli permettono di sperimentare. Lo spazio esterno è fondamentale: deve esserci e dovrebbe esser un vero giardino; anche se la struttura dispone solo di un cortile, esso può essere predisposto per assomigliare il più possibile ad un giardino: non devono mancare le piante e spazi morbidi in cui i bambini possono rilassarsi. Tutto il nido deve essere a misura di bambino, per promuoverne l’autonomia, non ci devono essere ostacoli o zone (eccetto quelle di servizio come la cucina i bagni degli adulti e gli uffici) non accessibili al bambino. Tutto deve essere a sua misura, affinché il bimbo possa essere in grado di fare tutto in autonomia. Poi ci sono altre considerazioni che riguardano più specificatamente la parte pedagogica e didattica, ovvero se c’è documentazione nella struttura. Questo ci dice molto anche delle educatrici che vi lavorano, ad esempio se la documentazione è fruibile dal bambino (ovvero se il bambino può vederla, osservarla, ricordarla) – per documentazione si intende foto, quadernoni, cartelloni delle attività svolte dai bambini: essa non solo dovrebbe esserci ma deve parlare ai bambini, agli adulti, utilizzando contemporaneamente codici diversificati.

Cosa domandare agli operatori?

Il numero di bambini presente in ogni sezione, la suddivisione delle sezioni (piccoli, grandi, medi): questo è importante perché sempre più strutture prediligono le classi miste, situazione ha la caratteristica di essere stimolante per i più piccoli, con i grandi che possono essere di aiuto e che possono anche fungere da catalizzatore di interesse, ma che a mio avviso richiede grande sforzo e capacità da parte degli educatori e che funziona bene in piccoli gruppi (ad esempio io non sono convinta di questa scelta per la scuola materna dove le classi sono molto numerose). Poi domanderei quante ore un educatore sta con i bambini, quanti educatori contemporaneamente sono presenti in ogni sezione, se è presente l’operatore, se hanno un coordinatore pedagogico interno o esterno, la formazione degli educatori. Inoltre è molto importante conoscere il progetto educativo del nido, su quali principi si fonda. Ovviamente sarebbe interessante capire lo stile educativo dell’educatore, ma non credo che una domanda diretta possa dirci poi molto ed è forse più importante che questo stile venga approfondito con il tempo dalla famiglia nella relazione stessa con l’educatore. Per questo la famiglia dovrebbe visitare più volte la struttura del nido (almeno 3) prima di decidere, ed avere sempre l’occasione di parlare con le educatrici di riferimento. Poi chiederei quali e quante attività collaterali vengono organizzate: se viene promossa la partecipazione delle famiglie alla vita del nido e come – ad esempio se vengono organizzati attività collaterali, corsi sulla genitorialità, feste, e tutto ciò che ha lo scopo principale di costruire un luogo di partecipazione della famiglia, un’occasione che non si esaurisce con la frequenza del bambino al nido ma che si può trasformare in un vero è proprio percorso di educazione per tutta la famiglia.

Come dovrebbe avvenire secondo lei l’inserimento al nido per rispettare i bisogni di grandi e piccoli? Cosa si sente di consigliare a educatori e genitori?

L’ambientamento al nido è una fase molto delicata che non si esaurisce in un periodo di tempo ben delineato: è più un processo globale e circolare che coinvolge tutti, non solo il bambino e non solo l’educatore. Per questo motivo si parla di ambientamento e non di inserimento perché non si inserisce un bambino in una realtà statica a cui lui deve abituarsi in modo unidirezionale; è piuttosto un ambiente che muta perché un nuovo elemento entra e promuove un cambiamento in tutto il gruppo (classe) ma anche al di fuori, considerando il gruppo come quella realtà costituita da tutte le persone che ruotano intorno al bambino: da una parte in famiglia (i genitori, i nonni, i fratelli), e dall’altra parte al nido (educatori, coordinatore, operatori, cuoca, etc..). In quanto processo la gradualità è la parola d’ordine, assieme alla consapevolezza per gli educatori che l’ambientamento inizia già nel momento in cui una famiglia viene anche solo a prendere delle informazioni. Fondamentale è quindi la relazione con la famiglia, che rimane centrale e che va costruita e che richiede da parte dell’educatore la profonda consapevolezza che questa fiducia se la deve conquistare, e che non è una cosa che quel genitore deve dare cosi per contratto solo perché ha scelto il nido e quel nido come esperienza per il proprio bambino.

L’educatore ha un enorme responsabilità perché il suo atteggiamento, le sue emozioni verso quella famiglia entrano nella relazione con il bambino, e la sua capacità di essere figura di riferimento per quel bambino, di fungere da base sicura e di svolgere un ruolo di maternage a tutti gli effetti dipende anche molto da come quella relazione si è instaurata, quindi i primi momenti sono fondamentali. Il ruolo dell’educatore in fase di ambientamento è molto complesso perché deve leggere le emozioni del bambino, della famiglia, degli altri bambini e degli altri genitori, contenerli e soprattutto restituirli in modo accettabile senza scoperchiare il vaso di pandora che a volte soggiace a certe situazioni e che non aiuta e non favorisce il benessere del bambino. Per fare tutto ciò il consiglio che posso dare agli educatori è innanzitutto di curare la comunicazione: con le famiglie, con i colleghi, con i bambini; una comunicazione efficace che deve accogliere e non essere giudicante.  La formazione ed il coordinamento pedagogico sono poi strumenti fondamentali per fronteggiare le invitabili difficoltà che si incontrano, poiché quello dell’educatore è un lavoro che riguarda una relazione molto intima e connotata  affettivamente, alcuni vissuti possono divenire di difficile gestione in taluni frangenti ed in questi casi è necessario un atteggiamento di distacco e l’aiuto di chi non è dentro la relazione. Ai genitori consiglio la stessa cosa: di curare la comunicazione con gli educatori, parlando apertamente delle paure e delle difficoltà in modo diretto, non lasciando mai niente di inespresso o fra le righe, di parlare in famiglia, con il partner, i fratelli, i nonni, dell’esperienza che si sta vivendo e soprattutto con il bambino: parlargli di quello che provate e cercare di rispecchiare le emozioni che loro stanno provando.

Un buon ambientamento – per andare sul pratico – non dovrebbe durare mai meno delle tre settimane, con una settimana almeno di compresenza della mamma o del papà. Io consiglio sempre di iniziare un mese prima del rientro a lavoro in modo da avere tutto il tempo e la tranquillità per affrontare questo momento. Le routine vanno inserite gradualmente (merenda, cambio, pranzo e nanna), ogni particolare va curato attentamente e non va dato mai per scontato che se un bambino può fare merenda tranquillamente alle 10.00 sia anche in grado di pranzare due ore dopo con tutti gli altri bambini. Tutto poi dipende dal bambino, non si possono fare ambientamenti standardizzati, ovviamente si fa un programma ma poi dipende da quello che succede e quindi bisognerebbe avere la possibilità, famiglie ed educatori, di fare un passo indietro se necessario senza farsi spaventare o pensare di aver commesso degli errori. Il momento della separazione è inevitabilmente doloroso, non ho mai visto nessun bambino felice di separarsi dalla propria madre o padre per andare in un luogo che, per quanto graduale e lungo sia stato questo ambientamento, non conosce e con persone che non conosce e che non potranno mai dargli (o almeno ci vorrà molto tempo) quella sicurezza, quella tenerezza che il bambino piccolo prova tra le braccia della mamma o del papà. Questo a mio avviso è un dato di fatto da cui non si può scappare e l’unico modo è accettare questa frustrazione, noi adulti genitori ed educatori, proprio per minimizzare il più possibile la frustrazione dei bambini. Accettare che non siano contenti, che ci vorrà tempo e che per un po’ di tempo saranno un po’ tristi, protesteranno e che “si” piangeranno vedendo i genitori che si allontano e li lasciano, che diranno che non ci vogliono andare al nido e che magari dormiranno un po’ più agitati per alcune notti. E noi adulti, educatori e genitori, cosa possiamo fare? Dobbiamo avere fiducia soprattutto nei bambini, in quello che ci comunicano, pertanto vanno osservati attentamente, ma non bisogna neppure drammatizzare eccessivamente alcune situazioni. Ripeto: il momento del distacco è sempre difficile e difficilmente non si assiste ad una protesta da parte del bambino, soprattutto le prime volte. I genitori devono mantenere salda la fiducia che arriverà il giorno in cui i loro bambini varcando quel cancellino saluteranno felici con la manina per correre a giocare con i propri amici.

Alcuni elementi che devono caratterizzare la professionalità dell’educatore sono:

  • l’attenzione all’ambientamento graduale del bambino;
  • la riflessione sulla delicatezza della condivisione delle cure fra famiglia e nido, nel rispetto della centralità della famiglia e della storia personale di ogni bambino;
  • l’osservazione del bambino, finalizzata ad accompagnarlo nel suo percorso di crescita individuale, favorendo il consolidarsi della sua identità ed espressione del sé, attraverso il gioco e altre attività educative;
  • la tensione verso un’articolazione del proprio lavoro capace di tenere conto dei bisogni del bambino, ma anche di sostenere i genitori, accettando le emozioni spesso contraddittorie che accompagnano il primo processo di autonomia e distacco fra bambini e genitori;
  • la capacità a progettare l’ambiente e di proporre esperienze che assecondino lo sviluppo sociale e cognitivo, secondo i ritmi di ogni bambino.

Riassumendo, una professionalità capace di operare una sintesi tra i diversi ambiti: un sapere, di cui l’educatore è portavoce, che non guarda solo a tecniche e metodologie – di cui, comunque, deve essere attento conoscitore – ma che si esplica anche in un “saper essere”, in un “saper interagire”, in un “saper fare”.

In che modo gli educatori possono gestire bisogni individuali e necessità collettive?

La relazione è la sorgente, il momento originario di ogni evento che avviene al nido. La modalità di stare con i bambini, e non semplicemente accanto a loro, implica una prospettiva differente da quella generalmente adottata nel sistema scolastico nel suo complesso, poiché connota la relazione tra adulto e bambino, ma anche tra bambini, come una relazione co-evolutiva, cioè una relazione basata sulla reciprocità, dove entrambi i soggetti si mettono in gioco, partendo dal presupposto che gli effetti di quella relazione agiranno, per entrambi, producendo dei cambiamenti.

La relazione, dunque, come ambito di conoscenza, che parte dal singolare, dal riconoscimento di due individualità, per aprirsi progressivamente verso il plurale, verso gli altri, verso il contesto e lo spazio. Impegnarsi in un interazione simile significa fare riferimento ad una competenza relazionale che si traduce nello “stare insieme”, nello “stare con”: ciò̀ implica l’acquisizione di una posizione di ascolto e di apprendimento, attraverso una competenza comunicativa che è costituita dal sostegno dell’altro, dalla capacità di decentramento rispetto al proprio vissuto esperienziale, alla propria ottica, al proprio pensiero. Tale competenza è da giocarsi e da gestirsi, dunque, in relazione con il bambino, cioè, sia in un rapporto individualizzato sia in un contesto di gruppo; ed anche nel rapporto con i colleghi, improntandolo alla progettualità della propria intenzionalità educativa e nel rapporto con i genitori.

Ascolto empatico, condivisione e disponibilità ad accogliere bisogni e richieste creano una particolare dimensione relazionale, nella quale diviene possibile riflettere insieme ai genitori, mettere in comune e a confronto, sostenere non punti di vista ma specifiche modalità genitoriali, che sono competenze indissolubilmente legate al ruolo di educatore.

L’educatore, infatti, costruisce ed è garante di uno spazio dove sono privilegiati il pensiero, la parola, la relazione. Pensiero, inteso come spazio mentale, come disposizione verso luoghi, oggetti, giochi, affetti. Parola, non come offerta di spiegazioni e di risposte certe alle domande dei genitori, bensì nel senso di dare parola ai significati, agli agiti, agli eventi, alle situazioni, alle emozioni. In questa visione, l’educatore dà parola alle ansie, alle paure, alle difficoltà tanto  dei bambini quanto dei genitori, aiutandoli a vivere e a sperimentare il superamento di detti timori, mettendoli in grado di leggere (nei comportamenti, nei gesti, nei messaggi, come anche nei silenzi) contenuti, emozioni e bisogni.

In che modo genitori ed educatori possono avviare una relazione positiva, ha qualche consiglio per curare la comunicazione al nido?

Come ho detto sopra una relazione positiva tra educatore e famiglia è senza dubbio fondamentale per l’ambientamento del bambino, l’avvio di questa relazione è un momento molto delicato dove l’educatore ha il compito di mettersi in una posizione di ascolto empatico, con un atteggiamento non giudicante e accogliente nei confronti della famiglia che può sperimentare anche sentimenti ambivalenti. La professionalità dell’educatore si deve esplicitare proprio in questo, nella sua capacità di porsi in una reale posizione di ascolto, una vera e propria sensibilità alle strutture che ci connettono agli altri. L’ascolto come disponibilità e sensibilità ad ascoltare ed essere ascoltati e con tutti i sensi, ascolto di se stessi, ascolto interiore che ci incoraggia ad ascoltare gli altri e che è promosso dall’ascolto che abbiamo ricevuto. L’ascolto è quindi una vera e propria strategia educativa che si rileva fondamentale proprio nella relazione educativa, sia con i bambini che con le famiglie.

Ci può parlare dei vissuti degli educatori? Com’è per loro il momento dell’inserimento al nido? Che tipo di legame sviluppano con i piccolini?

L’educatore durante il periodo dell’ambientamento vive uno dei periodi più intensi e complessi del suo lavoro, il più impegnativo e di maggior responsabilità. L’educatore sa benissimo, ad esempio, che questi primi periodi sono talmente fondamentali da determinare il clima emotivo della classe per tutto l’anno: è quindi un grande sforzo concettuale ed emotivo. Agli educatori viene anche richiesto di creare legami affettivi con i bambini che devono prima osservare, conoscere e farsi conoscere in modo da garantire al piccolo quella sicurezza emotiva ed affettiva che deve provare per vivere un esperienza positiva e gratificante. Tutto questo contemporaneamente senza perdere di vista la centralità della famiglia; è un incognita ogni volta, non sappiamo che famiglia si incontrerà, se sarai “sufficientemente buono” per quel bambino, se riuscirai a creare un legame soddisfacente, ogni volta c’è sempre una profonda incertezza… perché, se pur in possesso della sua professionalità, la cosa non dipende solo dall’educatore ma anche appunto da che tipo di famiglia arriverà, con che stile educativo, con quali difficoltà e con quali risorse. Quindi c’è sempre un po’ di insicurezza e di timore e poi aleggia sempre un po’ di pregiudizio, derivante dal non sentirsi riconosciuti nel proprio ruolo professionale e dai molti pregiudizi che ruotano intorno al nido. Con gli anni inoltre subentra anche la stanchezza fisica perché è un lavoro molto faticoso ed è quindi fondamentale una continua supervisione e formazione permanente per mantenere elevata la motivazione e arricchire e approfondire il proprio saper fare.

Il momento del pianto è inoltre un momento molto complesso da gestire, anche per la frustrazione che l’educatore prova di fronte alla difficoltà del bambino, al pianto e alle ansie dei genitori; si vorrebbe sempre poter dare a tutti ciò di cui hanno bisogno ma questo non è sempre possibile e l’educatore deve fare i conti con la consapevolezza che il proprio lavoro non sempre produce sentimenti positivi intorno a lui.

Al nido il legame con i piccolini è un legame di attaccamento vero e proprio connotato da sentimenti ed emozioni, ci deve essere molta delicatezza, tenerezza e rispetto per i bambini e riuscire a creare un legame con loro in cui esse/i si sentano accolti, contenuti e amati.

Photo credits: Northern Ireland Executive (https://www.flickr.com/photos/niexecutive/13108077545/)