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Attività psicologiche in gruppo per persone con demenza

Progetto da “Psicologia innovazione e sviluppo (PIS) – 2011

Attività psicologiche in gruppo per persone con demenza

Sapevi che fino al 31.03.15 è attiva una call for projects?

Innovation Label  è un’occasione per gli psicologi iscritti di promuovere il proprio progetto di intervento, presso la comunità professionale e non solo: intendiamo avviare una strategica attività di promozione dei progetti presso possibili committenti di interventi psicologici. Scopri come partecipare!

 Con l’obiettivo di condividere risorse entro la comunità professionale e proporre a cittadini e istituzioni una prospettiva sulle variegate aree e forme di intervento psicologico, presenteremo in questa sezione un progetto di intervento, presentato nel 2011 all’iniziativa “Psicologia innovazione e sviluppo (PIS) – 2011”

Attività psicologiche in gruppo per persone con demenza


A cura di Daniela Fiorentino, Salvo Traina e Rachele Ruggiero, Ass. Oasi.

Tale progetto descrive un intervento di promozione del benessere destinato a soggetti anziani con vario grado di deterioramento cognitivo. L’utenza tipica è quella dei soggetti che frequentano i centri diurni per anziani fragili o che vivono in case di riposo o strutture sanitarie assistenziali.

Il trattamento tradizionale delle demenze ha sempre dato la precedenza alle finalità di tipo riabilitativo, puntando al recupero dell’autonomia o al mantenimento delle abilità residue della persona. In questo intento di cura si rischia di perdere di vista la persona, ponendosi obiettivi che appartengono più al care-giver e non tengono conto di quello che è la persona. Cambiando tale prospettiva, autori come Tom Kitwood (1992, 1997) hanno applicato  i principi dell’approccio centrato sulla persona  alla persona con demenza.

Il concetto di accettazione non giudicante (Rogers, 1961) ben si applica alla condizione delle persone con demenza, le quali sono spesso sottoposte a richieste da parte dell’ambiente, che non possono soddisfare a causa delle proprie disabilità: non ricordano, non capiscono, non riescono ad esprimersi chiaramente. Sembra che non vadano mai bene così come sono, che dovrebbero essere diverse, perché questo gli chiede l’ambiente. Essere accettati dagli altri diventa ancora più importante nel momento in cui la persona presenta una serie di deficit, poiché contribuisce al mantenimento di un’immagine positiva di sé, nonostante la progressiva perdita di capacità. Accettazione positiva incondizionata della persona con demenza significa dunque che la persona va bene così come è, che l’accettiamo e apprezziamo, senza chiederle di cambiare o di essere diversa. Osservando le interazioni tra operatori e ospiti di strutture residenziali per anziani con demenza, capita a volte di assistere a dialoghi in cui l’ospite pone la stessa domanda, a distanza di pochi minuti. Pensiamo a quanto sia poco accettante e anche frustrante e confondente per la persona ricevere una risposta che sottolinei la mancanza di memoria, come per esempio “Ma come, te l’ho appena detto…”.

Anche il concetto di empatia si applica molto bene all’atteggiamento di chi interagisce con una persona con demenza. L’esperienza emotiva di queste persone è spesso amplificata, a volte apparentemente senza nessuna o con poca relazione con l’esistenza di stimoli oggettivamente presenti nella realtà e per questo è difficile condividerla o comprenderla. Chi interagisce con una persona con demenza può allora solo fidarsi dell’esperienza emotiva di chi ha di fronte e immedesimarvisi, pur senza capire bene qual è il motivo che l’ha suscitata, oppure sapendo che lo stimolo che l’ha  provocata non esiste nella realtà attuale. Immaginiamo, in un mondo fatto di stimoli confusi e poche certezze, quanto possa essere rassicurante avere vicino una persona che capisce cosa stiamo provando e ce lo dimostra attraverso una verbalizzazione dei sentimenti che coglie in noi o tramite segnali non verbali, ai quali spesso la persona con demenza particolarmente deteriorata è più sensibile. Una donna che si muove agitata perché non trova più i suoi bambini, per esempio, non si tranquillizza se l’operatore cerca di riportarla alla realtà dicendole che i suoi figli sono grandi e che stanno a casa, ma se le si rimanda, invece, che si è colto il suo stato di preoccupazione, si apre la strada per un’interazione tra l’operatore e la persona, che è in sé tranquillizzante. La capacità di cogliere le esperienze emotive della persona con demenza, per quanto bizzarre e slegate dalla realtà, diventa inoltre fondamentale al fine di umanizzare il tipo di assistenza che gli forniamo. L’intensità delle reazioni emotive della persona confusa può essere sconvolgente, ma non è svalutandone l’autenticità e allontanandosi asetticamente dalla realtà emotiva della persona, che riusciamo a difenderci. Al contrario, comprendendo quello che la persona sente, preserviamo sia il nostro che il loro essere Persona[1] . Sia accordare questo status che negarlo hanno conseguenze che sono verificabili empiricamente perché provocano benessere, rispettivamente, o malessere.

L’intervento qui descritto mira a favorire nelle persone il mantenimento di un senso soggettivo di benessere, anche in presenza di deterioramento cognitivo. Si tratta di una metodologia di intervento in gruppo che ha l’obiettivo di creare dei momenti in cui svolgere in gruppo attività che stimolino il recupero di identità, permettano l’espressione di sé ed il contatto con le proprie emozioni e favoriscano la relazione.

L’attenzione è focalizzata sull’accettazione incondizionata di quanto portato dalla persona e sulla convalida di quanto da essa riferito o agito, dell’unicità della sua realtà, della sua esperienza, del suo mondo emotivo. Lo stile relazionale che viene utilizzato e sollecitato nei partecipanti è orientato in generale al concetto di OKness dell’Analisi Transazionale (Stewart & Joines, 2000)  come atteggiamento di fondo verso se stessi e gli altri: se penso di essere ok e penso che anche gli altri lo siano, vedrò sia me stesso sia l’altro in un modo positivo ed accettante.

I vantaggi principali di attività in gruppo così strutturate sono due:

1) attraverso gli incontri in gruppo è possibile svolgere una funzione di sostegno anche verso chi non può beneficiare di colloqui strutturati. E il sostegno percepito è rafforzato, poiché non proviene solo dall’attività svolta ma anche dal ruolo svolto dal gruppo.

2) la condivisione delle esperienze con il gruppo migliora il clima e le relazioni tra i suoi membri.

Pur trattandosi di attività molto semplici, vengono vissute con eguale soddisfazione dai partecipanti, a prescindere dal loro livello cognitivo.

Quello che sorprende durante questi incontri è come per alcune persone sia ormai impossibile ricordare quanti anni hanno o il nome dei figli, o cosa hanno detto due minuti prima, ma hanno immediatamente chiaro quand’è che si sentono felici, quando tristi, quando hanno paura: stanno male, non camminano, apparentemente non colgono più nulla di quello che accade intorno a loro e sono ancora Persone, come tutti noi.

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO

Kitwood T. & Bredin (1992) Person to Person: a guide to the care of those with failing mental powers, Loughton, Gale Centre Publications.

 Kitwood T (1997) Dementia reconsidered: the person comes first. Berkshire, UK, Open University Press.

Rogers C. (1961) On Becoming a Person, Houghton Mifflin.

 Stewart, I., & Joines, V. (2000) L’analisi Transazionale, Garzanti

Photo Credit: Jaybird (https://www.flickr.com/photos/jstar/2450231233)

[1]     Ci si riferisce qui al concetto di Personhood: lo status di essere persona. “posizione o status che viene riconosciuto ad un essere umano dagli altri nel contesto di una relazione e dell’essere sociale. Implica l’accordo all’altro di riconoscimento, rispetto e fiducia”. (T. Kitwood, 1997

 

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