Cibo per la mente

Il comportamento alimentare fra senso di colpa e vergogna

Che fare quando senso di colpa e vergogna non riguardano solo il nostro comportamento alimentare ma si estendono all’interezza della nostra persona?

Se mangio “troppo” sono una “brutta” persona?

“Ho mangiato troppo, mi sono finita il pacco dei biscotti e non me ne sono neanche accorta! Faccio schifo, sono una persona con poca forza di volontà, sono poco attraente, sono un fallimento!”

Se vi sembra di riconoscervi in qualcuna di queste affermazioni allora sapete già di cosa sto parlando: delle recriminazioni e del senso di colpa che ci assalgono dopo aver ceduto alla fame emotiva. Lo sconforto è tale che quel pacco di biscotti da cui tanto ci siamo fatti tentare adesso ci fa stare peggio di prima. Non è solo il nostro comportamento alimentare che percepiamo errato o insoddisfacente, il senso di colpa e di fallimento si estende all’interezza della nostra persona: fare qualcosa che riteniamo “brutto” ci fa sentire in automatico delle “brutte” persone, come se tutto il nostro valore si riducesse a quei venti biscotti con cui abbiamo trasgredito la dieta.

 

Lo stile attributivo globale

È una bella trappola quella in cui ci mettiamo quando prendiamo a pretesto l’esito di un comportamento per definire il nostro valore come persone in generale. È la trappola che in psicologia cognitiva è nota come stile attributivo globale. Vediamo meglio di cosa si tratta.

Gli stili attributivi (Weiner, 1986) sono, in estrema sintesi, i modi mediante i quali cerchiamo quotidianamente di spiegare a noi stessi il senso delle cose che ci accadono, compresi i nostri comportamenti.

Possiamo, ad esempio, assegnare la responsabilità all’esterno, ritenendo responsabile qualcuno o qualcosa di quanto ci accade: pensate a chi dice “chi rimane in forma deve avere un buon metabolismo”.

Ma possiamo anche, al contrario, attribuire a noi stessi la responsabilità di quanto ci accade. Facciamo due semplici esempi:

- “non ho abbastanza forza di volontà per fare una dieta”

- “questa volta ero troppo stanca e a digiuno a troppe ore per riuscire a controllarmi”

Vi sembrano equivalenti queste due affermazioni? Certo, i lettori più accorti potranno suggerire che, in entrambi i casi, stiamo effettivamente attribuendo a noi stessi la responsabilità del nostro comportamento alimentare. Questo è senz’altro vero: in molti casi adottiamo uno stile attributivo prevalentemente “interno” e siamo portati, più o meno consapevolmente, a giudicare quanto e come mangiamo sulla base di standard e aspettative culturali e sociali, di condizionamenti mass mediatici, delle raccomandazioni sulla salute e delle nostre esperienze personali. Eppure la storia non finisce qui…

 

È la macchina che non funziona o possiamo ancora cambiare strada?

Torniamo ai due esempi fatti sopra. Nel primo caso ci stiamo dicendo, sostanzialmente, che il nostro non riuscire a seguire un’alimentazione equilibrata è dovuto ad una caratteristica che percepiamo pervasiva e stabile nella nostra personalità: il non avere forza di volontà. In qualche modo ci stiamo dicendo che il nostro comportamento alimentare insoddisfacente è dovuto a qualcosa che non va in noi, nel nostro modo di essere. Questa componente svalutante è tipica della vergogna, un’emozione piuttosto sgradevole che crea non pochi grattacapi perché ci blocca senza lasciarci altre possibilità. E’ come se stessimo procedendo lungo una strada e qualcuno ci intimasse di fermarci: è l’automobile con cui stiamo viaggiando che proprio non va! (Lewis). Questo può creare dei pericolosi circoli viziosi, dove più si mangia e più ci si vergogna di sé stessi alimentando una sensazione di incapacità, di “impotenza appresa” (Seligman 1972), che può amplificare il problema.

Nel secondo esempio le cose cambiano e non poco… Vi ricordate?: “questa volta ero troppo stanca e a digiuno a troppe ore per riuscire a controllarmi”.

In questo caso è all’opera uno stile attributivo non globale ma specifico, che tende cioè a spiegare la cause del nostro comportamento valutandolo come tale, senza estendere il giudizio alla nostra intera personalità.

Così facendo scopriamo delle cose piuttosto interessanti: per esempio che la nostra perdita di controllo sul cibo è relativa ad una situazione ben specifica, che eravamo in una condizione di estrema stanchezza e che abbiamo fatto passare troppe ore fra un pasto e l’altro mettendo il nostro corpo “in credito” col mondo e noi stessi in una situazione psicologica e fisica (la stanchezza, il digiuno prolungato) che ha reso difficile seguire i dettami dell’alimentazione “da manuale”! Forse potremmo avvertire qualche senso di colpa, beh poco male, il senso di colpa, se non è troppo severo, può comunque darci qualche chance in più rispetto alla vergogna. Anche in questo caso l’emozione che proviamo è funzionale a segnalarci che qualcosa non va, che quello che stiamo facendo non va bene per noi. Provare senso di colpa vuol dire però sentirsi spronati a modificare la propria condotta: rimaniamo ancora alla guida dell’auto e possiamo decidere di cambiare strada!

Come fare per non soccombere alla vergogna e gestire il senso di colpa senza che diventi troppo esigente?

Un “ingrediente” spesso sottovalutato è l’umorismo: imparare a ridere di sé stessi è un modo per distanziarsi dall’esperienza emotiva immediata e provare a guardarsi “da fuori” identificandosi con un benevolo osservatore esterno: forse ci sarà più semplice vedere che la nostra gradevolezza e il nostro valore personale non dipendono da quella manciata di biscotti!

Un altro esperimento utile a “smorzare i toni”, specie quelli di un senso di colpa troppo esigente, è quello di provare a passare dal “dovrei” al “potrei”: che succede se invece di dirvi “non avrei dovuto mangiare i biscotti” provate a dirvi “avrei potuto non mangiarli (o mangiarne solo qualcuno)”? Abbiamo inserito, nel modo in cui pensiamo al nostro comportamento alimentare, l’elemento della scelta!

Quali soni i vostri “tormentatori” interni? Quali sono i vostri “dovrei” riguardo al cibo?

 

Bibliografia

Lewis M. (1992), Il sé a nudo: Alle origini della vergogna, trad. it. Giunti, Firenze, 1995.

Seligman, Martin E. P. 1972. Learned Helplessness. Annual Reviews 23: 407–412.

Weiner, B., 1985, An attributional theory of achievement motivation and emotion, in “Psychological Review”, 92, pp. 548-573.

 

Photo credits: rhoadeecha (https://www.flickr.com/photos/rhoadeecha/3274736919/in/photostream/)

  • Paola

    Buongiorno,
    ho 24 anni e sono in sovrappeso.
    Vengo fuori da varie situazioni stressanti e non so quale possa essere stata la causa che mi ha portata fino a qui.
    I miei sono separati e la compagna di mio padre era violenta con me, oltre ad avere problemi alimentari (anoressia), mia madre è molto fragile e non ho mai potuto contare realmente su di lei.
    Ho sempre fatto tutto quello che volevano i miei, dal liceo all’università…ma adesso mi chiedo se è giusto quello che ho fatto…non mi trovo felice nel cercare il lavoro per cui ho studiato.
    Io non mi abbuffo, non sono bulimica e nè anoressica. Mangiare mi piace, è solo che quando sono molto giù o molto stressata, mi consolo con qualche schifezza o aperitivo, che ovviamente mi porta ad ingrassare.
    Non ho quasi mai tempo di andare in palestra e se ce l’ho, preferisco riposarmi e vedermi un bel film.
    E questo non fa che aumentare molto i sensi di colpa radicati dentro di me.
    Ieri mi è capitato di mangiare un pò di più e sono stata in colpa per tutta la giornata, sono andata a letto quasi piangendo.
    Io ci provo a mettermi in testa di fare la dieta, ma durante il percorso mi blocco perchè sono tremendamente triste !
    Se non avessi sensi colpa esistenziali, e me la vivrei con serenità, forse riuscirei a dimagrire…ma non credo che questo accadrà.

    • http://cristinarubano.it/ Cristina Rubano

      Buongiorno Paola,
      la ringrazio del suo feedback e della condivisione della sua esperienza. Spesso (non solo nei disturbi alimentari), come lei stessa sembra aver intuito, il cibo non è il problema. Il cibo sembra soprattutto un veicolo mediante il quale trovano espressione stress, problematiche, preoccupazioni legate più in generale alla nostra vita, ai nostri progetti, a come vorremmo diventare. Per questo, come lei sta sperimentando, può essere difficile risolvere il problema concentrandosi solo sull’alimentazione e la dieta. Le preoccupazioni che lei porta, dietro al comportamento alimentare, sembrano molto più “esistenziali” e senz’altro fondamentali per la sua giovane età e i suoi progetti di vita. Riuscire ad occuparsi di questo in modo soddisfacente potrebbe renderle meno difficile ritrovare serenità anche sul cibo. A volte riuscire a fare una dieta è un punto d’arrivo più che un punto di partenza; altre vote va di pari passo con un percorso di crescita personale che può o meno avvalersi della consulenza di un esperto.
      In bocca al lupo e buona ricerca.
      Cristina Rubano