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Psicologo nei centri sportivi? Un aiuto a mantenere equilibrio tra risultati e salute

(La Città – Edizione On-line) “Sono spesso proprio i genitori, sull’onda dell’entusiasmo di stimolare e incitare i propri figli alla pratica agonistica dello sport e all’ottenimento del risultato, a dare il loro inconsapevole ‘contributo’ a uno stato di ansia e stress eccessivi di bambini e adolescenti che praticano discipline sportive: oltre a rischiare di ottenere l’effetto ‘perverso’ di peggiorare anziché esaltare la prestazione, questo atteggiamento mette alla prova in modo improprio e talvolta rischioso la salute psicofisica dei giovani. La presenza stabile di uno psicologo non solo a fianco delle squadre federali del CONI ma anche all’interno dei Centri sportivi privati, come recentemente è stato progettato per le Scuole Calcio, potrebbe certamente aiutare a trovare un migliore equilibrio tra sport e salute per gli sportivi, le loro famiglie e gli stessi allenatori”. E’ quanto dichiara in una nota Pietro Stampa, vicepresidente dell’Ordine degli Psicologi del Lazio, a commento dell’inchiesta “Piccoli Maradona o bambini infelici?”, pubblicata oggi in prima pagina dal Fatto Quotidiano.

“Lo studio dell’ansia e dello stress negli atleti è centrale nello psicologia dello sport, e riguarda tanto i praticanti agonistici che quelli che si allenano e affrontano la competizione solo per divertimento” prosegue Stampa. “Un modello classico suggerisce infatti che la migliore prestazione sportiva si abbia quando il soggetto si trovi in uno stato d’ansia intermedio fra un minimo e un massimo: se infatti lo stato ansioso è troppo elevato, il soggetto rischia di ‘bloccarsi’, se è troppo basso tende a non impegnarsi a sufficienza e a non dare quindi il meglio di sé. Già dagli anni 1960, per esempio, le squadre olimpioniche dell’Unione Sovietica erano costantemente seguite da psicologi che, con vari strumenti di misurazione psicometrica, monitoravano i singoli atleti e intervenivano con colloqui ed esercizi attivanti o tranquillizzanti, per mantenere ognuno di essi in una ‘zona ottimale di ansia’ in grado di garantire lo stato emotivo più adatto alla migliore resa agonistica”.

“Tra le varie ricerche empiriche italiane”, ricorda in conclusione il vicepresidente dell’Ordine degli Psicologi del Lazio “una in particolare, promossa dall’Unione Sportiva ACLI con il contributo della Regione Lazio, già una ventina d’anni fa mostrava come i giovanissimi nuotatori di un gruppo allenato agonisticamente, si trovassero, in corso di preparazione alle gare, mediamente più ansiosi e stressati rispetto a quelli di un gruppo (detto tecnicamente ‘di controllo’) che invece seguiva un programma più blando, non destinato a gare ufficiali”.

 

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