
di Marialori Zaccaria
Negare l’esistenza di un fatto non aiuta a comprenderlo, anzi proprio questa negazione può diventare un problema in più da dover risolvere. Mi sto riferendo in particolare ad uno dei più grandi cambiamenti avvenuti nella nostra società: non si può più negare infatti che oggi viviamo in una società multietnica, la cosiddetta società aperta. La scuola si è trovata a dover fare i conti con questo cambiamento da quasi venti anni, senza avere però gli strumenti necessari per affrontarlo. Abbiamo lasciato soli non soltanto gli insegnanti, ma l’intera organizzazione scuola che nonostante tutto - a mio parere - ha fatto del suo meglio, soprattutto a livello di scuola elementare. Non sempre però è riuscita a affrontare efficacemente le problematiche che tale cambiamento portava sul fronte dell’integrazione fra culture diverse e in particolare riguardo al profitto: i dati sulla dispersione e l’abbandono scolastico sono lì a confermarcelo. In sostanza abbiamo lasciato soli i futuri cittadini del nostro Paese. Anche gli ultimi fatti di cronaca che mostrano manifestazioni diffuse di intolleranza verso etnie diverse, o quelli che vengono definiti fenomeni di bullismo, sono figli di questa dimenticanza e sono ormai un’emergenza sociale su cui concentrare analisi e interventi adeguati. Il bullismo, per esempio, è un fenomeno che può essere risolto con un numero verde o con un voto basso in condotta? Chi pensa che questa sia la soluzione forse non ha capito da dove nasce e perché nasce un tale fenomeno. E’ molto più semplice infatti etichettare dei ragazzi come “cattivi” anziché chiedere o chiederci perché sono “cattivi”, assumendoci parte delle responsabilità. Quindi se diciamo che il problema nasce da una non integrazione all’interno dei gruppi classe, forse iniziamo a capire e facciamo un passo in avanti.
Dobbiamo tenere presente che una classe è formata da un gruppo di individui e che come tutti i gruppi di individui sottostà a delle dinamiche di gruppo. Più il gruppo è grande, più diventa complesso intervenire, poiché si formano automaticamente dei sottogruppi con delle proprie “mentalità” che rendono difficile se non impossibile l’integrazione nel gruppo. Oltre un certo numero di individui le dinamiche di gruppo diventano dinamiche di massa.
Non va dimenticato che, dagli anni Cinquanta in poi, nella scuola dell’obbligo, si è avviato un processo di maggiore alfabetizzazione che ha portato nel tempo ad un numero molto elevato di allievi nelle classi, con una media di 35 per classe.
Poiché gli insegnanti non sono formati e pronti per intervenire da soli su dinamiche di gruppo così complesse, già negli anni 70 è stata chiamata a intervenire nella scuola la Psicologia. Anche questa svolta in sé importantissima tuttavia non è stata pensata e programmata con le dovute modalità: la psicologia è stata lasciata intervenire, quando e se richiesta, per affrontare problematiche già esplose e non per prevenirle. Non è mai stata interpellata - ad esempio - su come potevano modificarsi le dinamiche di gruppo mentre le classi, per risparmiare, passavano da 20 a 35 alunni, o su quale sostegno e quale formazione dovessero essere dati agli insegnanti, di fronte ad un tale cambiamento. Non si può fare economia sul futuro del Paese, e anzi proprio sulla formazione dei futuri cittadini bisognerà investire di più e non solo perché lo dice la Costituzione.
Anche il tema del momento, è cioè l’istituzione delle “classi ponte”, rientra appieno nella problematica delle dinamiche di gruppo, che si complicano se cresce il numero degli alunni, soprattutto se di diversa etnia. L’assunzione di insegnanti di sostegno o di mediatori culturali contemplata fra le misure della mozione approvata alla Camera non appare la soluzione giusta, perché va nella logica della separatezza e non dell’integrazione. Non si devono separare i “diversi”, ma adeguare il numero degli alunni alle problematiche dell’integrazione, formando classi di 20 alunni al massimo.
Lo stesso accadde quando si passò dalle classi differenziali - i ghetti dell’handicap - all’inserimento nelle classi normali con un numero adeguato di alunni portatori di handicap. Ricordo che anche allora molti genitori e insegnanti erano contrari, perché temevano che potesse esserci un rallentamento sul piano didattico. Naturalmente non voglio assimilare il bambino disagiato al bambino straniero, ma l’analogia sta nel confronto fra inserimento ed esclusione. Se davvero si vuole realizzare l’integrazione tra diverse culture e fare apprendere i valori della convivenza civile, la soluzione potrebbe essere quella di inserire un numero adeguato di alunni di diverse etnie, in un gruppo classe molto meno numeroso.
Quanto alla funzione della “classe ponte” per l’apprendimento della lingua italiana, è fin troppo banale affermare che forse la migliore scuola è stare con i bambini italiani. E poi, quali valori di convivenza civile insegniamo ai nostri figli creando le “classi ponte”? Questa proposta mi ha ricordato la vergogna e l’ umiliazione che patii in seconda elementare quando le scuole e le classi erano divise tra maschi e femmine (solo verso la fine degli anni Cinquanta si arrivò alle classi miste ed anche questo fu un grosso cambiamento culturale nel nostro Paese per l’integrazione tra sessi diversi). Anche se ero un’allieva modello, per punizione un’insegnante un giorno mi mandò in una classe di soli maschi. Quella esperienza cambiò radicalmente il mio rapporto con l’istituzione scolastica e non auguro a nessun bambino di vivere la stessa umiliazione.
Per concludere, nella scuola si è sempre inizialmente proceduto alla separazione, alla esclusione tra diversi (maschi-femmine, normale-disagiato, italiano-straniero) per poi andare verso integrazione e convivenze. Cerchiamo di non ripetere oggi gli stessi errori e di lavorare per quella cultura dell’integrazione e dell’inclusione che ha posto il nostro Paese all’avanguardia in Europa, e che rappresenta il migliore investimento nel futuro delle nuove generazioni: un futuro certamente interculturale, un futuro in cui non è possibile usare la logica del risparmio.
Marialori Zaccaria
Presidente dell’Ordine degli Psicologi del Lazio