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Lo psicologo nel Welfare: figura strategica o trasparente?

Lo psicologo nel Welfare: figura strategica o trasparente?

E’ indubbio: il sistema del Welfare in Italia oggi è in un processo di grande trasformazione. E necessiterà, nel prossimo futuro, di cambiamenti ancora più profondi. Cambiamenti in grado di intercettare nuove esigenze, bisogni emergenti che rivestono assai spesso carattere di complessità estrema. Diviene prioritario costruire servizi che siano in grado di elaborare risposte innovative e flessibili che, tenendo conto dei vincoli economici, possano ottimizzare, e al tempo stesso qualificare, i processi organizzativi e metodologici dei servizi sociali e sanitari, sia pubblici che del privato sociale.

Eppure la scienza psicologica – che studia l’articolata ingegneria dei sistemi umani e delle loro relazioni – appare ancora largamente sottoutilizzata rispetto alle sue grandi potenzialità che potrebbero essere messe utilmente a servizio del processo di cambiamento in atto. Un cambiamento che dovrà presto investire il concetto stesso di salute, di benessere individuale e collettivo e tutte le articolazioni, istituzionali e non, in cui questi concetti si declinano operativamente. In crisi infatti non è la psicologia – che si sta facendo sempre più vicina ai cittadini – ma il Sistema dei servizi sociosanitari chiamati a dare risposte organizzate alla domanda di salute dei cittadini.

L’attuale organizzazione del sistema dei servizi non sempre prevede la figura dello psicologo che agisce per lo più in contesti sanitari e in maniera assai residuale nei servizi sociali; comparti, quello sanitario e quello sociale, che stentano ad integrarsi nonostante da più parti venga invocata, quasi come panacea di tutti mali, l’integrazione sociosanitaria. Eppure la conoscenza della dimensione umana individuale e relazionale e le innumerevoli competenze dello psicologo nell’organizzazione dei sistemi umani potrebbero costituire pietre miliari per il miglioramento dei servizi per la salute. Come mai nonostante l’introduzione di un’ottica psicologica all’interno dei servizi socio-sanitari possa apportare un notevole valore aggiunto si assiste a questo ritardo, se non addirittura a un’involuzione rispetto a un recente passato?

Come comunità professionale ci troviamo nelle condizioni di doverci interrogare profondamente se vogliamo uscire da questo impasse e tornare ad essere (o diventare) interpreti del processo di costruzione della salute pubblica di cui ciascun attore istituzionale è co-protagonista assieme al cittadino, protagonista indiscusso.

Prima ancora di domandarci perché non siamo stati ascoltati, forse dovremmo chiederci se ci siamo espressi in maniera sufficientemente chiara e forte circa il nostro ruolo e la nostra funzione.

Si dirà, ma si sta smantellando il Welfare per ragioni puramente economiche! In parte questo può essere vero ma siamo sicuri che non vi siano altre ragioni sociali, politiche, ma anche professionali, tecniche e metodologiche?

E’ possibile che in una fase non lontana del nostro passato professionale, molti psicologi abbiano  interpretato spesso la loro funzione quasi esclusivamente in chiave psicoterapeutica, (o in casi più rari in chiave assistenzialistica e/o medica) all’interno di servizi, strutture ed istituzioni che si aspettavano altro da noi ma che, al tempo stesso, non sapevano formulare una domanda esplicita, una domanda che noi avremmo potuto leggere in maniera più accurata e che avremmo potuto co-costruire assieme a colleghi, ad altri professionisti e ai cittadini stessi, trasformandola in una proposta concreta culturale e organizzativa forte.

L’appiattimento verso modelli psicoterapeutici, dell’una o dell’altra scuola, (dovuto anche a un proliferare abnorme di scuole di specializzazione riconosciute, quasi che ogni psicologo dovesse divenire psicoterapeuta) ha ridotto la portata di tanti altri interventi clinici e di comunità che avrebbero potuto ampliare l’orizzonte teorico, metodologico e applicativo di una scienza a forte valenza sociale, in grado cioè di incidere sulle realtà territoriali, urbane, scolastiche, dei servizi sociali e sanitari, luoghi del vivere civile e della costruzione del benessere.

La psicologia ambientale, della salute, di comunità, di liaison, ecc. pur avendo prodotto molti risultati tangibili nel concreto (si pensi solo a quante buone prassi, quanti progetti sono stati realizzati tra la fine del 1997 e i primi anni del 2000 con la legge 285/97, per fare solo un esempio) non ha realizzato la messa a sistema di una psicologia capace di pianificare, programmare, organizzare in maniera innovativa e flessibile servizi in grado di rispondere in maniera efficace ed efficiente alla domanda di salute e di benessere dei cittadini e delle comunità.

Siamo convinti che nei prossimi anni questa sarà la nostra più grande sfida: individuare e proporre con forza modelli organizzativi in grado di produrre effetti misurabili e tangibili sulla salute dei cittadini, in grado di avere un impatto positivo anche in termini economici, valorizzando tutti quei saperi e quelle prassi di prevenzione primaria e di promozione del benessere in grado di innescare processi di empowerment nei cittadini, nelle istituzioni, nei servizi e nelle comunità.

Dott.ssa Paola Mancini

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