Cure palliative e terapia del dolore Psicologi

Disturbo da Lutto Persistente Complicato

Vantaggi economici e sociali derivanti da una buona pratica preventiva

Disturbo da Lutto Persistente Complicato

a cura di M. Tineri, G. Genovese, C. Piredda, R. Bruni, L. Cigognetti, M. Belletti del Gruppo di Lavoro cure palliative e terapia del dolore

Il GdL Cure Palliative e terapia del dolore, attivo presso l’Ordine, ha elaborato uno studio per evidenziare la necessità di sviluppare un protocollo di intervento finalizzato alla prevenzione del Disturbo da Lutto Persistente Complicato (DLPC). Lo studio si fonda sulla correlazione tra criteri espressi nel DSM 5 (APA, 2014), analisi statistiche della Sanità Pubblica e costi del trattamento del paziente. Obiettivo dello studio dimostrare quanto l’intervento psicologico preventivo sia efficace e meno costoso dell’intervento clinico successivo alla diagnosi del DLPC.

Il DLPC, a oggi, è inserito all’interno del DSM 5, nella categoria “condizioni che necessitano di ulteriori studi”. Tra i criteri proposti si delineano due categorie: la prima riguarda la reazione disfunzionale alla morte; la seconda riguarda l’isolamento sociale. Quest’ultimo viene descritto con una sintomatologia ben precisa caratterizzata da un deficit nel funzionamento sociale e lavorativo con una significativa riduzione della qualità di vita (APA, 2014). Un aspetto importante è legato al fatto che l’insorgenza del disturbo non è correlata all’età, né al grado culturale, né alla religione. Il decorso della patologia è caratterizzato dall’insorgenza dei sintomi fin dai primi periodi, nonostante ci possa essere un ritardo di vari mesi o anni. La diagnosi differenziale distingue tra lutto normale, disturbo depressivo, disturbo post traumatico da stress e disturbo d’ansia da separazione. Il maggior grado di comorbidità è stato riscontrato con il disturbo di depressione maggiore e con l’abuso di sostanze (APA, 2014).

Alla luce di queste premesse si vuole ipotizzare l’eventuale costo del trattamento del DLPC per confrontarlo con l’ipotesi del costo/beneficio del trattamento preventivo. Si metteranno a confronto differenti tipologie di dati connessi tra loro: numero di decessi per cancro, la percentuale di insorgenza del DLPC e i costi per il trattamento della depressione maggiore. Dagli ultimi dati riportati dall’ASP (2010), le ASL del Lazio hanno registrato all’interno delle strutture di cure palliative circa 15 mila decessi l’anno di soli pazienti oncologici. Se si considera che ogni paziente ha un caregiver (requisito minimo richiesto dalla normativa) e che il tasso di insorgenza del DLC è compreso tra il 2.4%-4.8% (APA, 2014). è possibile supporre che, nel Lazio, ogni anno minimo 300 soggetti rischiano di sviluppare un DLPC.

Per definire l’impatto di tale disturbo sulla sfera economica e sociale dell’individuo e per quantificare i costi del relativo trattamento, è utile riportare alcuni dati contenuti in articoli inerenti alla sintomatologia depressiva. È stato dimostrato (Battaglia – Dubini, 2004) che un individuo con sintomatologia depressiva, rispetto a un soggetto non depresso, oltre a fare uso di farmaci antidepressivi, richiede il triplo di visite specialistiche e il quadruplo di esami strumentali; inoltre, interrompe la propria attività lavorativa da una a quattro settimane in più rispetto a un soggetto non depresso. Un recente studio (Mencacci – Di Sciascio, 2013) ha riscontrato che, in un anno di terapia farmacologica, il miglior rapporto costo-beneficio per il trattamento della depressione maggiore è di 25 mila euro, ovvero 68 euro al giorno (escluse le indagini strumentali e i giorni di assenza al lavoro). Tale spesa incide sul bilancio complessivo del Sistema sanitario regionale per almeno 7,5 milioni di euro.

Appare dunque necessario strutturare nei confronti dei caregiver un protocollo di diagnosi e intervento preventivo da applicare fin dal periodo di ricovero del paziente terminale in hospice. Ciò consentirebbe, al caregiver, di non sviluppare una sintomatologia depressiva (Siew Tzuh Tang – Guan-Hua Huang 2013; Holtslander – McMillan 2011) e di ridurre i fattori di rischio del DLPC. Il cittadino, ipoteticamente, accedendo a un servizio di psicologia all’interno della stessa struttura in cui è ricoverato il paziente terminale, nell’ottica di promozione della continuità di cura, fruirebbe del servizio anche dopo il decesso della persona cara (per un limitato numero di incontri) e sarebbe sostenuto nel processo di “crescita” post-lutto: ciò favorirebbe lo sviluppo di strategie efficaci orientate al mantenimento di una buona qualità di vita. Il costo dell’intervento, presupponendo un protocollo strutturato, permetterebbe dunque di tutelare l’individuo e al contempo di ridurre notevolmente i costi sanitari.

 

Bibliografia

  • APA (2014), Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, DSM-5, Raffaello Cortina Editore, Milano.
  • ASP (2010), Piano di riorganizzazione delle reti assistenziali. La rete di cure palliative nella regione Lazio, Laziosanità Agenzia di sanità pubblica.
  • Battaglia A., Dubini A. (2004), Depression in the Italian community: Epidemiology and socio-economic implications, International Clinical Psychopharmacology, 19 (3), pp. 135-142.
  • Holtslander L. F., McMillan S. C. (2011), Depressive symptoms, grief, and complicated grief among family caregivers of patients with advanced cancer three months into bereavement, Oncology Nursing Forum, 38 (1), pp. 60-65.
  • Mencacci C., Di Sciascio G. (2013), Cost-effectiveness evaluation of escitalopram in major depressive disorder in Italy, ClinicoEconomics and Outcomes Research, 5 (1), pp. 87-99.
  • Siew Tzuh Tang, Guan-Hua Huang (2013), Trajectories of caregiver depressive symptoms while providing end-of-life care, Psycho-Oncology, 22, pp. 2702-2710.

 
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