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Fluenza: il Gruppo Doppia Diagnosi

Progetto da “Psicologia innovazione e sviluppo (PIS) – 2011”

Fluenza: il Gruppo Doppia Diagnosi

Sapevi che fino al 31.03.15 è attiva una call for projects?

Innovation Label  è un’occasione per gli psicologi iscritti di promuovere il proprio progetto di intervento, presso la comunità professionale e non solo: intendiamo avviare una strategica attività di promozione dei progetti presso possibili committenti di interventi psicologici. Scopri come partecipare!

Con l’obiettivo di condividere risorse entro la comunità professionale e proporre a cittadini e istituzioni una prospettiva sulle variegate aree e forme di intervento psicologico, presenteremo in questa sezione un progetto di intervento, presentato nel 2011 all’iniziativa “Psicologia innovazione e sviluppo (PIS) – 2011”

Fluenza: il Gruppo Doppia Diagnosi

A cura di Edoardo Vivard, U.O. Dipendenze ASL Salerno.

 

Il progetto nasce da una necessità pratica e da una finalità sperimentale.

In primo luogo, si è dovuto affrontare lo spinoso problema della doppia diagnosi: le modificazioni indotte dalle nuove abitudini nel consumo di sostanze psicoattive hanno stravolto la pratica clinica dei servizi per le dipendenze, che si erano strutturati negli anni sull’abituale presa in carico dell’eroinismo e sulla centralità del ruolo del tossicologo. L’accesso sempre più importante di pazienti problematici, con dipendenza da alcol, da cocaina, con politossicodipendenze complicate, hanno costretto gli operatori a confrontarsi con dimensioni psicopatologiche più ardue, primarie o secondarie, non contenute dalla stabilizzazione oppiacea. Tutto questo con la storica carenza, nella maggior parte dei servizi, della figura dello psicoterapeuta, e con notevoli difficoltà a stipulare forme di collaborazione con gli operatori della salute mentale.

Tuttavia, e siamo al secondo aspetto, la condivisione di percorsi formativi e clinici comuni tra operatori delle dipendenze, della salute mentale e psicoterapeuti-ricercatori esterni, ci ha indotto a trasferire al tema in oggetto quanto era stato sperimentato per altre condizioni cliniche. Concretamente si è attivata una collaborazione e una co-partecipazione di psicologi e psicoterapeuti, di docenti e ricercatori della Scuola Sperimentale per la formazione alla Psicoterapia e alla Ricerca nel campo delle Scienze Umane applicate di Napoli con l’U.O. Dipendenze di Salerno e L’UOSM di Pontecagnano F. (Sa). Grazie a questa sinergia si è studiata e poi attuata la possibilità di utilizzare un dispositivo terapeutico messo a punto e praticato nei percorsi di cura gestiti dal Laboratorio della Cura della scuola di formazione di cui sopra. Detto dispositivo si avvale di due differenti sessioni praticate nel lavoro terapeutico gruppale, definite Fluenza ed Esercitazione, che qui abbiamo condensato in una sessione unica che si è progressivamente strutturata in senso esercitativo dopo una fase più libera, meno vincolata ad una articolazione predeterminata. Per un approfondimento sulle modalità operazionali di tali sessioni si rinvia necessariamente alla bibliografia annessa.

Inizialmente il nostro obiettivo era quello di affrontare la componente psicopatologica e quella di dipendenza di pazienti gravi, già seguiti individualmente dai due servizi citati prima, in un setting comune che ci consentisse anche di poter trattare diversi pazienti contemporaneamente, pur nel mantenimento di spazi individuali.

Abbiamo innanzitutto stabilito degli obiettivi graduali: all’inizio eravamo attenti alla costituzione del gruppo, puntando alla ritenzione in trattamento e alla costituzione di un contenitore solido che permettesse di arginare angosce ed emozioni negative e che facilitasse l’esplorazione di dinamiche personali. In questo senso i due conduttori hanno costituito le condizioni indispensabili a tale necessità attraverso un atteggiamento empatico e accettante, stimolando il gruppo e facendo sì che, nel giro di poche sedute, ognuno si sentisse parte di un’esperienza condivisa. Noi riteniamo che ogni terapia psicologica non possa esimersi dal valorizzare i cosiddetti fattori comuni della psicoterapia, in quanto corpus metateorico di atteggiamenti unanimemente riconosciuti validi ed efficaci. Nel nostro caso questo livello iniziale dell’esperienza ha attinto pienamente proprio a questo sapere: il risultato è stato che il gruppo ha costruito le condizioni per essere considerato una base sicura da cui partire per esplorare nuove modalità esistenziali e comportamentali.

La fase successiva, verificata la tenuta di tutto l’insieme e registrata con nostra soddisfazione una maggiore aderenza anche ai percorsi individuali (compreso lo stesso trattamento farmacologico), ha preso di mira la questione delle emozioni. È cognizione acquisita e riconosciuta che nelle dipendenze, oltre che nel disagio psichico grave, è decisamente presente una sorta di analfabetismo emotivo; questo stato alessitimico risulta essere  molto problematico, soprattutto in quanto ostacola il lavoro terapeutico. Così la conduzione ha assunto caratteristiche più differenziate nello stimolare i partecipanti a riconoscere, nominare e condividere i propri stati d’animo, i propri vissuti, cercando quindi di focalizzare su questi aspetti le interazioni interpersonali e i discorsi di ognuno, le espressioni offerte e partecipate. Questa alfabetizzazione emozionale ha finito per impregnare la stessa atmosfera gruppale, di modo che essa ha dato luogo ad un codice condiviso, quale modo di riconoscersi nella specificità del gruppo, in uno stile di partecipazione collettiva.

L’avanzamento del processo di cura ha disinnescato molte difficoltà affettivo-relazionali che in precedenza determinavano agiti aggressivi e discontrollo degli impulsi: risultati certamente non eclatanti, a questo punto dell’esperimento, ma indubbiamente riscontrabili con evidenza.

Dopo questa fase, si è aperta la possibilità di strutturare ulteriormente il gruppo con forme esercitative peculiari, basate sull’utilizzo dello strumento narrativo.

Innanzitutto, prima che iniziasse l’intervento di gruppo ad ogni paziente, durante la sessione individuale, è stata somministrata la SVaM; quindi si è chiesto di produrre un breve testo scritto che fornisse una succinta descrizione autobiografica e una sommaria ricognizione della storia di vita. Questo testo, in una prima fase, ha rappresentato la base per la discussione di gruppo. A turno, la presentazione di sé ottenuta tramite la lettura dello scritto ha consentito di attivare una interazione partecipata che ha generato una elaborazione di quanto dichiarato dall’autore, un’intensificazione del significato del suo percorso esistenziale e un’amplificazione dei temi in gioco. I conduttori si sono posti come ispiratori di questi processi interattivi, canalizzando i discorsi attraverso una sorta di sintassi basata sulle funzioni metacognitive. In particolare abbiamo utilizzato contributi di scuola cognitivista (ad es., autori come Semerari) e ci siamo attestati sull’identificazione di cinque funzioni: integrazione, differenziazione, distanziamento, monitoraggio e mastery.

In una seconda fase abbiamo chiesto ai pazienti di fornirci la caratterizzazione di un personaggio di fantasia che in qualche modo li rappresentasse; quindi i vari personaggi sono stati fatti interagire in una storia comune nel gruppo. Le vicende che si sono dipanate con la partecipazione di tutti sono state la base degli interventi dei conduttori, i quali chiosavano le storie con domande e riflessioni tese a provocare le funzioni psichiche citate.

A mo’ di esempio piuttosto semplice, citiamo il caso di alcuni interventi basati sul distanziamento (cioè la capacità di mettersi nei “panni degli altri”, di proiettarsi all’interno della mente altrui al fine di riviverne sentimenti e pensieri, di differenziare il proprio punto di vista da quello degli altri). Si chiedeva ad ogni utente di cercare di immaginare cosa provasse in un certo momento un determinato personaggio, di esplicitarne, nei limiti del possibile, i vissuti in riferimento ad un evento in corso, stimolando un’attenzione più marcata agli stati interni degli altri personaggi come fossero i propri, anche comparandoli con i vissuti del proprio avatar.

Alla fine tutto il materiale ha dato vita ad una storia collettiva tramite una produzione scritta.

La risomministrazione della SVaM, alla fine del periodo di attività del gruppo, ha mostrato mediamente un miglioramento della metacognizione, soprattutto in alcuni parametri, che noi giudichiamo incoraggiante. Naturalmente non possiamo dedurre conclusioni certe, in considerazione del periodo limitato dell’esperimento, ma ci sostiene nella nostra valutazione positiva, oltre all’utilizzo di uno strumento oggettivo, anche il fatto che questa esperienza è l’applicazione a particolari pazienti, per quanto piuttosto problematici, di un protocollo di intervento utilizzato da anni in svariate condizioni cliniche, con esiti certamente positivi.

Infine indichiamo questa pratica come un primo e utile esempio di fattiva collaborazione nel campo della salute mentale tra pubblico e privato, ognuno col suo campo elettivo di applicazione, di finalità e di esperienze e col proprio bagaglio di conoscenze e competenze. Ci pare che da tale collaborazione non  possa che guadagnarci la qualità delle prestazioni erogate ai nostri pazienti.

 

Bibliografia minima di riferimento

Dimaggio G., Semerari A.,: I disturbi di personalità. Modelli e trattamento, Laterza, Bari, 2003.

Grieco F., Vivard E.,: Nuova clinica. Appunti per una cura sperimentale delle dipendenze, Ed. Kappa, Roma, 2009.

Id.,: Percorsi contemporanei della cura. Estetica, Terapeutica, Fenomenologia, Ed. Kappa, Roma, 2011.

Gruppo Zero,: Esercitazioni connessionali, Ed. 10/17, Salerno, 1990.

Mele A.,: Fluenza d’espressione, Ed. 10/17, Salerno, 1995.

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