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L’omosessualità non è una malattia da curare

Comunicato Stampa

21 maggio 2010

L’omosessualità non è una malattia da curare

 

Sono più di mille le firme di adesione all’appellopromosso da clinici e ricercatori nel campo della salute mentale e della formazione, da docenti universitari e da rappresentanti istituzionali degli Ordini degli psicologi.

Marialori Zaccaria, presidente dell’Ordine degli Psicologi del Lazio, Giuseppe Palma, presidente CNOP, gli psichiatri Vittorio Lingiardi e  Paolo Rigliano,  rappresentanti dell’Aipa, del Cipa, della Spi, docenti universitari, dipartimenti di salute mentale, sono fra i firmatari dell’appello promosso  in occasione della presenza in Italia di Joseph Nicolosi al convegno “Identità di genere e libertà”. Nell’appello(www.noriparative.it) si condanna ogni tentativo di patologizzare l’omosessualità, che l’American Psychological Association definisce una "variante naturale normale e positiva della sessualità umana" e l’Organizzazione Mondiale della Sanità una "variante naturale del comportamento umano".

“Siamo molto soddisfatti – dichiarano i promotori –  di questa risposta corale che vede insieme mondo della ricerca, delle professioni e delle associazioni. Le adesioni all’appello, che può essere sottoscritto solo da professionisti clinici e ricercatori nel campo della salute mentale e della formazione, continuano ad arrivare per condannare ogni teoria psicologica, filosofica o religiosa che consideri l’omosessualità un disordine da curare”.

 “Queste teorie – si afferma nell’appello -, le terapie “riparative” che su di esse si basano, e ogni teoria filosofica o religiosa che pretenda di definire l’omosessualità come intrinsecamente disordinata o patologica, non solo incentivano il pregiudizio antiomosessuale, ma screditano le nostre professioni e delegittimano il nostro impegno per l’affermazione di una visione scientifica dell’omosessualità. Un terapeuta con pregiudizi antiomosessuali può rinforzare i sentimenti negativi di colpa, disistima e vergogna che molti omosessuali provano, e così alimentare l’omofobia interiorizzata e il minority stress, danneggiando spesso irrimediabilmente la salute mentale del soggetto.  La persona omosessuale che chiede di essere “guarita” (e i familiari spesso coinvolti) va ascoltata ed aiutata a capire le ragioni della sua difficoltà ad accettarsi, ma non va ingannata con la promessa di terapie miracolistiche prive di efficacia dimostrata”.

“Ricordiamo – è il richiamo dei promotori –  che gli psicologi italiani sono tenuti al rispetto degli articoli 3, 4, 5 del Codice Deontologico, che ribadiscono, tra l’altro, come lo psicologo debba lavorare per promuovere il benessere psicologico, astenersi dall’imporre il suo sistema di valori e aggiornare continuamente le sue conoscenze scientifiche.       È nostro dovere affermare con forza che qualunque trattamento mirato a indurre il/la paziente a modificare il proprio orientamento sessuale si pone al di fuori dello spirito etico e scientifico che anima le nostre professioni, e in quanto tale deve essere segnalato agli organi competenti, cioè agli ordini professionali”.

Ufficio Stampa:    Francesca de Seta  349 7733472  ufficiostampa@ordinepsicologilazio.it