
Rischio rivolta nelle carceri: gli psicologi lanciano l'allarme
Solo 20 gli psicologi di ruolo nei 205 penitenziari italiani, meno di 12 minuti al mese di assistenza psicologica a detenuto: impossibile la reale riabilitazione.
il provvedimento'.
Questi i fatti, un indulto senza amnistia, carceri svuotate per pochi mesi, tribunali che continuano a processare cittadini che non andranno mai in galera e la mancanza di una riforma di tutto il settore. Il Governo continua a legiferare dimenticando il suo programma elettorale che prevedeva riforme strutturali prima di qualsiasi colpo di spugna. Un programma elettorale adiposo, 280 pagine, infatti, l'On. Polito afferma in diretta nazionale ad Anno Zero: "Impossibile applicare tutto perché troppo lungo".
La condizione delle carceri oggi si arricchisce di un particolare molto interessante: "In ogni carcere il numero massimo d'ore mensili previsto d'assistenza psicologica è di 64 ore, nella sostanza se ne fanno meno della metà, circa 30, questo significa meno di 12 minuti al mese per detenuto". Questo il dato che emerge dalla conferenza stampa tenutasi il giorno 16 ottobre presso il Palazzo dell'Informazione, dall'ordine degli psicologi AUPI consiglio nazionale. Il comunicato stampa recita:"A poco più di un anno dall'indulto, la situazione nei penitenziari italiani non è cambiata di molto: dopo l'uscita di più di 1/3 dei reclusi, un detenuto su 5 è tornato a delinquere.
Un ruolo troppo spesso secondario è quello dello psicologo, che dovrebbe sostenere il detenuto nella riabilitazione psico-sociale durante il periodo di reclusione. Nella pratica quotidiana, invece, nei 205 penitenziari italiani, operano solo 404 psicologi: 90 sono impiegati nel 'servizio nuovi giunti', ossia intervengono nel primo colloquio, 294 si occupano dell'attività di 'osservazione e trattamento', che è successiva al primo intervento e solo 20 sono gli psicologi penitenziari di ruolo.
"Questi dati confermano - spiega Alessandro Bruni, Presidente della Società Italiana Psicologi Penitenziari - come le carceri vengono ancora oggi considerate semplici luoghi di detenzione e di esclusione di cittadini dal resto della società e non uno dei posti in cui, oltre all'espiazione della colpa, è offerta la possibilità di un recupero".
A dare la fotografia di un malessere è una recente indagine Eurisko svolta in 25 istituti penitenziari italiani. Su 205 carceri, 160 sono case circondariali, 37 sono case di reclusione e 8 gli istituti per le misure di sicurezza, affollati soprattutto di stranieri: il 37% di tutti i detenuti sono marocchini (20%), romeni (15%), albanesi (12%) e tunisini (10%).
Almeno il 62% dei detenuti, inoltre, ha una patologia che necessita di un intervento specialistico, il 43,5% di questi ha problemi psicologici o psichiatrici, il 28,3% una malattia virale cronica, in primis l'epatite C che segnala un'incidenza del 35%, il 50% e' tossicodipendente, il 15% e' sieropositivo. Seguono una decina di casi di tubercolosi e un disagio psico-sociale dilagante che colpisce praticamente tutti.
L'affollamento e le condizioni di vita degradanti delle carceri italiane, quindi, sono le meno indicate per un reale recupero del detenuto. "La tensione ed il malessere dominante determinano un aumento dell'aggressività che - spiega Giuseppe Luigi Palma, Presidente del Consiglio Nazionale dell'Ordine degli Psicologi - potrebbe portare nei prossimi anni a disordini significativi". Non a caso, questa mancanza di "dignità" e di attenzione ha portato nei primi cento giorni del 2006, ad un'incidenza del 67% di casi di suicidio sul totale dei decessi, questo a dimostrazione che il trattamento dei detenuti andrebbe tutelato a partire dal diritto alla salute, sancito dall'articolo 32 della nostra Costituzione. Nello stesso periodo del 2007 i casi di suicidi sono scesi al 18% sul totale dei decessi, un calo dovuto soprattutto al provvedimento dell'indulto".
Preoccupati per la situazione, invitiamo l'ordine degli psicologi ad inviare qualche bravo specialista a Piazza Colonna.
Fulvio Ascensi