Accade in famiglia

La famiglia e i Social Network: Vicini e lontani. Costruzione di rapporti emozionati


a cura di Carolina Host

Ho incontrato spesso, nel mio lavoro, genitori spaventati dall’assidua attività sui cellulari, smartphone, computer e tablet dei figli adolescenti: “non so che fa, con chi parla? cosa guarda? non vede nessuno, sta sempre attaccato al tablet, è solo? Guarda cose violente?”.

Chi mi interpella sono genitori che si raccontano. I figli sono in casa, in salotto, sul divano, a tavola, davanti o accanto a loro ma la loro privacy, i loro interessi, le loro amicizie e il loro bisogno di solitudine, non lo esercitano più chiudendosi in una stanza o uscendo di casa, la vivono con un cellulare e un paio di cuffiette, connessi a Internet.

Famiglie in casa, in vacanza, in automobile che sentono di essere disperse in un altrove entro cui i figli si connettono, in quel mondo del Web che appare essere il loro unico attrattore di interesse.

Vicini e lontani. Vicini ma lontani. E questo attiva domande, preoccupazione, incomprensione nei genitori.

Ho parlato con una mamma che mi ha detto che ha imparato a chattare su Whatsapp per parlare con i figli, che si è aperta la pagina Facebook per controllare e per capire. “Ho scoperto che il grande ha la ragazza. Ma quando la vede?”.

Quella mamma si diceva interessata a stare vicina ai figli sul web e sembrava intuire il bisogno che questa vicinanza fosse diversa da quella sperimentata prima, quando il figlio era piccolo.

Ho iniziato a mettere insieme le questioni portatemi dalle mamme e gli articoli, cortometraggi (il più visto “Sometimes we have to disconnect to make a connection”), riflessioni che da qualche tempo compaiono su giornali, quotidiani, riviste specialistiche e siti internet.

Queste fonti chiedono ai lettori di soffermarsi a pensare,  in modo critico,  al tempo che ognuno trascorre sul web, online, incollato agli smartphone, intento a leggere, chattare, postare stati d’animo, fotografie, selfie, ipnotizzato, mai sazio, di “essere”(presente) su social network noti, tra cui Facebook, Twitter, Instagram, Snapchat, Tumblr.

Si parla di come la messaggistica via chat, ne è un esempio Whatsapp, abbia ridefinito le forme di comunicazione tra amici, conoscenti, colleghi, amanti.

Uno studio condotto dall’Indiana University e dalla California State University­-Sacramento ha cercato di capire in quale modo l’uso del messaggio vocale e della posta elettronica influenza il nostro modo di interagire.

Ci si chiede e ci viene chiesto che fine stiano facendo le emozioni se si è sempre più abituati a interfacciarci con uno schermo.

Non a caso siamo sempre più chiamati a rapportarci con chi ci propone di pensare che, nonostante l’illusione di essere sempre connessi con tutti e in tempo reale, rischiamo di non accorgerci di essere persone sempre più sole e incapaci di godere la propria  vita e di viverla con il bisogno pressante di condividerla con gli altri.

Ma questi  “altri” chi sono?

Sono gli amici, i familiari, i compagni di classe, di calcio, di danza, la classe VA, i conoscenti, i colleghi, che ci leggono, che ci spiano, o forse ci monitorano, che determinano con un “ mi piace” la nostra popolarità, la nostra tendenza a stare in vetrina, “in vendita”, è stato detto.

Come ad un’asta mondiale siamo chiamati ad essere battuti da un pubblico di “ altri “ che spesso non frequentiamo veramente, con cui non condividiamo davvero cose, ma a cui mostriamo costantemente la nostra vita forse un po’ più patinata e romanzata di come davvero sia.

Ci si racconta sui Social in maniera scanzonata o polemica, depressiva o entusiasta, poetica, colta, interessata, impegnata, sportiva, animalista, pacifista, ingenua, seduttiva, a seconda della piazza a cui partecipiamo, ma soprattutto dall’alto in basso (come detta la miglior tradizione selfiestica: dall’alto siamo piu magri, senza occhiaie, e completamente autocentrati).

Penso alle dita sulla tastiera, dall’alto in basso, penso al narcisismo di cui ci abbuffiamo, in cui l’io parla di sé e l’altro, il pubblico, sta in basso.

Sui Social Network le emozioni vengono espresse graficamente con gli “emoticon”. Nella vita reale, più difficile da costruire forse, fatta di incontri, di suoni di parole, di intonazione della voce, di espressioni del volto, del linguaggio non verbale, della distanza di cortesia e degli abbracci, delle strette di mano, dei sorrisi formali e dei sorrisi emozionati, entrano in ballo le emozioni che fanno arrossire di vergogna o di rabbia, che fanno inciampare, scappare, cascare gli oggetti, dimenticare le parole da dire.

Il tempo delle emozioni da lontano o da vicino cambia.

La dilatazione dello spazio può “ educarle” o “ ridimensionarle”: l’imbarazzo, la felicità, la delusione, l’interesse, possono essere facilmente scansati, celati e sostituiti da uno “smile” o da una non risposta all’ultimo messaggio.

La mamma che impara a chattare o che si crea la pagina Facebook per stare vicina ai figli, per controllarli, per imparare il linguaggio con cui loro comunicano, mi permette di fare l’ipotesi che vicini e lontani sia solo il pretesto per parlare di rapporti che hanno bisogno di essere ripensati.

Forse focalizzarsi a parlare esclusivamente di vicinanza e lontananza sembra avere poco senso se ci riferiamo a rapporti costruiti, relegati allo spazio della piazza del Social Network.

Forse se ne può parlare partendo da un altro vertice che, interconnesso alla necessità di guardare i rapporti, assume senso se si elude il bisogno di fare una predica spaventata di questa nuova sperimentazione di condivisione e scambio sociale.

Facebook, come qualsiasi altra piazza virtuale, può costituirsi momento di scambio su un tema che appassiona: cucina, cinema, letteratura, politica…

Forse potremmo iniziare a pensare che vicino o lontano non determina più la natura di un rapporto. Che vicino non equivale a vero e lontano a falso.

Non è la vicinanza o la lontananza a costruire un rapporto.

È la partecipazione emozionata a quel rapporto, l’implicazione emozionale e l’interesse a starci che lo rendono fondamentale nella vita di una persona.

Ma tale partecipazione ha un costo. E forse la lontananza fisica da coloro con cui si parla crea un’illusione di controllo, una fantasia di protezione che alletta gli adolescenti che provano a sperimentarsi nei rapporti, non solo superficiali, ma soprattutto quelli che hanno un carico emozionale, da casa, dalla propria camera, circondati dalla famiglia, dove a proteggerli è proprio la preoccupazione del genitore che li esorta a spengere il cellulare.

La chat, la comunicazione via web,  come è facilmente intuibile, invita a nascondersi rispetto a dove si sta emozionalmente e a dove sta l’altro.

Tale riparo consente a chi partecipa di un rapporto (sia esso d’ amicizia, lavoro, amore) di entrare o uscire dai vissuti che quel rapporto evoca, così come si entra o si esce on/off line.

Nella lontananza si può celare tutto il fascino dell’assenza, della nostalgia, dell’idealizzazione. Lontani non ci resta che sublimare scrivendo, chattando, pensando all’altro e l’altro come un oggetto imprescindibile da se stessi: “Sarebbe bello andare insieme al concerto di stasera se solo…”, “ a te piacerebbe tanto questo posto”.

Rimbalzi di messaggi e fotografie in cui l’altro viene solo pensato e mai raggiunto.

Ma nel non raggiungimento si può fare la fantasia di non essere mai delusi?

Ascolto le mamme e i papà che mi parlano e mi vengono alla mente quelle testimonianze di illustri rapporti epistolari tanto intensi da bastare a costruire epiche amicizie, amori o scambi professionali che sono stati le fondamenta di teorie innovative nelle arti e nelle scienze.

Il rapporto epistolare è stato usato come banco di prova per divulgare idee, condividerle e talvolta è diventato taccuino storico per ricostruire le tappe del pensiero di un autore.

Penso a Macchiavelli, Freud, Dino Campana, Einstein, Leopardi, Whitman, e non basterebbero giorni per rileggere le pagine su cui sono stati resocontati pensieri letterari, politici, per trovare quei passaggi in cui sono state discusse questioni filosofiche, civili, morali, che hanno cambiato la storia o dove è stato espresso il dolore per qualcosa di perso o mai raggiunto.

Erano rapporti reali, amicizie e colleganze durate una vita intera, seppure a distanza.

E’ indubbio che la tecnologia, quaranta anni fa lo fece l’entrata della televisione nelle case, tenda a preoccupare quanto a incuriosire ed attrarre; ed è fortemente vero che possa dare l’illusione di vivere il mondo senza uscire di casa.

Ma forse condannarne l’uso a priori non aiuta a soffermarci a guardare i rapporti che si vivono.

Un figlio può essere in crisi o felice a prescindere dal tempo che passa su Internet, a volte forse può essere utile chiederglielo.


  • Simonetta Putti

    Mi piace, Carolina, questa tua riflessione sulle nuove tecnologie perchè è equlibrata e si tiene lontana dalla frequente ‘tecnofobia’. Concordo sul fatto che – attraverso i nuovi media – si realizza una dimensione paradossale nella quale distanza e vicinanza si sommano e interagiscono.
    Sono ormai da tempo consentiti scambi con interlocutori distanti anche migliaia di chilometri e quindi si facilita la reperibilità e lo scambio di informazioni; l’assenza è quella del corpo concreto, mentre parole e immagini possono fluire. Può derivarne una accresciuta sensazione di poter essere nel mondo e agire / incidere nella realtà ed ovviamente tale sensazione può sconfinare – per i soggetti più a rischio – nella dimensione dell’onnipotenza.
    Non credo che gli svantaggi ed i rischi siano irrilevanti, ma vedo le opportunità offerte…
    La possibilità di inviare /ricevere una immagine (magari la foto appena scattata ad un oggetto che ci interessa e / o coinvolge) ci consente di conferire uno spessore anche visivo ai dati trasmessi.
    Attraverso l’immagine, così come attraverso un brano musicale, passiamo all’interlocutore un contenuto non verbale, che può veicolare una emozione.
    Se “non troviamo le parole”… possiamo parlare con una immagine, o dire con una musica…. è offerta una gamma di possibilità comunicative analoga a quella consentita dal faccia a faccia.
    Possiamo pensare che – nonostante gli svantaggi ed i rischi – i media in questione possano anche configurare – consentendo prove e avvicinamenti progressivi – una possibile via facilitante, a tempi medi, la comunicazione diretta, non mediata. Forse, semplicemente e come per gran parte degli aspetti del vivere, si tratta di cercare una ‘misura adeguata’ nella fruizione…

  • Carolina Host

    Ti ringrazio Simonetta per il tuo interesse. Credo sia utile continuare a pensare a questo tema perché ogni nuova riflessione ci può offrire spunti per trattare le questioni che incontriamo nel lavoro e nei rapporti.

    Carolina