Psicologi Psicologia e interventi domiciliari

Perché a domicilio?

Una riflessione attorno alle motivazioni dell’intervento psicologico domiciliare

Perché a domicilio?

di Umberto Di Toppa
Coordinatore del GdL Psicologia e interventi domiciliari

Premessa

L’intervento psicologico domiciliare riguarda un peculiare ambito d’intervento che vede lo psicologo operare entro un setting specifico, quello del domicilio dell’utente appunto, che differisce profondamente dalla rappresentazione più comune e diffusa che investe la figura dello psicologo: lo studio, le poltrone, il taccuino, etc., parole che evocano un’immagine “mitica” dello psicologo che non sempre tiene conto della realtà odierna, del contesto storico, delle specifiche forme che assumono oggi i problemi di cui la professionalità psicologica si può occupare.

Se guardiamo alla formazione psicologica (soprattutto quella universitaria) vediamo un pressoché assente riferimento all’approfondimento teorico e tecnico dell’intervento psicologico entro il setting domiciliare, mentre nel contesto professionale molti sono ormai gli psicologi che intervengono a domicilio.

Più in generale, negli ultimi anni, è in atto un mutamento entro l’azione professionale degli psicologi. Oltre allo sviluppo della professionalità psicologica che interviene in campi diversi da quello prettamente clinico (scuola, sport, organizzazioni, marketing, etc.), assistiamo ad un profondo cambiamento, relativamente all’intervento psicologico clinico, caratterizzato soprattutto dallo “spostamento dell’intervento psicologico dalla tecnica al problema del cliente” (Carli, R. , et al. 2014). Si tratta di un cambiamento di grande rilievo e notevole interesse. Se andiamo indietro nella storia alla metà del secolo scorso vediamo come l’intervento psicologico e psicoterapeutico era considerato un’esperienza volta alla conoscenza di se stessi, o inteso come azione di cura, più che per occuparsi di “problemi” personali e sociali.

Oggi, a distanza di quasi mezzo secolo, le cose sono davvero cambiate. Dopo la fase di attenzione alle tecniche e anche di sviluppo delle differenti scuole di psicoterapia, si è passati alla centralità del problema portato da chi si rivolge allo psicologo, o da chi è inviato, tramite il potere del mandato sociale, allo psicologo stesso (Carli, R. , et al. 2014).

L’orientamento ai problemi delle persone, più che alla cura attraverso specifiche tecniche, ha contribuito al processo di ripensamento delle metodologie e prassi psicologiche in funzione dei problemi delle persone, sovvertendo la cultura professionale precedente che richiedeva alle persone, con i loro problemi, di adattarsi alle tecniche, ai setting e alle prassi d’intervento proprie del professionista.

Proprio entro questi cambiamenti si inserisce l’intervento psicologico domiciliare, che nasce a fronte di un ripensamento degli strumenti d’intervento dello psicologo, che vanno incontro a diverse trasformazioni proprio in funzione dell’incremento di efficacia dell’intervento in ordine ai problemi di cui si occupa.

Questo ha importanti implicazioni inerenti le modalità d’intervento e la teoria della tecnica che informano e orientano la prassi psicologica, come anche aspetti di identità professionale: è interessante notare come, in molti casi, l’intervento domiciliare sia vissuto dagli psicologi come una perdita di prestigio e di rilevanza sociale nei confronti dei colleghi che intervengono nello studio privato. Una lettura stereotipale del lavoro domiciliare, che di fatto pone problemi interessanti di teoria della tecnica e di strategia d’intervento.

Intervenire entro uno specifico setting, quello domiciliare, significa, in altri termini, ripensare teorie e tecniche d’intervento in funzione dei problemi incontrati: il lavoro psicologico domiciliare si qualifica, dunque, come un tipo d’intervento che può essere attivato laddove la specificità del setting stesso diviene utile rispetto al problema trattato. Ma quali sono i problemi di cui si occupano gli psicologi che intervengono a domicilio? In quali casi e rispetto a quali criteri è utile attivare un intervento domiciliare?

Nelle prossime righe si propongono delle riflessioni e dei criteri relativi al senso dell’intervento psicologico domiciliare e soprattutto in relazione al perché e in quali casi è utile attivarlo.


 

L’intervento psicologico domiciliare: quando si attiva e a chi si rivolge?

L’intervento psicologico domiciliare di cui si parla può essere inteso come intervento psicologico-clinico, rivolto all’utente, mediante un setting domiciliare; dunque, un intervento, entro il contesto di vita dell’utente, teso ad attivare risorse personali e familiari tali da promuovere lo sviluppo del contesto di convivenza entro cui l’utente è inserito.

È bene sottolineare fin da ora che per domicilio non si intende solamente il domicilio concreto dell’utente designato dell’intervento psicologico, ma “domicilio” rappresenta anche un setting di lavoro e insieme uno strumento d’intervento, talmente fondamentale rispetto al lavoro psicologico che implica un ripensamento di prassi e metodologie d’intervento.

L’intervento psicologico domiciliare si differenzia dall’assistenza domiciliare psichiatrica a stampo infermieristico-riabilitativo, come dall’assistenza sociale propriamente detta, consistente in prestazioni di aiuto all’utente non autosufficiente, come anche dall’assistenza educativa, spesso rivolta a minori e famiglie, e da altre tipologie di assistenza che avvengono al domicilio dell’utente da parte delle più disparate professionalità.

L’intervento psicologico domiciliare rappresenta un tipo d’intervento che vede lo psicologo intervenire entro un setting specifico, ovvero il contesto di convivenza dell’utente, al fine di trattare problematiche tali per cui l’intervento necessita di essere caratterizzato dalla presenza concreta del professionista entro le dinamiche relazionali agite proprie del soggetto di cui ci si occupa e dell’insieme organizzato delle sue relazioni. Questo è vero anche trasversalmente alle specifiche problematiche o ambiti dichiarati d’intervento.

Ad una riflessione più approfondita, relativamente al target dell’intervento psicologico domiciliare, il termine “domiciliare” appare riduttivo e omologante rispetto alla varietà dei problemi trattati e alla complessità delle situazioni che il professionista incontra e poco si adatta a modelli d’intervento che sono chiamati ad affrontare problemi molto diversi tra loro.

Infatti, nella realtà odierna, vediamo la professionalità dello psicologo intervenire a domicilio nell’ambito dell’assistenza agli anziani, sia in termini riabilitativi, sia di supporto alla famiglia (un esempio emblematico è l’intervento nei confronti di anziani affetti da Alzheimer e delle loro famiglie), nei confronti di pazienti psichiatrici, rispetto a soggetti con disabilità, a bambini e ragazzi diagnosticati nei modi più diversi, alle famiglie con questioni di vario genere, tra cui spiccano termini quali genitorialità e perinatalità, rispetto, infine, al più noto ambito delle cure palliative, del fine vita.

Si potrebbe continuare a lungo. L’area dell’intervento domiciliare concerne diversi tipi di soggetti target e può essere declinato in molte versioni: in funzione della committenza, degli obiettivi dell’intervento, del mandato sociale, del contesto culturale entro il quale si dispiega (Carli, R. , et al. 2014).

In ogni caso sembra valido utilizzare uno specifico punto di vista che vede l’elemento del domicilio quale vertice d’osservazione e approccio al lavoro che ne caratterizza e ne sostanzia la valenza psicologica d’intervento in determinate situazioni.

In tal senso l’intervento psicologico a domicilio (trasversalmente allo specifico target) sembra spesso riguardare lavori che non hanno una letteratura scientifica alle loro spalle: è raro trovare interventi ove venga proposta una riflessione scientifica che li approfondisca, quasi come se nel processo di riflessione e teorizzazione di specifici modelli e prassi d’intervento il setting domiciliare sia una piccola variante accessoria.

Si tratta, anche, di lavori storicamente recenti, che sembrano la risultante di modelli culturali della contemporaneità: come se in un mondo sempre più interconnesso maturi illogicamente l’isolamento relazionale tra gli individui in situazioni di difficoltà, entro una paradossale sperequazione tra contatto e relazione. In tal senso l’intervento domiciliare richiama associativamente quel rapporto medico-paziente, o meglio, medico-famiglia, che caratterizzava l’assetto culturale del medico di base (o per meglio dire, del medico della mutua), una cultura più appartenente agli anni passati che ad oggi.

Ma a ben guardare, provando ad allargare il campo d’osservazione, negli ultimi anni, il profilo epidemiologico che sostiene la domanda d’intervento psicologico è profondamente cambiato.

Sembrerebbe che negli ultimi trent’anni le trasformazioni demografiche, economiche e sociali nel nostro paese abbiano mutato il volto delle nostre comunità e dei loro bisogni di salute. Da un punto di vista generale la popolazione italiana ha conosciuto un notevole sviluppo in termini di reddito medio, di istruzione, di aspettativa di vita alla nascita, di emancipazione femminile, di consapevolezza e cura della salute. Parallelamente i fenomeni di denatalità, di distanziamento tra le generazioni, invecchiamento della popolazione e incremento dei livelli di non autosufficienza, sviluppo delle aree suburbane, migrazione, diffusione dell’uso di sostanze stupefacenti, aumento della cronicità, hanno contribuito ad allentare ed in alcuni casi hanno lacerato le reti di supporto sociale informale (famiglia, vicinato, organizzazioni non professionali) che costituivano la maggior quota del capitale sociale della popolazione italiana. Di fatto i cittadini italiani (e la regione Lazio è tra quelle che più di tutte segue questo trend) sono mediamente più ricchi, istruiti e sani, ma più diseguali tra loro e probabilmente più vulnerabili in condizioni di difficoltà, incluse malattie ed altre forme di disagio psichico.

Rispetto a questi mutamenti l’intervento psicologico domiciliare sembra proporsi quale modalità di lavoro che insiste sul “territorio” come ottica metodologica d’intervento e come strategia d’azione professionale, per intercettare efficacemente l’attuale domanda di salute ed intervenire su problematiche che si esprimono sempre più attraverso la disgregazione sociale e l’isolamento relazionale, aspetti questi che spesso limitano anche le possibilità stesse di accesso ai sistemi di cura. In tal senso il “territorio” può essere inteso come la complessa realtà dei sistemi di convivenza entro cui i problemi,  di cui la psicologia può occuparsi, nascono e si sviluppano.

Dunque, oltre ad essere caratterizzati da una scarsissima letteratura scientifica e ad essere di recente acquisizione, gli interventi psicologici domiciliari sembrano avere alcune specifiche caratteristiche comuni, trasversalmente alla tipologia dei target d’intervento:

  • si tratta di interventi realizzati con persone che, spesso, non hanno richiesto direttamente e in prima persona una “assistenza”, una “terapia”, un “intervento”. Il committente può essere il più vario: genitori o famigliari, magistrati, insegnanti, servizi sociali, psichiatri, servizi socio-sanitari, cooperative sociali;
  • in tutta un’area dell’intervento psicologico domiciliare l’operatore che interviene spesso non ricopre, formalmente, un ruolo psicologico; diverse tipologie di intervento domiciliare possono essere svolte assieme a persone caratterizzate dalla più varia formazione: educatori, assistenti sociali, operatori del volontariato, così come psicologi. In questi casi l’intervento domiciliare può avvantaggiarsi di una specifica funzione psicologica (che è ciò che caratterizza l’intervento psicologico domiciliare e lo differenzia da altri interventi di tipo educativo, assistenziale, etc.), ma questa non sempre è scontatamente attesa dalla committenza. Ciò che sembra utile evidenziare rispetto a quanto vediamo nelle realtà territoriali, è la specificità della funzione psicologica che, in questi casi, viene attivata a beneficio dell’utente anche entro ruoli non formalmente riconosciuti come psicologici;
  • sovente, negli interventi domiciliari, lo psicologo ha a che fare con una persona diagnosticata. Diagnosi tra le più varie che spaziano dall’autismo alla disabilità, dalla malattia mentale ai disturbi neurologici o psichici dell’età anziana. In queste situazioni, a volte, si fatica a porre una relazione di senso tra la diagnosi e l’intervento (Carli R. 2016);
  • spesso, gli psicologi che intervengono a domicilio, si trovano a diretto contatto con la dinamica delle relazioni familiari fortemente “agita” nel loro luogo naturale: in questi casi lo psicologo si confronta con la complessità di porsi come oggetto “terzo” entro una dinamica relazionale solitamente agita, ripetitiva, senza possibilità di pensare emozionalmente alle vicende del rapporto e della convivenza;
  • un ultimo elemento trasversale agli interventi domiciliari è che questi interventi hanno a che fare, nella maggioranza dei casi, con singole persone, cioè l’intervento si attiva inizialmente in rapporto ad un soggetto designato: ad esempio il disabile, l’anziano con demenza, lo studente da aiutare nei compiti, l’adolescente da seguire con l’assetto psicoeducativo, il bambino autistico da impegnare in attività le più varie, e con gli obiettivi più diversi, etc. La competenza psicologica, nella quasi totalità di queste situazioni d’intervento, consente di trasformare l’intervento stesso, spostandolo dalla singola persona alle relazioni che caratterizzano l’esperienza entro la quale si lavora. In questo senso risulta fondamentale l’utilizzo di una teoria della tecnica che sia capace di capire, interpretare la relazione e che consenta la facilitazione al cambiamento della relazione stessa (Carli R. 2016).

Pur nell’enorme variabilità delle problematiche di cui si occupano gli psicologi che intervengono a domicilio è possibile proporre una serie di situazioni problematiche che, ad oggi, risultano vedere la maggior parte degli psicologi impegnati negli interventi domiciliari:

  • pazienti oncologici, terminali e loro familiari;
  • pazienti in situazioni mediche di post-acuzie e loro familiari: incidenti, operazioni, post dimissioni ospedaliere;
  • persone agli arresti domiciliari (quale misura cautelare) o in detenzione domiciliare vera e propria;
  • pazienti con patologie psichiatriche severe (caratterizzate da chiusura e isolamento);
  • lutto, con forti sentimenti depressivi;
  • gravidanze a rischio e post-partum (perinatalità);
  • minori (diagnosticati e non), con diverse tipologie di problematiche inerenti alle più diverse modalità relazionali disfunzionali;
  • anziani affetti da demenza e loro familiari;
  • soggetti con disabilità psichica e/o fisica.

Infine, è utile ricordare che l’attuale panorama dell’intervento psicologico domiciliare vede la figura dello psicologo intervenire in tale ambito anche con funzioni di coordinamento, supervisione, formazione e progettazione di servizi domiciliari.


 

Perché a domicilio? Un approfondimento degli aspetti inerenti alla metodologia d’intervento

Consideriamo ora alcuni aspetti, che hanno a che fare molto più strettamente con i modelli d’intervento e con la teoria delle tecnica psicologica, che organizzano l’intervento psicologico a domicilio. Lungi dall’essere esaustivo ed esauriente rispetto alle motivazioni che rendono maggiormente efficace l’assetto domiciliare rispetto ad altre modalità d’intervento psicologico (come ad esempio l’assetto dello studio privato), ci si limiterà a trattare alcuni dei criteri che risultano essere centrali relativamente alle motivazioni che sostanziano l’intervento psicologico domiciliare.

Come abbiamo accennato, uno dei principali “perché”, rispetto all’opportunità di attivare un intervento psicologico domiciliare, riguarda la possibilità di intervenire rispetto a soggetti che “non possono”, per diverse ragioni, raggiungere lo studio del professionista o un servizio sul territorio: parliamo ad esempio di soggetti che per cause mediche e/o psichiche faticano nel contatto con l’esterno, sentendosi o ritrovandosi nei fatti “bloccate” dentro casa. Molte delle situazioni problematiche accennate nel paragrafo precedente rientrano in questa categoria, dove l’assetto domiciliare rappresenta una risorsa fondamentale ai fini dell’intervento psicologico: in queste situazioni l’intervento psicologico può lavorare sulla relazione tra lo psicologo e l’insieme delle relazioni organizzate del paziente stesso (con lo psicologo, con la famiglia, con i servizi territoriali, etc.), nella direzione di favorire un movimento, non solo concreto, ma principalmente di tipo simbolico, verso l’esterno: verso relazioni gratificanti.

Accanto a questo principale “perché” possiamo considerarne un altro, la cui trattazione implica un necessario approfondimento sulle questioni riguardanti più da vicino gli aspetti metodologici del lavoro psicologico.

Si potrebbe affermare che è utile attivare un intervento psicologico domiciliare laddove la problematica inerente alla domanda d’intervento è caratterizzata da forti dinamiche agite che necessitano di essere trattare nel contesto di convivenza del soggetto, al fine di attivare un intervento efficace. In situazioni cioè dove il soggetto designato dell’intervento propone relazioni in cui viene meno il lavoro di elaborazione e simbolizzazione.

Tentiamo di chiarire meglio questa affermazione provando a fare un parallelo con l’intervento psicologico di tipo ambulatoriale (intendendo con questo termine sia l’assetto dello studio privato dello psicologo sia i servizi territoriali che lavorano con tale assetto: pensiamo ad esempio ai CSM).

È possibile pensare che l’intervento che si attua esclusivamente tra le mura dello studio poggia sull’assunto che ci sia una trasferibilità dell’esperienza dal “qui e ora” del setting al “là e allora” dell’esperienza del paziente nei suoi contesti o, comunque, che le elaborazioni condotte, le decisioni assunte, i provvedimenti adottati e concordati nell’ambito dell’incontro in studio, producano effetti efficaci non solo e non tanto entro quell’ambito, ma anche e soprattutto nel contesto di vita dell’interlocutore; contesto nel quale si è generato il problema che ha motivato la domanda allo psicologo. Riferendoci più nello specifico al processo d’intervento psicologico, il lavoro nel setting ambulatoriale è volto sì alla evoluzione di quanto si verifica nel setting stesso, ma nell’ipotesi che, con l’esperienza che si va costruendo nell’ambito dell’incontro, il paziente potrà farci qualcosa anche in altri ambiti.

In altri termini, l’assunto epistemologico di base è che ci possa essere una sorta di corrispondenza tra il “qui e ora” all’interno dello studio e il “là e allora” della vita nel mondo esterno. La sussistenza di tale corrispondenza implica però la presenza di specifiche risorse da parte dell’interlocutore; risorse cognitive, emozionali, attentive, motivazionali, economiche. La modalità di lavoro strettamente ambulatoriale, quindi, presuppone la presenza di determinate risorse sul versante dell’interlocutore. Si suppone che ci sia, da parte del cliente, una competenza e una possibilità di operare quel trasferimento bi-direzionale tra “qui e ora e là e allora” (Scala V. 2011). Nel contesto dello studio privato è possibile realizzare un’esperienza significativamente differente da quella dell’ambiente di vita, ma questa esperienza può, in alcuni specifici casi (ad esempio in situazioni in cui il peso patogeno del contesto di vita, essenzialmente l’ambiente familiare, è soverchiante rispetto alle risorse del soggetto), rimanere alternativa a quella abituale e da essa separata. In questi casi non si osserva trasferibilità (Scala V. 2011).

Da qui, l’ipotesi dell’opportunità di un trattamento domiciliare. Un tipo d’intervento che si differenzia tanto dal lavoro psicologico in assetto ambulatoriale, quanto dalla generica assistenza nel contesto domiciliare (accompagnamento, supporto alle attività quotidiane, etc.).

In altri termini, la possibilità che quanto accade nell’incontro in studio produca riflessi utili al di fuori è lasciata a carico del paziente. La pratica d’intervento psicologico nello studio presuppone quindi un interlocutore che potremmo definire dotato di risorse e competenze o, per così dire, evoluto: ovvero che si adatti perfettamente alle tecniche e al setting proposto dal professionista.

Le situazioni con cui gli psicologi, ma anche molti servizi territoriali (come ad esempio i Centri di Salute Mentale) entrano in contatto, per contro, non sempre soddisfano questo requisito e in questi casi l’assetto ora ricordato non risulta più efficace e utilizzabile.

È proprio in rapporto a questo secondo tipo di situazioni che, tendenzialmente, si rivolgono quegli interventi che definiamo domiciliari.

In questi casi si sperimenta che lavorare esclusivamente sulla realtà rappresentata, non garantisce la possibilità di trasformazioni efficaci della realtà delle relazioni del paziente, la cui possibile evoluzione sembra, invece, richiedere un intervento diretto da parte del professionista.

Diventa allora necessario una azione entro il contesto di vita del paziente. L’intervento non si situerà più in un setting separato dai contesti di vita, ma diventerà intervento nei contesti. Intervento di costruzione, governo e manutenzione di contesti, ove è la relazione che diviene il luogo paradigmatico dell’intervento.

Il lavoro in studio e il lavoro riferito ai trattamenti domiciliari si collocano, per così dire, su ordini logici diversi. Passare dall’uno all’altro comporta un salto epistemologico relativo al passaggio dal lavorare sulla realtà rappresentata, al lavorare sulla possibilità di dare senso alla realtà fenomenica dei contesti di vita del paziente (Carli R. 2011).

In questo senso, uno strumento fondamentale per lo psicologo che interviene a domicilio, potrebbe essere rappresentato da ciò che possiamo definire come azione interpretativa: con tale termine s’intende quell’”azione” ristrutturante il setting, che lo psicologo mette in atto al fine di comunicare al paziente il senso di una specifica situazione della relazione, là dove sia impossibile per il paziente stesso accedere alla funzione di pensiero sulle emozioni.

Pensiamo ad esempio agli interventi con pazienti psichiatrici, ma anche con adolescenti problematici: in alcuni casi l’azione interpretativa è l’unico modo di procedere, utile allo psicologo, quando viene meno la funzione di elaborazione e simbolizzazione da parte del paziente e l’unica modalità di stare nella relazione è quella dell’agito emozionale senza pensiero.

Da qui, l’ipotesi dell’opportunità di un trattamento domiciliare che insiste entro il sistema di relazioni agite del contesto di convivenza del paziente, rappresentato dal domicilio. Dunque, per aprire una possibilità di trattamento in assetto domiciliare rispetto a determinate domande di intervento psicologico, è necessario porre attenzione alla relazione, più che al singolo individuo, o meglio, al rapporto simbolico che intercorre tra l’individuo e il suo contesto di convivenza (familiare, sociale, dei servizi): ciò comporta un profondo mutamento del setting d’intervento psicologico clinico, quindi della professione psicologica stessa.

Inoltre, l’intervento domiciliare, comporta l’interazione non solo con il nucleo familiare, quanto anche con il sistema culturale entro il quale la famiglia è iscritta. La competenza psicologica, in questa tipologia d’intervento, ha a che fare così con differenti e interagenti sistemi di rapporto: il rapporto tra psicologo domiciliare e singoli membri della famiglia, quello con l’insieme dei familiari e con l’interazione tra loro, quello con le manifestazioni simboliche, mitiche e rituali della cultura entro la quale la famiglia è iscritta (Carli, R. , et al. 2014).

Qui il setting domiciliare è particolarmente interessante, perché consente di conoscere la dinamica delle relazioni familiari nel loro luogo naturale, ma al contempo di porre lo psicologo quale “terzo” entro una dinamica relazionale solitamente agita, ripetitiva, senza possibilità di pensare emozionalmente alle vicende del rapporto e della convivenza (Carli, R. 2011). Lo psicologo che interviene entro il setting domiciliare, in questi casi, può essere inteso quale supporto pensante alle emozioni del paziente designato, una funzione integrativa che può dare senso alle emozioni del paziente e tradurle in un continuum coerente e comunicabile.

In definitiva, è possibile pensare che l’intervento psicologico domiciliare si qualifica quale specifico assetto d’intervento, di cui la professionalità psicologica si può avvalere, al fine di intervenire in maniera efficace rispetto a specifiche domande d’intervento, in rapporto alle quali altre modalità di lavoro risultano essere meno opportune in ordine agli obiettivi che l’intervento psicologico stesso si pone.


 

Riferimenti bibliografici:

Carli R. (2016) I “nuovi lavori” degli psicologi. Riflessioni sulla dinamica psicoanalitica dell’”assistenza”. Unpublished manuscript.

Carli R. (2011). Malati psichiatrici e domanda psicoterapeutica nei servizi di Salute Mentale. Rivista di Psicologia Clinica, No 2.

Carli R., Paniccia R.M. (2011) La cultura dei Servizi di Salute Mentale in Italia. Dai malati psichiatrici alla nuova utenza: l’evoluzione della domanda di aiuto e delle dinamiche di rapporto. Franco Angeli: Milano.

Carli, R., & Paniccia, R.M. (2003). Analisi della domanda. Teoria e tecnica dell’intervento in psicologia clinica. [Analysis of demand. Theory and technique of intervention in clinical psychology]. Bologna: Il Mulino.

Carlino, M., Crisanti, P., Di Toppa, U., Di Ruzza, F., Giovannetti, C., Izzo, P., & Carli, R. (2014). Cinque casi di assistenza domiciliare come intervento di psicoterapia psicoanalitica [Five cases of home care services as an intervention of psychoanalytic psychotherapy]. Quaderni della Rivista di Psicologia Clinica, 1, retrieved from http://www.rivistadipsicologiaclinica.it/ojs/index.php/quaderni/issue/view/43

Scala V. (2011). Ambulatorio e territorio. Considerazioni sull’operare clinico nei Centri di Salute Mentale. Rivista di Psicologia Clinica, No 1.