News Violenza nelle relazioni intime

La tutela delle vittime di violenza

È scoppiata in questi giorni la polemica per l’istituzione del“Codice Rosa”.Di che si tratta?

La tutela delle vittime di violenza

L’opportunità di Codice Rosa per gli psicologi

a cura di Maria Elisabetta Ricci, coordinatrice del Gdl Violenza nelle Relazioni Intime

 

È scoppiata in questi giorni la polemica attorno all’avvenuta approvazione dell’emendamento che istituisce nelle aziende sanitarie e ospedaliere italiane un “Percorso tutela vittime di violenza, con la finalità di tutelare le persone vittime vulnerabili o vittime della altrui violenza, con particolare riferimento alle vittime di violenza sessuale, maltrattamenti o stalking”, altrimenti noto come “Codice Rosa”. La contrarietà nei confronti di Codice Rosa viene espressa da vari soggetti provenienti dal mondo dell’associazionismo femminile, che arriva a definirlo nientemeno che “animato da vendetta da parte di chi ha cercato di imporre per anni un percorso di costrizione alle donne maltrattate”.  In attesa del passaggio definitivo in Senato, già il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi si è nel frattempo espresso in maniera favorevole all’attuazione di Codice Rosa.

Ma vediamo di capirci qualcosa e soprattutto di capire perché Codice Rosa ci riguarda direttamente in quanto psicologi.

Il Codice Rosa, ideato nel 2010 da Vittoria Doretti, medico anestesista della ASL9 di Grosseto, è un codice di accesso al pronto soccorso assegnato ai casi dichiarati o sospetti di abuso, maltrattamento, violenza sessuale, attraverso il quale le vittime di ogni età, genere e orientamento sessuale, che accedono al pronto soccorso in seguito a violenza subita, ricevono assistenza medica e psicologica e possono intraprendere, a seconda dei casi specifici, percorsi assistiti di uscita dalla violenza e testimonianza alle forze dell’ordine nel caso decidano di sporgere denuncia. Codice Rosa è stato esplicitamente progettato per essere economicamente sostenibile e con ciò adottabile da tutti i pronto soccorso, mettendo cioè in rete e in maniera efficiente risorse istituzionali e professionali che in vario modo si occupano di violenza e abuso: medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali, autorità giudiziarie, forze dell’ordine, nonché i servizi territoriali di assistenza alle vittime. Dal 2010 a oggi Codice Rosa si è diffuso, ha avuto successo, pubblica i dati di efficacia, ed è stato spontaneamente adottato in molti pronto soccorso italiani. Diviene, se approvato in via definitiva al Senato, un percorso di cui tutti i pronto soccorso italiani saranno dotati, aperto ai servizi del territorio e nel rispetto delle esperienze già operanti a livello locale.

Ora, la polemica di matrice associazionista espone contro Codice Rosa argomenti invero non molto convincenti: ad esempio, si dice che il percorso obbligherebbe la vittima a sporgere denuncia, facendola così sentire in trappola. Ma è immediatamente verificabile che dentro Codice Rosa non c’è, in quanto non possibile, alcun obbligo di denuncia, considerato che è la legge dello stato a specificarne esattamente i termini, e che la denuncia è semmai un’opportunità che viene data alla vittima già in ambito di pronto soccorso, qualora liberamente se ne voglia servire (esclusi ovviamente i reati per cui vi è procedimento d’ufficio e quindi obbligo di segnalazione). O ancora, accusa anche più strabiliante, si rimprovera a Codice Rosa di occuparsi di vittime di ogni età, genere, orientamento sessuale, invece di dedicarsi esclusivamente alle donne, tradendo con ciò lo spirito “di genere” dell’approccio alla violenza; e di considerare, infine, le donne vittime di violenza persone “vulnerabili”, invece che vittime della discriminazione maschile.

Di fatto, con Codice Rosa il problema della violenza contro le donne diviene a tutti gli effetti un problema di salute pubblica (come da sempre denunciato in quanto tale dalle associazioni di donne, che ci ricordano continuamente i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sugli effetti della violenza), e si realizza quell’interconnessione istituzionale (che da anni le stesse associazioni di donne hanno auspicato) per contrastare il bassissimo numero di denunce che abbiamo in Italia. Codice rosa prevede la collaborazione tra ospedale e associazioni territoriali che si occupano di violenza. In più, si rivolge non solo alle donne ma anche ad altre tipologie di vittime, e senza gravare sulle già gravate tasche dei contribuenti.

E allora, che senso ha questo attacco?

Perché, in verità, Codice Rosa rappresenta una vera e propria rivoluzione culturale nell’ambito del contrasto alla violenza. Per decenni questa è stata esclusivo appannaggio delle associazioni femminili che ora vediamo protestare, che hanno trattato la questione della violenza in chiave squisitamente sociologica come espressione culturale della volontà di dominio maschile sulle donne, ovunque essa si manifesti e chiunque la realizzi. Modello scarsamente esplicativo che considera ogni uomo potenzialmente violento in quanto uomo, e ogni donna vittima in quanto donna, dunque scarsamente predittivo e difficilmente traducibile in un intervento mirato sul singolo, sia vittima che maltrattante; modello che fonda le sue premesse di intervento sull’esperienza dei consciousness-raising groups degli anni ’60 e ’70, che privilegia operatrici edotte sulla teoria sociologica di genere e senza qualifica professionale, che relega la consulenza psicologica a dimensione di extrema ratio, anzi, che fondamentalmente rigetta una spiegazione psicologica della violenza, perché essa riconduce il significato della violenza ad un livello relazionale, storico, simbolico e culturale specifico di ogni persona, e con ciò contraddicendo gli assunti universalistici sulla violenza maschile. Per decenni uniche interlocutrici ideologicamente compatte delle istituzioni, le associazioni non hanno mai fornito dati sull’efficacia dei loro interventi, non una ricerca di follow-up sui casi trattati è mai stata realizzata.

Oggi Codice Rosa si presenta alle istituzioni, politiche e giudiziarie, come nuovo, credibile interlocutore. Fa di più: considera a tutti gli effetti la violenza un problema di salute pubblica e con ciò mette in primo piano nelle pratiche di intervento, esplicitamente e con determinazione mai vista fino ad ora, delle figure professionali – medici, psicologi, assistenti sociali – che secondo le diverse competenze si occupino del fenomeno della violenza nelle sue varie sfaccettature, dando spazio non soltanto alle donne, ma a fasce sociali vulnerabili come anziani, bambini, omosessuali. Molto semplicemente, il “problema” è tutto qui.

Ora, per noi psicologi, con l’accentuazione del piano professionale della salute e della salute mentale, si apre uno scenario nel quale chiaramente la nostra disciplina e professione ha molto da dare. Già a partire, semplicemente, dalle analisi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che indicano a chiare lettere gli esiti nefasti della violenza sulle donne, a partire da depressione e suicidio. Perché, tanto per dire una cosa banale, in molti centri antiviolenza o sportelli antiviolenza attivati presso certi ospedali, e che ricevono finanziamenti pubblici, non è esplicitamente prevista la presenza di uno psicologo? Perché dobbiamo considerare adeguata e bastevole la presenza di operatrici senza alcuna qualifica professionale a fare i primi colloqui con le vittime di violenza, che notoriamente, nella stragrande maggioranza dei casi, soffrono di un disturbo post-traumatico? Perché dobbiamo considerare appropriati percorsi di trattamento per soggetti violenti, che la letteratura individua come psicopatologici e sovente caratterizzati da doppia diagnosi, condotti da figure senza alcuna qualifica professionale, sulla base di modelli educativi di genere, che si sono peraltro rivelati fallimentari nelle review nordamericane ed europee di ricerca sull’efficacia?

Giustamente il CNOP fa notare che “In attesa che il “codice rosa” diventi realtà sarebbe bene che gli psicologi, figura chiave di questo processo, si preparassero a contribuire attivamente non solo in fase operativa, valutata la loro necessaria presenza in triage, ma anche in fase di progettazione esecutiva, per cui saranno necessarie solide competenze organizzative, di progettazione e cliniche. Ed infine, ma sicuramente non per importanza, è necessario che gli psicologi stabiliscano azioni di politica professionale, atte a garantire la loro presenza ai tavoli decisionali, per scongiurare il mero coinvolgimento nei ruoli esecutivi.”

L’Ordine degli Psicologi del Lazio, allo scopo di contribuire in modo specifico, adeguato e competente alla domanda sociale sia di intervento sulle vittime che di sicurezza nella gestione del rischio di recidiva dei soggetti maltrattanti, ha istituto nel maggio 2014 un Gruppo di lavoro e di studio sulla “Violenza nelle relazioni intime” , con lo scopo di promuovere una rete visibile di psicologi esperti in violenza, e di sviluppare rapporti di ricerca/intervento/formazione con le istituzioni, al fine di sperimentare su base scientifica percorsi di intervento rivolti alle vittime, per contrastare il fenomeno di ritorno nella relazione violenta, e sui soggetti violenti, per contenerne la pericolosità sociale. L’Ordine Lazio è attualmente in procinto di avviare ricerche e sperimentazioni su vari fronti (già da gennaio su istituti penitenziari e UEPE di Lazio, Abruzzo e Umbria, in collaborazione con l’Istituto Superiore di Studi Penitenziari e con la supervisione scientifica del Dipartimento di Psicologia Dinamica e Clinica di Sapienza). In queste attività di sviluppo e ricerca sono state coinvolte decine di colleghi psicologi che, all’interno di uno specifico Comitato d’area che cresce di giorno in giorno, con entusiasmo hanno aderito alla proposta di promuovere la nostra disciplina e la nostra competenza professionale nell’ambito della violenza. Noi ci siamo.

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