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Psicologia: professione di aiuto o impresa? La seconda che hai detto

Psicologia: professione di aiuto o impresa? La seconda che hai detto

Siamo seri! 100.000 psicologi sul territorio nazionale è un’offerta monumentale di competenza psicologica.  Sono troppi! – si grida da più parti. Ho capito, magari concordo, ma ci sono.  Fardello di cui preoccuparsi, o risorsa di cui occuparsi? Dipende dalla prospettiva con la quale si osserva questo numero spropositato. Certo è che il numero è questo, destinato ad aumentare di circa 5000 unità ogni anno.

In Italia ci sono 52.000.000 di abitanti dai 15 anni di età in su (dati ISTAT per il 2014), 52.000.000 di destinatari di prestazioni d’aiuto, per 100.000 psicologi fa uno psicologo ogni 520 abitanti, compresi gli psicologi. Considerando che la maggior parte delle persone si arma di buon senso e delle risorse che ha per affrontare i propri problemi, e solo raramente chiede l’intervento di uno psicologo, di questi 520 clienti potenziali pro capite, quanti arriveranno a prendere la decisione di contattare uno psicologo che li attende con pazienza nel proprio studio? 10, 20? Secondo me non ci si arriva. E una volta che si fosse terminato di aiutare questi 20, altri 20 si dovrebbero attivare a chiederci aiuto. O pensiamo di rendere obbligatorie le prestazioni d’aiuto, come le vaccinazioni? Scenario surreale, no? Eppure, se fossimo ineluttabilmente vincolati ad organizzare il nostro àmbito professionale alla erogazione di prestazioni d’aiuto, a questo dovremmo ambire per rendere 100.000 psicologi se non ricchi almeno benestanti, o in grado di arrivare dignitosamente a fine mese. Come vedete, non è una disquisizione teorica: sono semplici e pragmatici conti da massaia. Lo psicologo come professionista d’aiuto non tiene con questi numeri. Fa anche quello, aiutare, per carità. Ma non creiamo occupazione per gli psicologi continuando a pensarci come professionisti d’aiuto e punto.

E accettiamo un altro dato di realtà: sono giovani, gli psicologi italiani. Il 50% di loro ha un’età inferiore ai 40 anni. Non si ritireranno dalla professione tanto presto. Dovremmo chiudere le iscrizioni di tutti i corsi di laurea in psicologia sul territorio nazionale per prossimi vent’anni, se volessimo riportare i numeri su medie europee. Il che implicherebbe un progressivo invecchiamento della professione, della ricerca e della formazione professionale, a svantaggio della tanto già vituperata qualità. La strada da prendere è certamente un’altra.

Se pensiamo, se almeno qualcuno pensa come me che bisogna spostare il baricentro della professione dall’offrire aiuto (ai pochi che lo chiedono a noi), alla progettazione di servizi che incontrino le esigenze di clienti da individuare, qualche aggiustamento di rotta prima o poi va deciso. Magari prima di festeggiare il 150.000° iscritto all’ordine.

E qui dilato la struttura dialogica di questo mio scritto convocando, esplicitamente, alcuni interlocutori a che cotanto ragionassimo insieme.

Cari colleghi docenti universitari di psicologia, quando entriamo in un’aula universitaria di fronte alle matricole, smettiamola di esordire (alcuni, non tutti) con la solita litania: “Vi siete iscritti a psicologia, non troverete lavoro”. E’ un messaggio paradossale, no? Ma come, li abbiamo appena accettati nella folta schiera! Cominciamo, piuttosto, ad occuparci di mercato del lavoro e di sviluppo professionale, dedichiamo almeno una parte del nostro tempo di ricerca ad investire sulla innovazione della disciplina in senso professionale. Attrezziamo i nostri studenti a fare i conti con un mercato fluido, dove lo psicologo può lavorare in equipe con medici, educatori, insegnanti, ingegneri, sociologi, economisti, avvocati.. in tanti e differenziati ambiti: consulenza organizzativa, conseguenze dello stress lavoro correlato, sport, riqualificazione territoriale e ordine pubblico, sviluppo di programmi di reinserimento o inserimento sociale per categorie svantaggiate, o deboli, scuola, orientamento… Non sto mica improvvisando: ci sono professionisti che cercano di impiegare la loro competenza in ambiti nuovi. All’Ordine del Lazio stiamo raccogliendo esperienze e idee, stiamo interpellando colleghi giovani che, seppure non godono della solidità di una seniority, sono sospinti da freschezza e desiderio di sperimentare. La motivazione è roba loro, mica gliel’abbiamo inoculata noi, anzi… Piuttosto gli smarriti, i disorientati, gli incerti, gli scarsamente attrezzati, quelli che quando iniziano il tirocinio non hanno neanche una richiesta formativa da fare al loro supervisore, quelli che sono terrorizzati all’idea di condurre un’intervista, che al primo contatto con l’asperità del mercato si rifugiano in un rassicurante percorso formativo post lauream pluriennale; quelli sono opera nostra.

La psicoterapia esiste, ed è un ambito consolidato; ma è piccolo, nel rapporto con 100.000 psicologi abilitati e legittimamente in cerca di lavoro. Certo, colleghi, se continuiamo a far finta che si lavori solo e soltanto come psicoterapeuti allora dovremmo anche assumerci la briga di convincere, o sollecitare, 520 persone ogni studente a farsi erogare almeno un sostegno da uno psicologo.

Lavorare in ambito psicologico richiede sempre più, e sempre più chiaramente, un approccio autoimprenditivo. La sfida che ci lancia l’innovazione professionale è quella di anticipare una domanda, e scommettere il nostro capitale (la nostra competenza professionale) sulla costruzione di un prodotto che incontri quella domanda e lasci il cliente soddisfatto. Ecco perché la carriera nella professione psicologica è un’impresa.

Prof.ssa Viviana Langher

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  • Alessandro Raggi

    Ho letto con attenzione l’articolo e a parte l’enfasi con cui scrive (bene) l’autrice, ho trovato poca concretezza e nessuna indicazione operativa. In che modo il “povero” neolaureato o la matricola potrebbe, infatti, modificare l’assetto della domanda di mercato per gli psicologi? Perché esclusivamente di questo si tratta: di opportunità concrete di lavoro, non di ipotetiche aree d’impiego o di attività per gli psicologi (scuola, lavoro stress correlato, sport, ecc.). Senza parlare di clinica ovviamente, come giustamente sottolinea l’autrice.
    Escludendo del tutto però anche la consulenza organizzativa, la quale non s’improvvisa, richiede competenze che non si maturano durante il solo ciclo universitario e che, comunque, restano un ambito poco richiesto per la scarsa cultura organizzativa che abbiamo in Italia (nel meridione è pari quasi a zero). Ciò non deve scandalizzare – che non si diventi esperti di organizzazione solo con la laurea – esattamente come non si diventa psicoanalisti solo con la psicoterapia.
    L’autrice ha la sola colpa di conoscere poco, evidentemente, nel mondo del lavoro, i contesti organizzativi italiani pubblici e privati.
    A mio avviso il problema dell’occupabilità di tanti psicologi giovani è reale e non risolvibile con un invito a essere creativi nell’immaginare possibilità di lavoro alternative. Perché io posso pure immaginare di fare lo psicologo dello sport o di lavorare in equipe con gli ingegneri, ma resta – in difetto di reale domanda – un bel sogno destinato a trasformarsi in un brutto risveglio.
    Purtroppo non sarà la maggiore o più frastagliata offerta a creare più domanda.
    Gli psicologi sono troppi per la richiesta italiana: questa è la sola certezza che abbiamo e di cui si dovrebbe tener conto e invitare a tenere in conto, quando si discute seriamente di occupabilità per gli psicologi. I motivi sono tanti, ma questo è lo stato di fatto, che piaccia o meno. Fantasie di occupazioni belle e improbabili, non aiutano che a operare un potente diniego rispetto alla condizione e allo spazio che offre il mercato e in definitiva non contribuiranno che a far sentire ancora più frustrato il giovane psicologo, impotente a modificare le condizioni economiche, sociali e culturali che lo vedono “in eccesso” rispetto alla domanda.
    Studiare psicologia oggi, deve ahimè prescindere da qualunque aspettativa lavorativa per il futuro, deve essere una scelta fatta con passione e con impegno, cercando di ottenere i migliori risultati, senza sperare però – illudendosi – di poter fare lo psicologo boschivo a supporto delle Giovani Marmotte.

  • valeria

    Sono commossa e.. rinforzata! Grazie!

  • Alessandro Östenbräun

    Il discorso è questo: lo psicologo non è un personaggio con una cassetta degli attrezzi applicabile a questo o quell’altro campo di lavoro in modo indistinto. Questa mia frase può sembrare ovvia e retorica ma guardandomi intorno sono portato a pensare l’opposto. Mi sembra che siano pochi coloro che comprendono che uno psicologo dello sport (per dire un ambito) operi in modo enormemente diverso da uno psicologo clinico. Nel primo caso abbiamo tra le mani questioni più tecniche e se vogliamo pratiche, mentre nel secondo siamo di fronte ad una dimensione di senso che non può e non deve venire accomunata alla prima! Girando su internet vedo blog e siti di psicologi che parlano di “tecniche per quello, tecniche per quell’altro”: la tecnica ha un’obiettivo specifico, l’essere umano ha il solo obiettivo dell’autenticità. Diversamente il passo verso una professione che, in fin dei conti, altro non è che un semplice “accontentare” la richiesta del cliente (che quindi non è più paziente) è breve e disastroso.
    Alla psicologia serve una seria e profonda riflessione etica che al momento manca completamente, imperniati come siamo su questioni riguardanti l’efficacia o la spendibilità delle nostre teorie.
    Non nego a volte di sentirmi come una voce nel deserto, ma questa è un’altra questione.

  • Checco Pompei

    Magari si potrebbe cominciare a formarne di meno istituendo il numero chiuso nazionale all’interno delle universita’.