Idee 2016 Innovation Lab

Contro il Bullismo e il Cyber-Bullismo

di Veronica Venditti in collaborazione con altri Professionisti

Contro il Bullismo e il Cyber-Bullismo

La teoria dell’attaccamento proposta per la prima volta verso la metà degli anni 50 da John Bowlby sostiene che l’essere umano manifesta una predisposizione innata a sviluppare relazioni attaccamento con figure genitoriali primarie (Bowlby, 1958, 1969, 1982, 1973, 1979, 1980). Nella prospettiva di questo approccio teorico l’aggressività viene considerata come una componente innata della costituzione umana e acquisisce una connotazione adattiva ed evolutiva. Il comportamento aggressivo sarebbe attivato da una situazione di pericolo o minaccia e sarebbe favorito da:

1. Un’esperienza infantile di deprivazione materna;
2. Un comportamento di protesta teso ad evitare esperienze di separazione e di perdita;
3. Uno sviluppo carente della funzione riflessiva legato ad abusi maltrattamenti o scarsa sensibilità genitoriale;
4. Lo sviluppo di un attaccamento insicuro.

Nella teoria dell’attaccamento, l’aggressività ha una funzione: quella di richiamare il caregiver al proprio ruolo in una situazione in cui non sta svolgendo il suo compito di protezione. Bowlby chiama questa reazione “collera funzionale” proprio perché l’obiettivo è quello di recuperare la relazione con la figura primaria di attaccamento. Molte persone però che hanno vissuto esperienze di traumi, mancanza di cure, abbandono, maltrattamenti arrivano a provare un odio così forte nei confronti della figura primaria di attaccamento da manifestare un tipo di “collera non funzionale” che non ha più lo scopo di riavvicinare la figura di accadimento ma, al contrario quello di tenerla più lontano possibile perché ritenuta pericolosa e inaffidabile.
Questo progetto si propone di spostare il focus di intervento dal BULLO e dalla VITTIMA ai loro sistemi familiari di riferimento, senza per questo trascurare l’importanza di un sostegno e un supporto ai veri protagonisti d queste realtà: i ragazzi.
Occorre richiamare la centralità della famiglia, sia per un’attività di prevenzione che di risposta al problema magari aiutandola e supportandola nell’odierna ridefinizione dei ruoli genitoriali.
I genitori, infatti, tendono a giustificare o minimizzare gli atteggiamenti prepotenti dei loro figli/bulli e a non cogliere i segnali di disagio dei loro figli/vittime specialmente se chiamati direttamente in causa dalla scuola. Spesso si schierano contro gli insegnanti scaricando le responsabilità in modo prepotente e lassista. Proprio loro, che sono i referenti primari, finiscono per avallare e rinforzare quei comportamenti devianti che diventano sempre più incontrollabili.
Inoltre, come è noto da tempo, i bambini a contatto con situazioni in cui regnano violenza e sopraffazione sviluppano maggiormente la possibilità di interiorizzare modelli di comportamenti simili e quindi di riproporre in ambiti diversi le stesse modalità disfunzionali di cui hanno fatto esperienza. Non solo violenza e prevaricazione risultano essere gli unici fattori di rischio, anche l’eccessivo permissivismo, gratificazione o controllo, l’adultizzazione del bambino possono favorire il bisogno di dominare gli altri e quindi atti a bullo, mentre una bassa autostima, senso di insicurezza e instabilità potrebbero essere un terreno fertile per l’insorgere di atteggiamenti da vittima. BULLO e VITTIMA sono due facce della stessa medaglia: la difficoltà nel riconoscimento delle emozioni.

 

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Autori

Veronica Venditti

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