Comunicati stampa

Il contributo della Psicologia di fronte ai temi della convivenza civile: grande sfida futura e condizione necessaria per affrontare l’attuale crisi economica sociale e culturale

la Politica metta in campo la Psicologia per prevenire il disagio

  il management  promuova la salute organizzativa

Una grande sensibilità sociale ha caratterizzato oggi l’incontro organizzato dall’Ordine degli Psicologi del Lazio in tema di Psicologia del Lavoro, considerate le analisi e i contributi che sono arrivati da due grandi esperti come la prof. Handan Kepir Sinangil, docente presso la Marmara University di Istanbul e presidente della Divisione 1, Organizational Psychology, dell’International Association of Applied Psychology (IAAP) e dal prof. Francesco Avallone, titolare della cattedra di Psicologia del Lavoro e prorettore vicario dell’Università “La Sapienza” di Roma.

Aprendo i lavori, la presidente dell’Ordine degli Psicologi del Lazio Marialori Zaccaria ha  ricordato che l’incontro “avviene all’indomani dell’approvazione della cosiddetta Legge di Stabilità, che rappresenta un ulteriore stimolo per la nostra comunità professionale a proseguire lungo quella strada di eccellenza qualitativa già intrapresa.

La Legge di stabilità prevede, infatti, un’importante riforma degli Ordini professionali, da attuarsi entro la fine del 2012, che sia incentrata sui principi di «tutela dell’utenza» e «dell’interesse pubblico». “In questa direzione –  ha detto la Zaccaria – si pongono, infatti, gli assi già delineati della futura riforma, ovvero: l’obbligo per il professionista a stipulare un’assicurazione per i rischi derivanti dall’esercizio dell’attività professionale; l’obbligo a pattuire per iscritto il compenso all’atto del conferimento dell’incarico; la previsione di percorsi di formazione continua permanente – fermo restando quanto previsto in materia di Ecm; infine l’abolizione delle tariffe minime”.

“Il nostro interesse per la Psicologia del lavoro e delle organizzazioni – ha sottolineato la presidente Zaccaria –  fonda le sue radici nella convinzione che, in un momento di intensa instabilità economica quale quello che stiamo vivendo, la precarietà del lavoro possa rappresentare un importante fattore di rischio nella tenuta psicologica della società –  pensiamo agli indignados in Europa o a Occupy Wall Street negli Stati Uniti  – dell’impresa –  e quindi al management – e dell’individuo. Vogliamo  capire come la Psicologia del lavoro possa non solo contribuire al benessere dell’organizzazione e del singolo lavoratore, ma anche allo sviluppo economico. E’ stato lo stesso Presidente del Consiglio Mario Monti, all’inizio di questa settimana , ad evidenziare come «.. sempre di più nel mondo si considera che uno dei fattori di sviluppo anche economico sia la coesione e la capacità di convivenza civile nelle società. … – e ad aggiungere che- le forme di consultazione ed il dialogo serrato, intenso e continuo tra il management dell’impresa ed i lavoratori siano uno degli elementi che spiegano la buona performance dell’economia tedesca». Anche perché in questi momenti di profonda crisi economica, sono saltate le ideologie ed assistiamo ad un rimescolamento dei sistemi valoriali, nonostante cresca nella società un forte disagio esistenziale e quindi il bisogno di una Psicologia in grado di ripristinare gli elementi strutturali della convivenza sociale (che sono il presupposto fondante della professione psicologica come è descritto nell’art. 4 del  nostro Codice deontologico)”.

“Nonostante tutto questo – avverte  la Zaccaria – c’è ancora chi pensa che la Psicologia e quindi il benessere psicologico che germoglia proprio nella convivenza e  nella coesione sociale, siano – entrambi –  comparabili a beni “voluttuari” anziché “primari”.  Uno svarione politico-culturale che guarda sempre più al PIL e non alla FIL (Felicità Interna Lorda, v. Kaheman psicologo e premio Nobel per l’economia). Uno svarione che si fonda sui concetti di velocità e iperefficienza, e che porta  con sé come conseguenza inquietante anche la tendenza sempre maggiore verso la medicalizzazione dei sintomi e quindi verso la loro cronicizzazione, determinando un’impennata della spesa farmacologica e sanitaria. Mettere in campo una Psicologia in grado di rimuovere le cause che determinano il disagioè una trasformazione culturale che la Politica fatica molto ad accettare”.

Momento alto dell’incontro è stata la lectio magistralis della prof.ssa Handan Kepir Sinangil, docente presso la Marmara University di Istanbul e presidente della Divisione 1, Organizational Psychology, dell’International Association of Applied Psychology (IAAP), la quale si è soffermata sul contributo che la Psicologia può fornire nella definizione delle responsabilità del management a livello individuale e organizzativo, in particolare nei momenti di crisi.

La sua relazione si è sviluppata secondo cinque categorie di intervento della Psicologia, individuate attraverso le più recenti sperimentazioni e ricerche in tema di Psicology of Management.

La prima:  “Prestazione e Produttività” , come sviluppare il sentimento di appartenenza dei lavoratori all’impresa nel raggiungimento di obiettivi di produttività, non solo attraverso incentivi economici, ma anche curando la qualità della convivenza nell’ambiente di lavoro;

La seconda: “Sviluppo degli individui”,  quanto sia strategico per l’impresa la valorizzazione del capitale umano e l’attenzione alla realizzazione delle sue potenzialità;

La terza: “Acquisizioni e ristrutturazioni aziendali”, i processi/trasformazioni sempre più frequenti, che comportano facilmente licenziamenti, demansionamenti o comunque riposizionamenti all’interno di una realtà aziendale in evoluzione, che devono essere gestiti da psicologi competenti;

La quarta: “Gestione dei lavoratori di sedi delocalizzate dell’azienda”, una realtà in crescita, che esige di affrontare  tutte le problematiche legate allo sradicamento culturale e ambientale e alla separazione dagli affetti.

Infine “Lo sviluppo del Management”,  un passaggio obbligato in un contesto competitivo globalizzato  che si riflette necessariamente sul clima aziendale.

Il professor Avallone  ha ricordato che “fra le tante emergenze mondiali e del Paese, la convivenza sociale è  diventata, negli ultimi decenni, particolarmente difficile e caratterizzata da molte contraddizioni, ed è la vera emergenza. L’aspettativa di vita è aumentata ma non per tutti i paesi; le barriere di spazio sono state abbattute, ma assistiamo a drammatiche migrazioni dai paesi poveri verso quelli ricchi in cerca di speranza di vita e di sopravvivenza. Il benessere e la ricchezza nel mondo sono cresciuti, ma molte zone del pianeta vivono in estrema povertà e in condizioni di isolamento. Il mercato del lavoro è in fermento in nome della globalizzazione e della flessibilità, ma molti giovani non sono in grado di programmare il proprio futuro e di considerare il lavoro come un posto dove esprimere potenzialità individuali e dare il proprio contributo allo sviluppo collettivo”.

E’ un quadro di paura e di sfiducia nel futuro che purtroppo è supportato  da molte ricerche:  secondo l’Osservatorio Confesercenti-Ispo, quattro italiani su dieci (42%) sono molto preoccupati per il proprio lavoro. Il 96%, non pensa che la crisi sia alla fine e i più angosciati sono i giovani. Per il 2012 solo un italiano su cinque (il 19%) confida in  una ripresa dell’economia, mentre uno su tre pensa che le cose andranno ancora peggio. E il 49% degli italiani ritiene che la condizione economica del proprio nucleo familiare  si aggraverà nel corso del prossimo anno. E i più pessimisti sono i giovani.

“La convivenza nelle società e tra le comunità – ha detto Avallone –  non può più fare affidamento su regole e su appartenenze consolidate, ma richiede un’opera costante di impegno, di esplorazione, di integrazione, di rispetto delle differenze. Anche la convivenza organizzativa – quel particolare «vivere insieme» che si realizza nei contesti di lavoro, dove non solo si spende buona parte del tempo di vita, ma si investono molte energie, emozioni e speranze – è in crisi. Una delle possibili strade per affrontare e gestire la convivenza organizzativa prevede il ricorso al concetto di salute organizzativa, con il quale si indica l’insieme dei nuclei culturali, dei processi e delle pratiche organizzative che animano la dinamica del vivere insieme nei contesti di lavoro promuovendo, mantenendo e migliorando la qualità della vita e il grado di benessere fisico, psicologico e sociale delle comunità lavorative. Il concetto di salute organizzativa si riferisce alla capacità di un’organizzazione di crescere e svilupparsi, promuovendo un adeguato grado di benessere fisico e psicologico ed alimentando costruttivamente la convivenza sociale di chi vi lavora”.

Il dibattito è stato condotto da Sara Del Lungo, Coordinatrice dell’Area Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni dell’Ordine degli Psicologi del Lazio.