Comunicati stampa

L’intervento dello psicologo sul problema dell’obesità

E’ a Milano, al VII Congresso della Società italiana dell’obesità che in questi giorni oltre 1.000 esperti, nazionali ed internazionali si confrontano sui temi della nutrizione e dell’alimentazione. Tra questi argomenti, di particolare rilevanza è il tema dell’obesità.

Con quasi un terzo della popolazione mondiale in sovrappeso od obesa, appare preoccupante il futuro delle nostre generazioni. Non si tratta solo di una questione di salute pubblica ma anche di spesa sanitaria. Le previsioni sono drammatiche.
Si ritiene che la spesa sanitaria sarà insostenibile se non verranno adottate politiche di prevenzione adeguate in grado di contenere le conseguenze derivanti da malattie concomitanti quali il diabete, l’ipertensione, malattie cardio-vascolari, tumori, disabilità motorie etc.

Inoltre, con più di 200 milioni di bambini troppo grassi, assistiamo alla distruzione di una generazione, quella dei nostri figli, che, per la prima volta nella storia recente avrà un’ aspettativa di vita inferiore a quella dei propri genitori.

Per fare fronte a queste problematiche si deve intervenire con nuove strategie e azioni considerando che quelle adottate non hanno portato i risultati sperati.

Quali sono le figure professionali capaci di promuovere l’adozione di comportamenti alimentari corretti?

Fino ad oggi nutrizionisti, medici, dietisti hanno proposto il mondo delle diete, nella migliore delle ipotesi hanno aggiunto suggerimenti tesi ad incrementare l’attività fisica. Peccato che, le evidenze cliniche ci informino di molti adulti e bambini in sovrappeso, obesi, diabetici, intolleranti, che sanno cosa devono o non devono mangiare ma lamentano la scarsa volontà a seguire i "buoni consigli" , la perdita di motivazione durante il trattamento ma soprattutto la presenza di stati emotivi che condizionano le scelte sulla quantità e qualità di cibi assunti. Il problema del "cibo" non è solo di tipo biologico (fame/sazietà) ma anche e soprattutto di nature emotiva, contestuale, culturale, familiare. Nonostante si sappia da anni che l’alimentazione sia determinata da fattori bio-psico-sociali-comportamentali, l’intervento si è quasi esclusivamente ridotto alla equazione MENO CIBO= MENO PESO.

Ma sappiamo che, "Food is more than something to eat". Stress, noia, rabbia, vuoto, solitudine, abitudine, automatismi, apprendimenti errati, sono queste le "spinte motivazionali" non biologiche che portano gli individui a mangiare. La risposta, dunque, che i professionisti devono dare, deve essere orientata all’intervento in queste aree. A questo punto, la domanda fondamentale è :può la psicologia ed in che modo contrastare il fenomeno "obesità" considerata l’epidemia del terzo millennio?

La psicologia, in quanto scienza del comportamento, interviene, con gli strumenti che gli sono propri, per affrontare questo enorme problema epidemico. E’ alla psicologia che spetta l’azione e l’intervento su quegli aspetti psico-sociali-comportamentali che costituiscono la parte più significativa dell’ alterazione degli equilibri alimentari.

Lo studio dei fenomeni che regolano l’intake alimentare, oltre quelli biologici, è fondamentale per l’ottimizzazione di risorse da spendere in un’ ottica preventiva e di intervento in età pediatrica, in particolare, sull’obesità ed il sovrappeso e sulle ricadute psicologiche di malattie alimentari quali allergie e diabete di 1° tipo, secondo direttive europee.

Lo Psicologo alimentare, quindi, interviene per agire su tutti quei fattori che ostacolano il cambiamento di un comportamento anche quando questo è scorretto, inadeguato, deleterio, controproducente, patogenetico.

Un’ azione "formalmente" corretta verso l’utenza (bambini/adulti in sovrappeso, obesi e con problemi di alimentazione) non può trascurare il fatto che al problema contribuiscono tanto fattori biologici quanto fattori psicologici.

Pretendere di effettuare un intervento solo "curando" l’aspetto biologico (cibo ingerito) trascurando i fattori psicologici (perché mangio più di quanto dovrei, perché mangio anche se non dovrei/vorrei) significa fallire nell’aiuto, attribuendo solo alla persona obesa la responsabilità di un mancato successo.