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Dal TAR Lazio una sentenza storica per la difesa della professione di psicologo

Dal TAR Lazio una sentenza storica per la difesa della professione di psicologo

È stata pubblicata ieri la sentenza n. 13020/2015 del Tribunale Amministrativo del Lazio, che accoglie un ricorso del nostro Consiglio Nazionale per l’esclusione dei counselor non psicologi dall’elenco ufficiale delle attività rivolte al trattamento di forme “lievi” di disagio psichico.

Vediamo l’antefatto. Il Ministero dello Sviluppo Economico, sulla base di un’interpretazione alquanto forzata di un parere del Consiglio Superiore di Sanità (seduta del 13 luglio 2011), aveva inserito l’AssoCounseling nell’elenco delle associazioni afferenti a “professioni non organizzate”, secondo quanto prevede la Legge 4/2013 (una Legge, per altro, che meriterebbe dal Parlamento alcuni sostanziali ripensamenti). Il parere del Consiglio Superiore di Sanità —in modo ambiguo, che come tale si prestava alla forzatura poi verificatasi — ipotizzava che per «attività di aiuto alla soluzione di problemi che possono causare lieve disagio psichico […] possa intervenire una figura professionale distinta dallo psicologo e corrispondente al counselor».

Il ricorso del CNOP, presentato nel settembre 2014, argomentava in sintesi come segue.

Il titolo di “counselor” — secondo quanto si ricava dalla documentazione di auto-presentazione depositata dall’AssoCounseling in allegato alla domanda di inserimento nell’elenco ministeriale — non richiede alcuna formazione accademica, né un’abilitazione professionale, ma la mera iscrizione all’associazione stessa dopo la frequenza di un corso triennale di formazione di natura privata che abiliterebbe a svolgere i seguenti interventi:

  • “utilizzare strumenti conoscitivi (al pari degli psicologi) derivanti da diversi orientamenti teorici”;
  • “ascoltare e riflettere con il cliente in merito alle sue difficoltà” (in pratica quello che la letteratura scientifica definisce come intervento per la prevenzione in ambito psicologico);
  • “sostenere famiglie, gruppi e istituzioni” (ossia offrire sostegno in ambito psicologico rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità).

Si tratta, con tutta evidenza, di attività coincidenti con quelle che la Legge 56/89 riserva agli psicologi (fatta eccezione per la sola attività di diagnosi, non espressamente contemplata dall’AssoCounseling: ma ci si chiede come sia possibile che un disagio psichico sia valutato “lieve”, se non in base a una diagnosi!).

Ora abbiamo finalmente un primo pronunciamento della Magistratura su questo evidente illegittimo sconfinamento dei counselor sul terreno della nostra professione. Infatti la sentenza del TAR Lazio, a riguardo, così si esprime:

La promozione dello sviluppo delle potenzialità di crescita individuale, di integrazione sociale, la facilitazione dei processi di comunicazione, il miglioramento della gestione dello stress e della qualità di vita, tanto per limitarci ad uno dei sotto-settori di intervento dello psicologo junior, appaiono perfette duplicazioni dell’attività del counselor descritto dalla AssoCounseling.

Nel parere sopra ricordato del Consiglio Superiore di Sanità, rileva il TAR, si legge che l’àmbito di attività del counseling sia quello «di aiuto alla soluzione di problemi che possono causare lieve disagio psichico, come le indecisioni sull’orientamento professionale, contrasti lavorativi, cambio carriere ecc. […] fuori da contesti clinici».Da tale delimitazione dell’àmbito di attività del counseling si ricava che lo stesso interviene sul “disagio psichico”, “fuori da contesti clinici”, purché si tratti di disagio lieve.

E così prosegue la sentenza: Non può non convenirsi con i ricorrenti[il CNOP] che la gradazione del disagio psichico presuppone una competenza diagnostica pacificamente non riconosciuta ai counselor e che il disagio psichico, anche fuori da contesti clinici, rientra nelle competenze della professione sanitaria dello psicologo.

Dopo avere riportato l’art. 1 della Legge 56/89, viene sancito che nella definizione delle attività che formano oggetto della professione di psicologo, è certamente ricompresa ogni forma di disagio psichico ed in qualsivoglia contesto.Ne consegue che l’avere ritagliato […] da tale ambito di intervento, un’area di intervento, oggi certamente riservata allo psicologo junior ovvero «dottore in tecniche psicologiche per i servizi alla persona e alla comunità», ai sensi del D.L. 105/2003, anch’esso iscritto all’Albo (Sezione B), quando non allo psicologo “senior” con specializzazione in valutazione psicologica e consulenza, si pone in palese violazione della legge 56/1989.

E più avanti: Il disagio psichico è una condizione che attiene senz’altro alla sfera della salute ed è tale attinenza a giustificare i limiti ed i controlli che vengono garantiti anche attraverso l’attività degli ordini professionali.

Allo stato della normativa nazionale il trattamento del disagio psichico è attività sanitaria, come indirettamente, ma significativamente, confermato dall’emissione dei pareri del Consiglio Superiore di Sanità, come anche dall’inquadramento degli psicologi nelle piante organiche delle Unità Sanitarie Locali (v. DPCM 13 dicembre 1995), nonché dalla vigilanza del Ministero della Salute sull’Ordine Nazionale degli Psicologi.

La definizione dell’attività non regolamentata del counselor […] recepita dal Mise, non consente a questi operatori di non sconfinare nel campo proprio degli psicologi, […]senza considerare che l’attività di counseling è anche materia di scuole di specializzazione riservate a psicologi.

Per quanto sopra esposto il ricorso va quindi accolto, poiché fondato, e, per l’effetto, vanno annullati i provvedimenti impugnati, disponendo la cancellazione dell’AssoCounseling dall’elenco delle attività non regolamentate di cui alla Legge 4/2013.

Una prima vittoria, che puntualizza come i counselor non psicologi debbano restare entro confini di attività ben più ristretti di quelli a cui tendono e per i quali cercano legittimazione.