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Imprenditrici = leader trasformazionali

Terzo video della rubrica "Le interviste, Storie di successo" a cura della Consulta Giovani.

Amante delle storie e delle parole, Filomena Pucci incarna alla perfezione il tema di cui si occupa: l’imprenditoria femminile. Dopo anni di lavoro in televisione, conscia della sua insoddisfazione, decide di realizzare un suo sogno: diventare scrittrice; lo fa ascoltando e poi narrando le storie delle imprenditrici italiane. Trova i soldi tramite crowdfunding e nel 2014 pubblica autonomamente tramite ebook “Appasionate. Storie, donne, imprese”, e da lì nasce una pagina Facebook, tiene workshop e riunioni anche nelle case di altre donne. Si crea una comunità. Ed ora il secondo step, nelle librerie si può trovare da pochi mesi il suo secondo libro “Ciò che ti piace fare è ciò che sai fare meglio”.

Filomena ha saputo rintracciare un bisogno, quello di creare relazioni e raccogliere esempi, per dar voce alla cultura, femminile, di fare impresa. Si è resa conto che le imprenditrici sono accomunate dal desiderio di contribuire attivamente ad un cambiamento positivo del mondo anche grazie all’attenzione che mostrano per i rapporti interpersonali.

Non ha torto Filomena. I dati Istat infatti ci dicono che le donne imprenditrici stanno aumentando in Italia, sono un quarto delle start up, e di solito le attività sono di piccola dimensione (tra i € 5.000 e i € 30.000 di investimento iniziale). Un popolo eterogeneo: over 50 che si battono nel campo prima tutto maschile del commercio e giovani under 35, spesso laureate, che si dedicano all’innovazione. Alla base della scelta di diventare imprenditrici, ci riportano le ricerche, c’è il desiderio di autonomia tout court che significa anche avere una flessibilità nella gestione del tempo in modo da poter conciliare vita familiare e lavorativa. Le donne sentono di esprimere la propria personalità nel portare avanti un’attività lavorativa che valorizzi le loro capacità e gli permetta di fare carriera. Spesso decidono di fare impresa per entrare in un mondo lavoro che non offre occasioni di dimostrare il proprio valore o per rientrare dopo un’assenza prolungata per la gravidanza. Un modo per contrastare una cultura “maschile” e fare spazio ad una visione “femminile” che coniuga realizzazione personale e famiglia.

Ma quali sono le caratteristiche della cultura femminile d’impresa? Per prima cosa l’orientamento alla relazione, infatti il metro di misura della soddisfazione dell’attività da parte delle donne è il tipo di rapporto che si ha con clienti e dipendenti. Il modello femminile di fare impresa da priorità al sentire di pancia, di stare bene e che piace ciò che si sta facendo.  Si procede a piccoli passi, modificando in itinere l’organizzazione, con un approccio evolutivo basato sulla comunicazione. Il modello “femminile” valorizza la soggettività di ognuno dei collaboratori nel raggiungimento dell’obiettivo comune.  Si punta a condividere il potere decisionale in un sistema paritario. Invece il modello imprenditoriale “maschile”, dicono sempre le ricerche, prevede che la soddisfazione sia connessa al profitto raggiunto nel più breve tempo possibile, si punta a stabilità e standardizzazioni delle procedure, tendendo a costruire un sistema burocratizzato. Nel modello maschile si punta invece ad ottenere potere gerarchico.

Lo stile femminile di fare impresa è un metodo vincente in una società incerta e imprevedibile come quella attuale, dove bisogna sapersi adattare e cambiare velocemente per sopravvivere e non conviene assumersi grossi rischi di impresa.

Possiamo ricondurre questo modo tutto femminile di essere capo alla definizione di Bass e Avolio (1996) di leadership trasformazionale. Il capo in questo caso è in grado di evocare rispetto ed emulazione del proprio modello senza necessità di ricorrere al potere perché considera prima le necessità dei collaboratori che le proprie, si comporta in maniera coerente e non arbitraria. Investe nella costruzione di uno spirito di gruppo che inspiri e motivi al lavoro. Premia la creatività e la risoluzione dei problemi in maniera autonoma ed innovativa. Il leader trasformazionale ascolta i propri collaboratori scegliendo le funzioni ed i ruoli in base alle specificità di ognuno, considera le loro attitudini e aspirazione.

Le imprenditrici stanno dimostrando che dare importanza alle relazioni, e come dice Filomena al potere del cuore, è possibile e funziona. Gli psicologi, la cui competenza centrale è sapersi occupare di aspetti relazionali ed emotivi e saper valorizzare le risorse del gruppo,  confermano l’importanza di questo modo di guardare al successo professionale e alla leadership!

 

Bibliografia:

Bass, B. M., e Avolio, J. B., 1996, La leadership trasformazionale. Come migliorare l’efficacia organizzativa, Milano, Guerini e associati.

Per approfondire: