Comunicati stampa

Un secolo di Psicologia

“I profondi cambiamenti in atto – come la percezione di una riduzione della spazialità, la nuova forma che i movimenti migratori stanno acquistando, la forte trasformazione dei sistemi politici e dei processi economici  – pongono ogni individuo dinanzi all’esigenza di entrare in contatto con i segmenti emozionali della propria personalità, prefigurando in tal modo una sempre maggiore necessità di Psicologia da parte dell’intera collettività e, dunque, una sua crescente responsabilità in una società che non vede che aumentare il suo grado di complessità”.

Così il presidente dell’Ordine degli Psicologi del Lazio Marialori Zaccaria ha aperto i lavori dell’incontro “Un secolo di Psicologia”, che si è svolto oggi alla Camera dei Deputati.

“Una prima risposta – ha proseguito la Zaccaria –  al perché oggi abbiamo voluto fermarci e riflettere insieme ad autorevoli esperti su questo primo, lungo o forse brevissimo, secolo di Psicologia in Italia arriva dal 44° Rapporto Censis  che,  per la prima volta, si è servito  di un linguaggio psicologico per descrivere il malessere profondo di un paese prigioniero delle influenze mediatiche e perennemente condannato al presente, senza profondità di memoria e quindi anche di futuro. Un fenomeno evidente, sistematicamente rimosso.  Si potrà cambiare solo se ciascuno tornerà a guardare dentro di sé, dentro la propria coscienza. Avverte il Censis: Tornare a desiderare è la virtù civile necessaria per riattivare la dinamica di una società troppo appagata e appiattita”.

Il primo a intervenire  è stato il decano e promotore della legge istitutiva della professione di psicologo. “Ogni disciplina scientifica – ha ricordato il senatore Adriano Ossicini – per la propria affermazione autonoma, ha bisogno di una precisa base teorica, di un determinato spazio didattico e, in casi come quelli della Psicologia, di una seria autonomia professionale. La storia dei cento anni della Società Italiana di Psicologia è la storia di una durissima battaglia in una determinata realtà storica e culturale per il raggiungimento di questi obiettivi.  Inizialmente  si raggiunse, pur nel contrasto con la cultura filosofica idealista e quella positivistica della Medicina, uno spazio scientifico autonomo. Più dura ancora fu una autonomia didattica, specialmente visto che il fascismo cancellò la Psicologia dall’insegnamento.  Lunghissima alla fine fu, per resistenze clientelari, il raggiungimento di un autonomo Albo ed Ordine professionale.   Ricordando i cento anni della nascita della Società Italiana di Psicologia rivendichiamo con orgoglio questo nostro percorso storico”.

Ma oggi a che punto siamo? La Psicologia è una risorsa per la Politica? La qualità della formazione garantisce reali competenze? La professione psicologo ha raggiunto una identità riconosciuta dalla società e dalla politica  nei diversi campi in cui il suo intervento è decisivo? 

Queste le domande a cui si sono cercate le risposte, partendo da alcuni dati elaborati dall’Ordine degli Psicologi del Lazio e che restituiscono un quadro contraddittorio.

Mentre da un lato è evidente la crescita della domanda da parte dei singoli - più della metà dei clienti e fruitori di Psicologia (57%) si colloca tra i 25 e 44 anni, che può essere considerata attualmente come l’area target e l’ambito chiave del ciclo di vita – dall’altro, si registra ancora una certa  resistenza a comprendere la funzione insostituibile dello psicologo all’interno dei luoghi di lavoro per la prevenzione del rischio psicosociale, nella scuola per un servizio di psicologia scolastica, nelle carceri, dove cresce continuamente  il numero dei suicidi, e per frenare il processo di “medicalizzazione della società”.

E’ stato un secolo di battaglie culturali, che hanno visto crescere e trasformarsi il ruolo degli Ordini professionali e ancor più il nostro, così giovane – istituito nel 1989 – sempre più attori relazionali sul territorio, in sinergia con le differenti competenze e i differenti livelli di amministrazione per promuovere il benessere sociale. In questo quadro, basti ricordare il tempestivo intervento nella dolorosa vicenda di Rignano Flaminio e la risposta al grido di dolore delle vittime del terremoto de l’Aquila. Ma la responsabilità sociale della Psicologia non può limitarsi alle richieste di singole Istituzioni illuminate.

Una società giusta che programma il suo futuro deve costruire strumenti di selezione delle élites e dei professionisti, efficaci, e assicurando soprattutto il lavoro  ai giovani che escono dall’università. Non è così per la Psicologia, dove siamo di fronte al crescente fenomeno di precariato (l’offerta di professionisti è cresciuta del 31%, fino a raggiungere quota 64.000 (uno psicologo ogni 700 abitanti). Da una recente ricerca è emerso, infatti, che solo il 45% degli iscritti all’Ordine del Lazio è effettivamente occupato nell’ambito della sua professione specifica e secondo i dati di Almalaurea, nel 2007 i laureati in Psicologia occupati ad un anno dal conseguimento del titolo costituivano il 47% del totale.

E’  fin troppo evidente allora che la “risorsa psicologia” non viene utilizzata dalla Politica proprio nei settori sociali in cui ce ne sarebbe maggiore bisogno e nelle direzioni opportune – ad esempio nell’ambito della Psicologia della salute e della prevenzione  – ha sottolineato Nino Dazzi, professore emerito di Psicologia dinamica, (ma anche Presidente della Commissione per il riconoscimento delle scuole di psicoterapia). A questa criticità si dovrebbe rispondere con una programmazione dell’offerta formativa pianificata secondo le esigenze territoriali. A riprova di quanto sostengo si veda il problema, che rischia di diventare drammatico, della formazione degli psicoterapeuti. L’Italia oggi ne produce  più dell’intera Europa, oltre 37.000, di cui circa due terzi psicologi e un terzo medici, pari allo 0,62 x mille abitanti. La moltiplicazione delle Scuole è senz’altro dannosa e soprattutto non va nella direzione che la società richiede, vale a dire  verso quell’orizzonte di responsabilità sociale entro il quale si colloca il futuro della Psicologia”.

Sulla stessa lunghezza d’onda, il  Prorettore vicario Università “La Sapienza” Francesco Avallone ha voluto ripercorrere lo sviluppo della Psicologia lungo la dimensione della continuità e della discontinuità, prefigurando  possibili futuri della disciplina e della professione con riferimento alle richieste della società civile.

“Mai come in questo 2010 – ha  detto il vice direttore generale del Censis Carla Collicelli- anno di grande incertezza (tra crisi economica, in corso e di là da venire, e lotta politica senza risparmio di mezzi e di forze in campo), si è sentita, però, l’esigenza di tentare di descrivere cosa siamo diventati nelle fibre più intime della società, ricorrendo anche ad una strumentazione concettuale di tipo psicologico e psicanalitico. L’occasione è quindi particolarmente propizia per una riflessione sull’inconscio della società italiana di inizio millennio, una società della diffusa e inquietante sregolazione pulsionale, dell’egoismo autoreferenziale e narcisistico, dell’attrazione del vuoto, simbolicamente evidente nel balconing come nell’anoressia. Il problema di fondo è allora proprio il declino della legge e del desiderio nell’inconscio collettivo, per l’eccessivo appagamento, per la labilità dei riferimenti normativi e per la desublimazione degli archetipi, dalla figura paterna alla responsabilità delle coscienze. Quale migliore spazio per una sana psicologia collettiva, di gruppo ed individuale? Ma con quali modalità è possibile mettere a disposizione della società questa risorsa?”.

“Questa giornata  – ha concluso  Marialori Zaccaria -  è servita a rendere visibili le competenze della Psicologia agli occhi della Politica. In Parlamento giacciono molte proposte di legge per la creazione della figura dello psicologo scolastico, che ci allineerebbe al resto dell’Europa,  sull’accesso alla psicoterapia in convenzione, sullo psicologo di base. Tutte battaglie che vedono l’Ordine in prima linea nella tutela della qualità della professione e per la tutela dell’utenza. Alla responsabilità sociale, basata sui principi di solidarietà e colleganza, che la Costituzione ci impone in quanto cittadini, noi dobbiamo aggiungere quella specifica della nostra professione”.