Ordine degli Psicologi del Lazio - il portale dello Psicologo

Logo stampa
Ordine degli Psicologi del Lazio - Home Page
 
 

Area iscritti

Lo Psicologo nella Scuola. Principi di deontologia Professionale

di Domenicassunta Corsetti e Antonino Urso


Il termine “etica” viene introdotto nel pensiero filosofico da Aristotele per indicare quella parte della filosofia che studia i criteri in base ai quali l’uomo valuta i propri comportamenti e le proprie scelte in funzione del proprio agire. L’atto morale che ne consegue è il risultato del rapporto tra il comportamento e i valori che lo orientano

Negli ultimi anni nasce e si sviluppa un’etica della relazione tra esseri umani, sempre più codificata in regole da rispettare all’interno dei vari tipi di relazione. In ambito professionale le interazioni si arricchiscono di norme della condotta (deontologia) alle quali il professionista deve attenersi nell’intrattenere i rapporti con l’utenza e con i colleghi. Ci troviamo in un momento storico in cui si è sviluppata una concezione della professionalità incentrata quasi esclusivamente sulla competenza tecnico scientifica, ma carente di attenzione ai risvolti umani – e perciò etici – dell’attività professionale tanto che verifichiamo la quasi totale assenza di corsi di etica professionale in ambito universitario. Eppure avere criteri etici di deontologia professionale è un problema cardine, specie per chi si occupa di formare e/o educare le future generazioni. 

            I termini “formazione” ed “educazione” hanno radici antiche:

Il primo termine (formazione) deriva dal greco paideia, il cui etimo trae origine dall’atto di accompagnare il bambino - nella sua crescita etico-conoscitiva sino alla costituzione di una capacità conoscitiva autonoma e, quindi, adulta. Questo processo, così ben descritto da Platone nel Simposio, nel Fedro e nella Repubblica, non è altro che un continuo marciare con tutta l’anima verso il bene attraverso una visione – partecipazione del bello e del buono. C’è dunque in questo paradigma una pienezza umana da realizzare, un compito alto da portare a termine, una lotta per la costruzione di un sé ideale dalla quale non è possibile esimersi. E questo sfondo etico rimarrà sempre nel pensiero greco.

Il secondo termine (educazione) si sviluppa successivamente ed è invece riconducibile ai termini latini di e-ducere, letteralmente trarre fuori da, ed edere,  che si può esprimere con: mangiare, nutrire (far crescere, allevare) e che trova il suo corrispettivo non nel termine greco di paideia ma in quello di trofeo (nutro, allevo, educo).

………Secondo alcuni autori , ad es. E. Ducci, esimia professoressa da poco scomparsa della Pont. Università San Tommaso e dell’Università degli Studi Roma Tre, e F. Mattei, della medesima Università romana il cui articolo, di recentissima pubblicazione nella rivista dell’ACLI, “Bulimia della formazione, anoressia dell’educazione” ho ampliamente utilizzato nel trattare di formazione ed educazione, nel Novecento sul termine paideia (formazione) è calato un velo di - cosciente o inconsapevole – rimozione, col risultato che ha dovuto cedere il passo al termine educazione. Si è così spostata l’attenzione dalla sostanza alla forma dell’istruire, con la crisi delle ideologie (specie quella Marxista e Cristiana)  è sembrato opportuno a molti non occuparsi più del fine (l’educare a ben vivere di aristotelica memoria) ma del mezzo (l’istruire all’autonomia) nella beata illusione che una società senza ideali potesse trovare il suo ben-essere nel ben fatto, ne è risultato il primato tecnologico dell’efficacia e dell’efficienza, la ricerca spasmodica dell’ottimizzazione delle prestazioni del sistema. Ciò è ben visibile nella scuola moderna, dove ciò che importa nel giudicare il successo di una politica educativa è il raggiungimento di un maggior numero di diplomati e laureati, possibilmente accompagnato da un contenimento dei costi e, quindi, degli investimenti economici nella scuola, piuttosto che una formazione del futuro cittadino nella direzione dell’essere (ben-essere) che unica porterebbe ad una Società con la esse maiuscola, dove sarebbe gradevole vivere e relazionarsi col prossimo. All’Etica del fine si è via via sostituita una pseudo-etica del mezzo.

            Per chi si occupa di formazione il discorso sull'etica acquista un valore del tutto particolare, tanto che alcuni Autori parlano esplicitamente dell'insegnante come "artigiano morale"; si tratta di un'orientamento secondo il quale la grandezza dell'insegnamento risiede distintivamente nella sua dimensione morale, in assenza della quale non sarebbe che una semplice tecnologia. Le tecniche giocano un ruolo secondario; sono i fattori di personalità - l'immaginazione, l'invenzione, la passione, che danno ai metodi d'insegnamento la loro forza e la loro vitalità. In altre parole è la capacità di relazionarsi positivamente con gli altri – e, in special modo con l'altro attore della formazione (l'alunno) - che caratterizza il buon insegnante. La stretta analogia tra le caratteristiche umane che debbono possedere coloro che esercitano la professione di psicoterapeuta e  di docente erano già emerse in uno studio di Strupp e Handley (1979) nel quale erano stati confrontati i risultati ottenuti da psicoterapeuti e professori universitari, noti per la loro empatia con gli studenti: alla fine della ricerca emersero risultati sovrapponibili per quanto riguarda l’efficacia di un intervento psicologico di aiuto, a dimostrazione del fatto che, indipendentemente dalla preparazione professionale, sono le caratteristiche di personalità dell’operatore a costituire il miglior predittore del successo di una relazione professionale di aiuto.

Ciò che la deontologia rappresenta oggi nell’esercizio di una specifica attività professionale può essere individuato con maggiore chiarezza se, insieme a fornire di essa un idoneo inquadramento all’interno delle norme legislative che la riconoscono ed una specifica definizione adeguata e condivisa, si cerca di definire preliminarmente anche altri due concetti che inevitabilmente la riguardano, vale a dire quelli di “Etica” e, ancor prima, di “Morale”

Proviamo a definire i termini “Morale”, “Etica”, “Deontologia” e “Codice Deontologico”:

MORALE : il significato della parola “Morale” è riconducibile al termine latino “mos”, in italiano “costume”. Definisce ciò che è considerato “bene” e viceversa “male” rispetto ai pensieri ed ai comportamenti umani e, più generalmente, in relazione ai costumi e agli stili di vita vigenti in una determinata società.

ETICA: il termine “Etica” fu introdotto da Aristotele per designare quella parte della filosofia che studia la Morale, Frati (2002), afferma che essa cerca: “… di comprendere e definire i criteri in base ai quali  è possibile valutare le scelte e le condotte degli individui e dei gruppi, nonché le caratteristiche e i contenuti delle dinamiche sociali nel corso dei quali si definiscono e si ridefiniscono, in un continuo processo di verifica e di aggiustamento interno ad ogni individuo e degli individui tra di loro, i valori, i principi  e le regole cui si richiamano i singoli ed i gruppi.”

DEONTOLOGIA : la “Deontologia” è l'insieme dei valori, dei principi, delle regole e delle buone consuetudini che diventano regole condivise da un gruppo professionale, alle quali ogni professionista dovrebbe ispirarsi al momento in cui esercita la professione.

CODICE DEONTOLOGICO : Il “Codice Deontologico” non è altro che lo strumento che stabilisce e definisce le cosiddette “norme deontologiche”, ovvero le regole di condotta da rispettate nell'esercizio dell’attività professionale; detto strumento prima di diventare operativo e obbligante per gli iscritti al relativo ordine professionale, va proposto, approvato, - in genere tramite un referendum tra gli iscritti -, e, infine, pubblicato per essere reso di dominio pubblico.

I codici deontologici comprendono al proprio interno sia norme di tipo “imperativo” - alcune sanciscono i divieti, mentre altre definiscono gli obblighi - sia norme di tipo  “permissivo”, che concedono la possibilità di svolgere attività o di assumere comportamenti senza che divengano obbligatori. Queste ultime si rifanno ad un principio che risulta essere sempre più di fondamentale importanza nell’etica professionale, quello di responsabilità, esplicitato sempre più frequentemente nei codici deontologici delle varie professioni (in quello degli psicologi italiani lo troviamo negli art. 1, 2, 3).

Infatti, le norme di un codice deontologico non possono esaurire l'intero spazio dell'etica del professionista: la responsabilità nei confronti di un altro essere umano va ben oltre la codifica deontologica e perfino giuridica che, per loro stessa natura, possiedono solo uno specifico valore storico (Urso, 2006). Resta uno spazio etico più generale, un'etica della responsabilità che va oltre le normative specifiche di qualsiasi professione e le caratteristiche di qualsivoglia periodo storico. A nostro avviso infatti, l’adeguata conoscenza degli argomenti etici sul piano strettamente “cognitivo” non è di per sé sufficiente per rispondere pienamente a tutte le richieste deontologiche alle quali un professionista deve fare fronte, in special modo quando si tratti di una professione d'aiuto quale quella docente. In particolare la richiesta, “nodale”, contenuta nei vari codici deontologici delle moderne professioni d'aiuto è quella che sottolinea la necessità che il professionista promuova il benessere dell'individuo e della comunità: l’articolo 3, al comma 1, del codice deontologico degli psicologi italiani ad es. afferma che:  “Lo psicologo considera suo dovere accrescere le conoscenze sul comportamento umano ed utilizzarle per promuovere il benessere psicologico dell’individuo, del gruppo e della comunità”.

      L’utilizzo del verbo promuovere all’interno di tale norma porta ad un atteggiamento professionale di tipo “attivo”, che non é sufficientemente rappresentato né tanto meno soddisfatto nella mera “non-violazione” delle norme contenute nel relativo Codice, ma che contiene evidentemente in sé la necessità sia di azioni propositive, finalizzate all’affermazione del benessere psicologico delle persone, sia - a monte di tali azioni - di motivazioni personali e professionali coerenti con il raggiungimento degli obiettivi ad esse sottese. Si tratta di discriminare tra una semplice e immediata etica passiva ed una più “dinamica” - e sicuramente di maggiore livello qualitativo - etica attiva.

     Se un’etica  “passiva” (semplice attenzione alla non violazione delle norme deontologiche) può risultare insufficiente in altri ambiti, ancor più risulta deficitaria per quanto l’ambito scolastico, in quanto la “promozione non solo del sapere ma di una personalità sana e matura dell'alunno” è il fine ultimo di qualsiasi intervento nella scuola.

      L’etica cosiddetta “attiva” viceversa comporta che il professionista faccia propria l’esigenza di  “contribuire  al bene”, indipendentemente dal proprio riferimento teorico; così che l'etica non si completa più in un “non-fare” cose contrarie alle norme o ai principi deontologici, ma comporta un impegno ad attivarsi attraverso parole e comportamenti finalizzati alla promozione ed al conseguimento del benessere individuale e collettivo.

Come sostiene F. Frati (2006), nella professione occorre anche molta etica per essere sufficientemente “tecnici”. Senza un adeguato rispetto “interno” a noi stessi dei principi e delle norme deontologiche, senza un’adeguata loro “introiezione” che ci consenta di osservarle senza dovercele per forza ricordare, il nostro lavoro non può funzionare, la nostra “tecnica” non può essere sufficiente per produrre risultati positivi.

Conclude, al riguardo, lo stesso Parmentola, componente della commissione redattrice del vigente codice deontologico degli psicologi (cit., pag. 160),: “Quindi, come spesso accade, un rigore tecnico-professionale può già costituire anche una forma di salvaguardia deontologica. Un dottore tecnicamente bravo è, per ricaduta, un dottore corretto. Un dottore deontologicamente scorretto non potrà, per ricaduta, che fornire prestazioni tecnicamente scadenti”.

È proprio per questo quindi che nella Professione i concetti di “deontologia” e di “qualità” non possono in alcun modo essere disgiunti; anzi, un adeguato approfondimento della materia deontologica può, e probabilmente deve, essere per ciascuno una via pressoché obbligata per migliorare i livelli qualitativi del proprio concreto agire professionale quotidiano e questo "...specialmente oggi che le istituzioni sociali e familiari lasciano un vuoto notevole per quanto riguarda l'educazione etica: se è vero infatti che l'individuo ha bisogno, per vivere bene, di valori di riferimento, è davvero grave che tanto poco aiuto egli riceva nel corso della formazione di una propria scala di valori..." (Urso, 1990). Mentre da un lato ci si preoccupa sempre più di offrire all'uomo di domani un'adeguata formazione tecnica, dall'altro sembra apparire sempre meno importante aiutarlo a costruirsi una buona coscienza. Il rischio che si corre perseverando in questa direzione è quello di considerare l'uomo alla stregua di uno strumento - anche se sempre più perfetto - e non invece quale individuo con dei bisogni propri. Ma anche lo strumento più preciso necessita di qualcuno che lo gestisca: così l'uomo che non avrà imparato a gestire se stesso sarà destinato ad essere in balia degli altri.

La situazione della Psicologia Scolastica in Italia è La conseguenza dell’applicazione della Legge 23 dicembre 1978, n. 833, istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale, che, non possedendo inizialmente alcuna dotazione finanziaria, si proponeva dapprima di attingere alle risorse territoriali per poi ridistribuirvele. Pur con il cambio di gestione, alcune professionalità hanno continuato a svolgere le mansioni precedentemente assolte nell’ente di provenienza: i medici che avevano lavorato nelle varie mutue, ad esempio, continuarono ad adempiere alle stesse funzioni sanitarie ricoperte negli enti disciolti. Altrettanto è accaduto per gli psicologi, tranne che per quelli scolastici: impegnati a soccorrere le persone sofferenti sul piano psichico, infatti quasi tutti gli psicologi inquadrati all’interno del Sistema Sanitario Nazionale sono stati assorbiti dalle funzioni psicoterapeutiche rivolte agli adulti e agli adolescenti, finendo con l’occuparsi dei minori solo se già diagnosticati. Ma le ricerche effettuate a livello internazionale dimostrano viceversa quanto l'intervento degli specialisti risulti determinante quando i minori riescono ad elaborare i problemi prima che questi si acuiscano o, peggio, incancreniscano. Lo psicologo facilita l’elaborazione positiva dell’esperienza personale, anche se non è l’unico ad assolvere a tale compito: di solito - e per fortuna - è lo stesso ambiente familiare e sociale a consentire l’evoluzione favorevole della situazione problematizzata, in ragione dei numerosi fattori che concorrono ad integrare e colmare le lacune e le distorsioni venutesi a determinare. Ma allorquando è l'ambiente familiare e/o sociale stesso ad impedire al minore l’elaborazione della situazione potenzialmente patogena, l'ascolto psicologico rappresenterà un’importante valvola di sicurezza - talvolta l'unica - in grado di consentire al soggetto in età evolutiva quella possibilità di sviluppo libero e costruttivo che la Convenzione Internazionale sui Diritti del Fanciullo afferma essergli sempre e comunque dovuta.

    Per questi motivi tutti i Paesi civili, anche quelli più parsimoniosi nella spesa pubblica, hanno posto la psicologia - e dunque gli psicologi - al servizio dei minori - di tutti i minori - prima che degli adulti, persino di quelli ammalati. Il principio universalmente riconosciuto è esemplificabile con la seguente immagine: se, all’interno di un piccolo centro, lo psicologo non è presente, ciò non costituisce necessariamente un'ingiustizia, poiché vi possono essere ben altre necessità più urgenti alle quali dare la precedenza; l’ingiustizia si verificherebbe invece se, in quello stesso centro, lo psicologo venisse prioritariamente messo a disposizione degli adulti e non dei minori.

    I principi che hanno indotto molte comunità ad assicurare alla scuola mediamente uno psicologo su quattro, vengono incredibilmente disattesi nel nostro Paese a causa della errata applicazione della legge che avrebbe dovuto razionalizzare la distribuzione delle risorse professionali, indirizzandole prioritariamente verso la prevenzione e solo successivamente verso la cura, e tutto ciò proprio in uno dei settori dove la disomogeneità dei costi fra prevenzione e cura risulta essere più macroscopica. Si pensi ad esempio alla differenza fra l’impegno economico e sociale di un intervento frequente e durevole nel tempo da parte di specialisti che si occupano di problemi psichiatrici, di criminalità e di tossicodipendenza, rispetto al costo di una breve, episodica, precoce e spesso risolutiva elaborazione psicologica degli stessi problemi. Nuove ricerche stanno ancor più dimostrando la forte correlazione esistente fra la mancata elaborazione precoce e gravi forme di patologia sviluppate in età adulta. Così accade che pochi Paesi quanto l'Italia vengano colti alla sprovvista ogni qualvolta che sulla scuola si accendono i riflettori della cronaca nera a causa di gravissimi episodi, apparentemente inspiegabili proprio in quanto nessun professionista ha potuto essere messo in condizione di offrire ai minori quelle risorse che la moderna scienza psicologica consente di prefigurare avanti che le esperienze si sdoganino da potenza in atto, prima cioè che sia troppo tardi. Infatti è proprio la scuola che potrebbe offrire ai minori un congruo servizio psicologico prima che faccia la prepotente comparsa il bisogno conclamato; nella scuola lo psicologo potrebbe essere raggiungibile da chiunque e senza il precostituzionale armamentario di diagnosi, prescrizioni,  invii e cure, spesso caratterizzati da interventi lunghi e costosi, e che soventemente risultano solo parzialmente efficaci poiché giunti tardivamente.

    Scopo del Servizio di Psicologia Scolastica, quale supporto alle attività delle singole istituzioni e delle relative utenze, risulterebbe quello di contribuire al miglioramento della vita scolastica, sostenendo lo sviluppo armonico di ogni singolo alunno, operando per la prevenzione del disagio sociale e relazionale e promuovendo il benessere individuale e collettivo nella direzione di quanto sostenuto nelle linee di indirizzo dettate dal Ministero della Pubblica Istruzione per il triennio 2007-2010, che mettono in evidenza la necessità che la scuola rappresenti sempre di più uno strumento per la trasmissione di messaggi positivi che promuovano il benessere dei ragazzi e prevengano il disagio giovanile.

La singola scuola nell'organizzazione di un Servizio di Psicologia Scolastica, qualora non possieda già al suo interno professionalità psicologiche (docenti iscritti all’Ordine degli Psicologi) potrebbe prevedere il ricorso all'opera di strutture specializzate o di singoli professionisti - comunque iscritti all'Ordine professionale - anche mediante apposite convenzioni stipulate ai sensi della normativa vigente, al fine di far fronte con metodo e continuità a tutte le esigenze rilevate. Le istituzioni scolastiche, incentrandosi sulla specifica autonomia didattica, organizzativa, di ricerca e sperimentazione, potrebbero avvalersi del Servizi di Psicologia Scolastica per predisporre progetti di intervento imperniati sulla valutazione complessiva dei problemi rilevati.

Un Servizio di Psicologia Scolastica dovrebbe finalizzare il suo intervento:

  • alla promozione della salute mentale e del benessere individuale e collettivo degli studenti, delle famiglie e del personale scolastico; dell’integrazione scolastica e sociale degli studenti italiani, stranieri e diversamente abili; della motivazione allo studio finalizzata al successo formativo e all’inserimento professionale;
  • alla prevenzione: del disagio giovanile e della dispersione scolastica (drop out); del disagio degli insegnanti (burn out); dei comportamenti a rischio nell’infanzia e nell’adolescenza (disturbi alimentari, abuso di sostanze psicotrope ed alcol, nuove dipendenze, bullismo e devianza minorile, IVG e MST, …)

L’organizzazione delle attività potrebbe essere così articolata:

  • attività su richiesta delle scuole o di singoli utenti: collaborazione nell’analisi delle esigenze del territorio e nella strutturazione del POF; consulenza ai dirigenti scolastici per la gestione delle complesse dinamiche inter e intra – istituzionali;
  • attività di collegamento e mediazione tra le diverse istituzioni (Reti di scuole – Enti Locali - ASL - Associazioni operanti nel territorio – Consulte Municipali) finalizzate alla creazione di un network di servizi a favore dei minori e dei loro adulti di riferimento (insegnanti, familiari, etc.);
  • sviluppo della funzione di coordinamento tra scuola, altre strutture formative superiori (università e percorsi professionalizzanti) e mondo del lavoro;
  • collaborazione nella pianificazione ed attuazione - o affidamento ad altri professionisti, mediante convenzioni - di progetti specifici, concordati con le singole scuole,  che prevedano l’intervento diretto sui gruppi-classe: sostegno alla motivazione allo studio e all’orientamento, educazione all’affettività, sviluppo delle capacità assertive, gestione dei conflitti, educazione interculturale con finalità di  prevenzione della dispersione scolastica, delle devianze e dei comportamenti trasgressivi, del bullismo, delle condotte alimentari devianti, delle dipendenze da sostanze psicotrope, da alcol e dalle cosiddette “nuove dipendenze”.
  • attività di screening per temi e per fasce di età ed eventuale “invio protetto” alle strutture TSMREE territoriali, per l’intervento precoce dei disturbi di apprendimento e di ogni forma di disagio giovanile;
  • sportello di ascolto per studenti;
  • formazione e counseling per i genitori;
  • formazione e consulenza psico-pedagogica per il personale docente e non docente;
  • partecipazione ai GLH d’Istituto o ai GLH operativi, su richiesta degli Organi Collegiali delle scuole e in accordo con gli psicologi / psichiatri dei TSMREE territoriali;
  • attività di raccordo con l’università e il mondo del lavoro per facilitare i passaggi di continuità in uscita dal percorso formativo scolastico.

Il Servizio di Psicologia Scolastica si configurerebbe quindi come l’insieme coerente di attività psicologiche, integrate e coordinate tra loro, relative alle tematiche e alle problematiche proprie del mondo della scuola, e di conseguenza il Servizio di Psicologia Scolastica risulterebbe finalizzato a:

  • contribuire al miglioramento e allo sviluppo della vita scolastica e della sua organizzazione;
  • favorire la crescita e lo sviluppo degli studenti;
  • supportare le famiglie nello svolgere le funzioni educative e genitoriali;
  • migliorare la qualità dei servizi offerti dalle istituzioni scolastiche;
  • contribuire allo sviluppo di un rapporto di rete fra l’istituzione scolastica ed il territorio.

Il Servizio di Psicologia Scolastica si ritroverebbe quindi a svolgere le seguenti attività:

  • promozione di un clima collaborativo all’interno della scuola e tra personale scolastico,  studenti e famiglie;
  • integrazione scolastica e sociale degli studenti italiani, stranieri e diversamente abili;
  • sostegno alla motivazione allo studio finalizzata al successo formativo, all’orientamento e all’inserimento professionale, per la prevenzione della dispersione scolastica;
  • promozione del benessere e sviluppo delle risorse individuali per prevenire la strutturazione del disagio e la comparsa di comportamenti a rischio;
  • formazione, consulenza e sostegno per gli adulti di riferimento (insegnanti e genitori);
  • interventi di consulenza individuale agli studenti (per i minori gli incontri sono effettuati con il consenso dei genitori);
  • sviluppo della funzione di coordinamento della scuola con le strutture formative superiori (Università e percorsi professionalizzanti) e con il mondo del lavoro;
  • attività di collegamento e mediazione tra le diverse istituzioni (Reti di scuole – Ente Locale - ASL - Associazioni del territorio – Consulte Municipali) finalizzato alla creazione di un network di servizi a favore dei minori e dei loro adulti di riferimento (insegnanti e familiari).

Il Servizio di Psicologia Scolastica opererebbe naturalmente in collegamento con gli altri servizi territoriali, fatte salve le rispettive competenze.

Bibliografia

- AA. VV: (a cura di) “Psicologia Scuola Europa: lo psicologo dell’educazione e della formazione”, Atti Convegno 26/02/1999, Notiziario dell’Ordine degli psicologi del Lazio.

- AA. VV. (a cura di) – Psiche tre i Banchi: teoria e prassi dell’intervento psicologico a scuola, Anicia, 2004.

- Frati F. (2002) - "La deontologia come parametro di qualità nell’esercizio della professione di psicologo”, sul Bollettino d’informazione dell’Ordine degli Psicologi dell’Emilia-Romagna, n.3 del 2002

- Frati F. (2006) – I principi deontologici fondamentali dello “psicologo del terzo millennio”.

- Parmentola C. - Il soggetto psicologo e l’oggetto della psicologia nel Codice  Deontologico degli psicologi italiani, Milano, Giuffrè, 2000

- Strupp H. H. e Hadley  S. W. – Specific vs. Nonspecific factores in psychotherapy: A controlled study of outcome, Archives of General Psychiatry, 1979, 36, 1125-1136.

- Urso A. (1990) - "Un Codice Deontologico per gli psicoterapeuti", Newletter Istituto Walden, n. 3 e 4

- Urso A. (2006) -Etica e deontologia professionale, in Metamorfosi nella Psichiatria Contemporanea: Competenze, esperienze, tendenze a cura di M. Di Giannantonino e M. Alessandrini (a cura di), Edizioni Magi, Roma.

- Urso A e Di Bonito T. (2007) – Il bullismo in Italia: cause e diffusione, in L’aggressività e il bullismo nella scuola: Prevenzione e intervento, I. Gagliardini e G. Bortone (a cura di), Edizioni Kappa, Roma.