
di Annalucia Borrelli
E’ di questi giorni – a seguito dell’episodio di cronaca di Passo Corese in cui una giovane madre ha commesso un infanticidio – la proposta della SIGO (Società Italiana di Ginecologia ed Ostetricia) di applicare la procedura del TSO extraospedaliero per donne affette da depressione post-partum a rischio di infanticidio. Secondo i promotori “questa procedura consente di adottare limitazioni della libertà personale per ragioni di cura, all’interno dell’abitazione del paziente. Un’èquipe specializzata potrebbe occuparsi 24 ore su 24 delle donne con comportamenti potenzialmente omicidi, tutelando così, in maniera efficace, sia la madre che il figlio. La depressione post-partum si può prevenire e i ginecologi italiani sono impegnati da tempo per diventare ‘sentinelle’.
Come Ordine degli Psicologi del Lazio ci siamo seriamente preoccupati di fronte a questa proposta che prevede, sì, un approccio multidisciplinare di prevenzione e di presa in carico anche con la partecipazione degli psicologi, ma la consideriamo un atto “ultimo” di medicalizzazione che non tiene conto della complessità di un vissuto che avviene nella mente della donna prima, durante e dopo la gravidanza e che come psicologi affrontiamo quotidianamente in modo competente nei servizi, senza diventare “sentinelle” delle nostre pazienti, ma, semmai, attenti accompagnatori delle donne in un momento di riassetto identitario.
Il percorso della maternità è ben lontano dallo stereotipo della mistica che da sempre lo accompagna. La grande idealizzazione si scontra, a volte, con uno stato di impotenza, di ineluttabilità, di timore, di angoscia; inoltre, i modelli di cure materne, anziché essere un aiuto possono diventare una minaccia nel momento in cui non corrispondono alla realtà del vissuto di quel momento. Insomma, diventare madre può significare anche spaesamento, perdita di identità, solitudine; può diventare territorio non protetto in cui prolifera l’ambivalenza.
Come psicologa e psicoterapeuta dell’età evolutiva so bene, poi, quanto sia faticoso l’adattamento reciproco tra la madre ed il bambino nei primi mesi di vita ed anche da questo vertice di osservazione la donna è chiamata a sopportare le difficoltà iniziali dell’avvio della relazione che la faranno sentire una madre cattiva ed inadeguata, alle prese con un figlio tirannico ed esigente e totale ricettacolo dei suoi bisogni. Se è unica ed insostituibile deve allora essere anche una super mamma, competente e sempre disponibile che si colpevolizza se sente una discrepanza tra il bambino idealizzato ed il faticoso bambino reale.
Dal fronte dei colleghi che lavorano nei consultori familiari sappiamo che l’insorgenza della depressione post-partum è più frequente tra le donne che hanno avuto il cesareo, che non possono contare sul sostegno di un partner, che hanno avuto un lutto nei due anni precedenti il parto, che vedono nella maternità il crollo del proprio progetto esistenziale.
Basterebbe soffermarsi solo un attimo su questi dati per capire l’importanza della prevenzione e della diffusione capillare di interventi che ripristino la condizione di benessere della donna con il sostegno alla genitorialità, alla coppia ed alla famiglia, con la responsabilizzazione del padre come “terzo” che funge da protezione della coppia madre-bambino, con la valutazione della relazione madre-bambino attraverso l’osservazione diretta, con l’aiutare la donna ad integrare tutte le parti di sé e tutti i suoi ruoli perché la patologia scatta quando vive se stessa in modi parziali, con l’individuazione di percorsi, nei casi più a rischio, che siano di rispetto e di cura per donne che non sono “mostri”, ma vittime di una situazione di disagio.
L’allarme dell’infanticidio è giustificato e certamente suona aberrante quando è attuato da chi si dovrebbe prendere cura del bambino, ma non crediamo che il TSO per la donna a rischio sia una risposta adeguata che fermerà il fenomeno; sembra, anzi, una risposta che cancella in un sol colpo tutto il lavoro di rete che si può fare preventivamente.
Crediamo, invece, che sia tempo di proteggere le madri con un ambiente facilitante che le aiuti ad immergersi senza interferenze in quella che Winnicott ha chiamato la preoccupazione materna primaria.
Un tempo la famiglia patriarcale riusciva ad assorbire l’impatto della maternità sulla donna, proteggendola e sostenendola nell’impresa; oggi, venuta meno questa struttura sociale e familiare, è il sistema del welfare che dovrebbe intervenire. In Italia si verifica, invece, un fenomeno strano: abbiamo una normativa molto forte per esempio sulla tutela delle lavoratrici madri o nei congedi parentali, ma, nell’atto della maternità e nei primi mesi di vita del bambino, la donna è lasciata sola perché le strutture del welfare di assistenza e di protezione che debbono intervenire sul territorio sono carenti e solitamente sono le prime ad essere colpite nei tagli della spesa pubblica, tenute ben al di sotto degli standard dei paesi europei più avanzati.
Sulla base di queste considerazioni nasce la lettera della Presidente dell’Ordine, di seguito pubblicata, al Ministro Fazio.
Annalucia Borrelli
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