Professioni & Istituzioni Violenza nelle relazioni intime

Assecondare lo stalking credendo di difendersi

Si tratta di un comportamento frequente nelle vittime. Anche se la Corte di Cassazione e il Tribunale di Napoli lo ritengono contraddittorio

Assecondare lo stalking credendo di difendersi

A cura di Simona Galasso, Gruppo di lavoro Violenza nelle relazioni intime

 

Lo scorso 7 marzo, la Corte di Cassazione ha depositato la Sentenza n. 9221, nelle quale afferma che se “il comportamento della vittima [di stalking], in qualche modo, non si frappone come ostacolo invalicabile alle molestie ma asseconda il comportamento del soggetto agente inducendolo a persistere in quegli atteggiamenti minacciosi” verrebbe meno “il pregiudizio alla psiche della persona offesa in termini tale da impedire alla vittima di vivere liberamente la propria quotidianità”.

I magistrati hanno, dunque, interpretato come contraddittorio il comportamento della ragazza, che ha proseguito i rapporti telefonici rispondendo  al proprio ex fidanzato, anziché prenderne le distanze.

Secondo i magistrati un comportamento passivo che non si frappone come “ostacolo invalicabile alle minacce” non manifesta un “pregiudizio alla psiche”. Sappiamo, invece, come molto spesso in una relazione gravemente maltrattante l’atteggiamento passivo, accondiscendente e non ostacolante sia, al contrario, proprio un indicatore di un serio pregiudizio della psiche.

Una relazione maltrattante ha una caratteristica ben precisa: esiste una vittima ed esiste un persecutore. Il maltrattamento è un comportamento unidirezionale messo in atto in modo sistematico da una persona che è legata affettivamente ad un’altra. Chi imposta questo tipo di rapporto lo fa in modo rigido e ripetitivo indipendentemente dai partner con cui entra in relazione. (Nicolson, 2010; Jhonson e Ferrero 2000, Galasso, Langher e Ricci, 2014, Hirygoyen, 2005).

L’obiettivo della persona maltrattante si declina in varie azioni (minacce, violenza fisica e sessuale, atti persecutori, etc.) che hanno come obiettivo quello di tenere per sé il proprio partner, ad ogni costo, spogliarlo di qualsiasi forma di autonomia, libertà e vitalità, renderlo uno strumento utile a mantenere il proprio fragile equilibrio. A complicare la situazione si aggiunge che spesso il comportamento maltrattante è sistematico sì, ma non continuo. (Dutton e Painter, 1993).

Le persone maltrattanti cioè non sono sempre odiose e aggressive, ma sono o sono state in grado di creare esperienze affettive anche profonde e sincere con i propri partner. È molto probabile quindi che le vittime sperimentino non solo atteggiamenti persecutori e aggressivi, ma anche momenti o periodi in cui si sentono amate dai propri partner. Le vittime cioè si trovano ad amare qualcuno che contemporaneamente dimostra oltre ad affetto, anche disprezzo, aggressività e odio. Esse vivono esperienze drammaticamente contraddittorie a cui tentano di dare un senso modificando ciò che è possibile modificare: se stesse, il proprio modo di sentire, la propria volontà e il proprio modo di interpretare la realtà. Queste relazioni hanno un pesante costo per le vittime che non solo sono in continuo pericolo di aggressione fisica, ma subiscono un’erosione delle proprie convinzioni, desideri e volontà. La propria identità diventa secondaria, oggetto di manipolazione del maltrattante sia quando si comporta in modo aggressivo e violento sia quando si dimostra affettuoso ed amabile.

Ben diverso questo tipo di relazione da un conflitto, anche aspro e fisicamente violento, di coppia, dove non si ravvede l’unidirezionalità e lo squilibrio di potere, ma la contrario un evidente “botta e risposta” di atti violenti e provocatori.

Alla luce di queste considerazioni il comportamento della ragazza descritto nella sentenza può apparire meno “incongruo” ai magistrati del Tribunale di Napoli e della Cassazione. La donna infatti potrebbe avere avuto un atteggiamento passivo e non decisamente ostacolante il partner, come ad esempio rispondere ai messaggi e accettare un “incontro chiarificatore”, perché questo comportamento così remissivo e accondiscendente è il modo con cui si è sempre comportata con questo ragazzo geloso e possessivo, l’unico modo efficace che ha trovato per calmarlo, per farlo ragionare, per farsi vedere e per cercare di ottenere anche soltanto una parte di ciò che voleva, fosse solo un po’ di tregua e meno paura. I tempi processuali inoltre sono molto lunghi e la ragazza si è trovata a gestire da sola questo periodo non breve di separazione e ha messo in atto ciò che altre volte aveva funzionato per scongiurare l’innalzamento della tensione nel suo partner e i conseguenti comportamenti violenti. Ha probabilmente cercato il male minore per lei avendo una prospettiva di tempo molto ampia davanti prima che potessero intervenire terzi a frapporsi tra lei e lui.

Il comportamento poco assertivo e accondiscendente però nei confronti del partner non è una strategia del tutto consapevole, tantomeno decisa a tavolino: è un modo profondo e radicato di essere della ragazza nel rapporto con il fidanzato.

Accade, nelle relazioni gravemente maltrattanti, che le vittime pensino che essere e sentire ciò che l’altro vorrebbe che loro sentissero e fossero sia il modo giusto non solo per rendere meno aggressivo il proprio partner ma, ancora peggio, per vivere quelle esperienze di affetto e amore che hanno sperimentato quando l’altro non era aggressivo e persecutorio.

Questo atteggiamento a volte confuso e apparentemente contraddittorio, molto diffuso tra le persone incastrate in una relazione maltrattante è necessario che sia compreso nella sua complessità. Si può infatti incorrere nell’errore di interpretare tale ambiguità, confusione e passività come una volontà della vittima di rimanere in una situazione non vissuta poi in modo così doloroso e terrorizzante. Mentre in realtà denunciando e contemporaneamente mostrando un atteggiamento passivo e accondiscendente nei confronti del proprio persecutore ex compagno, la ragazza sta cercando, nel solo modo che conosce, di difendersi e liberarsi di una persona pericolosa.

 

Bibliografia

Dutton D.G., Painter S. (1993), Emotional Attachments in abusive relationships: a test of traumatic bonding theory, Violence and Victims, Vol. 8, N. 2.

Galasso S., Langher V., Ricci M.E. (2014), Gli autori di violenza: chi sono e perché lo fanno, in Schimmenti V. e Craparo G. (2014), Violenza sulle donne: aspetti psicologici, psicopatologici e sociali, Franco Angeli, Milano.

Hirigoyen MF. (2005), Molestie Morali. La violenza perversa nella famiglia e nel lavoro. Einaudi, Torino.

Jhonson, M.P. & Ferraro K.J. (2000), Researce on domestic violence in the 1990s: Making distinctions, Journal of Marriage and Family Issue, 26,3:322-349.

Nicolson P. (2010), Domestic Violence and Psychology: a critical Perspective, New York: Routledge.