Psicologia del Lavoro

Dal lavoro all’occupazione ai tempi del Jobs Act

Come i Servizi per l’impiego possono gestire la crisi del lavoro in atto

Dal lavoro all’occupazione ai tempi del Jobs Act

a cura di Maria Luigia Cusano, componente del Gruppo di lavoro Psicologia del Lavoro

 

Il mercato del lavoro, non solo italiano e non solo europeo, ma a livello globale è stato attraversato, a partire dalla profonda crisi finanziaria esplosa nel 2008, da radicali e strutturali cambiamenti, tali da modificare sia i criteri di accesso sia quelli di permanenza in esso, così da renderlo “fluido”o “liquido”. “Fluido” è un aggettivo neutro, che non sembra avere o rimandare a percezioni positive o negative e parole come “precarietà”, “flessibilità”, “adattabilità”, sono entrate nel linguaggio quotidiano. Il termine “lavoro”, di converso, sembra essere sempre più spesso sostituito dalla parola “occupazione”, che indica la presa di possesso, più spesso temporanea, di un posto.

Considerato il livello di imbarbarimento del mercato del lavoro e le difficoltà legate all’ingresso in esso, che sia il primo ingresso o se ne sia fuoriusciti a seguito di ridimensionamenti e riorganizzazioni aziendali, di fatto le competenze richieste a chi cerca lavoro oggi alle volte rimandano alle strategie che si pianificano in vista di una battaglia per l’occupazione di un presidio in guerra. In quest’ottica pertanto, la parola “occupazione” si addice meglio alla situazione attuale, in cui la ricerca del lavoro per poter dare dei frutti richiede una serie di abilità che vanno dalla capacità di riuscire a stanare informazioni attendibili utilizzando tutte le reti (incluso il web) alla pianificazione di vere e proprie strategie, come la tutt’altro che banale definizione di un obiettivo professionale.

Negli ultimi otto anni, in particolare, i cambiamenti strutturali del mercato del lavoro ne hanno modificato profondamente  le modalità di ingresso, rendendo necessaria la fortificazione, se non l’acquisizione, di una serie di competenze trasversali (le cosiddette soft skill), che sono indispensabili sia per la ricerca attiva del lavoro che per risultare più o meno appetibili alle aziende, oltre che per mantenere il proprio posto di lavoro o la propria “occupazione temporanea”. Oltre alle competenze tecniche specifiche necessarie al corretto svolgimento della mansione professionale sono richieste ai collaboratori notevoli doti di adattabilità e flessibilità.

In prospettive tanto mutate, acquisisce una grande importanza l’ambiziosa riforma del mercato del lavoro sfociata nel D.lgs. n. 150 del 14 settembre 2015, che reca disposizioni per il riordino della normativa in materia  di servizi per il lavoro e di politiche attive e che rivoluziona  il rapporto tra i disoccupati e i servizi per l’impiego, operando un passaggio epocale: i cittadini percettori di indennità (sussidi al reddito variamente definiti a seconda della tipologia di inquadramento pregressa) e in quanto tali fruitori di “politiche passive” diventano soggetti tenuti/obbligati a sottoscrivere con il servizio pubblico per l’impiego un Patto di Servizio Personalizzato e devono rendere la propria disponibilità a una possibile serie di azioni finalizzate, nello spirito della legge, a emancipare il più presto possibile il disoccupato dalla sua condizione.

I Servizi e le misure di politica attiva del lavoro individuate al Capo II del Decreto sono l’orientamento di base e la profilazione, l’ausilio alla ricerca di una occupazione anche mediante laboratori di gruppo, l’orientamento specialistico e individualizzato con bilancio delle competenze, l’orientamento all’autoimpiego, l’avviamento a formazione e/o tirocini, il lavoro socialmente utile, l’accompagnamento al lavoro  anche con assegno di ricollocazione. Il Patto di Servizio Personalizzato prevede, ai fini del miglioramento dell’occupabilità e della ricerca dell’occupazione, un dettagliato piano di atti della ricerca attiva che, a fronte di determinati e concordati impegni che il disoccupato si assume, implica di conseguenza anche una responsabilità in capo al Centro per l’impiego (Cpi) nella realizzazione/erogazione delle attività, nei tempi di realizzazione e nelle modalità di monitoraggio rispetto alle azioni concordate. Viene stabilita la modalità e la frequenza di contatti tra il Cpi e l’utente e vengono ribadite le sanzioni applicate in caso di inadempimenti. Vale a dire che i beneficiari di strumenti di sostegno al reddito (ASPI- NASPI- DIS-COLL e ASDI)* in caso di assenze ingiustificate  alle convocazioni, o agli appuntamenti, o alle iniziative di orientamento previste, si vedranno decurtate le proprie indennità in misura proporzionale alla natura dell’inadempimento. Da un minimo di ¼ di mensilità, in caso di prima mancata presentazione, ad un massimo di completa decadenza della prestazione in caso di mancata accettazione di una congrua offerta di lavoro.

In breve, se da una parte si obbligano i percettori di indennità ad “attivarsi”, dall’altra si obbliga anche il servizio pubblico e privato accreditato ad attrezzarsi rispetto all’erogazione di una serie di servizi per lo sviluppo dell’occupabilità degli utenti. Al di là di qualche felice sperimentazione sul territorio, realizzata a macchia di leopardo, questa pratica di “occuparsi dell’occupabilità” degli utenti esula notevolmente da quella che storicamente da parte dei Cpi è stata una mission di carattere più strettamente burocratico/amministrativo (quando non assistenzialista) e molto meno di “servizio alla persona”.  E anche il variegato mondo del privato accreditato è chiamato in causa ad attrezzarsi.

Sarà difficile affrontare tutto questo senza personale adeguatamente formato, senza l’iniezione massiva di operatori qualificati nella gestione di quella particolare relazione di aiuto che è la consulenza orientativa e ciò che la precede, ovvero l’analisi della domanda. Senza la valorizzazione di quel personale qualificato (spesso psicologi interni o esterni) che da  anni si barcamenano ad operare in assenza di un riconoscimento del proprio ruolo e a tutela dell’utenza stessa. Questioni  aperte ed attuali, che aprono spazi per possibili confronti tra i professionisti dell’orientamento al lavoro e le Istituzioni coinvolte.

Se è vero come è vero che i lavori destinati a durare nel tempo sono quelli in cui il cuore dell’attività è dato dalla insostituibile relazione umana, quelli non routinari e non automatizzabili, allora in questo quadro, anche normativo, verrebbe da dire che uno dei lavori del futuro non soppiantabili facilmente sia proprio quello degli psicologi, ed in particolare degli psicologi del lavoro come area di intervento psico-sociale, dato il carattere di emergenza che il fenomeno della disoccupazione, in particolar modo quella giovanile, ha assunto nell’ultimo decennio. Peraltro il Patto di Servizio Personalizzato con l’utente prevede l’analisi dei punti di forza e delle aree di miglioramento della persona, al fine di individuare la o le misure più adatte in vista di una riqualificazione o nuova definizione professionale; prevede altresì la possibilità di accompagnare l’utente in un eventuale percorso di orientamento specialistico e/o di ricerca attiva del lavoro anche con l’ausilio di laboratori ad hoc.

Tutta questa materia è propria del background professionale di uno psicologo del lavoro; dunque si aprono spazi da presidiare da parte della comunità professionale se non si vuole lasciare ancora una volta campo libero a figure improprie, un “campo” che rischia davvero di diventare di “battaglia” se si commette nuovamente l’errore di pensare che basti “normare” per ottenere magicamente, per imposizione di chi norma, cambiamenti così radicali, tali da configurarsi come una svolta culturale e di pensiero, prima ancora che d’azione. Un “campo” che rischia di diventare “minato” se popolato soltanto da logiche amministrative e burocratiche, e affidato a chi non ha competenze specifiche nella lettura dei bisogni e dei contesti e nella relazione di aiuto in genere. Occorre rivendicare il diritto ad esserci, laddove legittimati dalla competenza e dalla professionalità, e non da ultimo, dall’etica.

 


 

*Rispettivamente: Assicurazione Sociale per l’Impiego – Nuova Assicurazione Sociale per l’impiego – Indennità di disoccupazione per le collaborazioni coordinate e Assegno di Disoccupazione

 

Bibliografia:

Zygmunt Bauman, Vita liquida, Laterza, 2006.

D.lgs n. 150 del 14 settembre 2015 “Disposizioni per il riordino della normativa in materia di servizi per il lavoro e di politiche attive”

www.bancadati.italialavoro.it

www.ipsoa.it,  articolo di Riccardo Pallotta: “I nuovi servizi per l’impiego nell’era del Jobs Act”