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Voyeurismo patologico e stupro dell’intimità: una violenza sistemica da arginare

Come terapeuti, ci si prepara anni per lavorare al meglio e non sarà mai la morbosità del dettaglio a caratterizzare un ascolto che si propone ed è, già di per sé, contenimento e cura per un dolore psichico indicibile

Voyeurismo patologico e stupro dell’intimità: una violenza sistemica da arginare

a cura di Ilaria Carosi

L’efferatezza delle vicende divenute note come stupro di Rimini continua, a distanza di giorni, ad occupare spazio sugli organi di stampa nazionali. Se il riverbero dell’orrore bastasse a tenere alta l’attenzione sul tema della violenza che, variamente declinata nelle sue infinite forme e spesso a danno delle donne, affligge anche il nostro paese, ci fermeremmo qui. Fosse sufficiente a fornire validi strumenti di riflessione, prevenzione, dissuasione, ad elicitare ripensamenti normativi, educativi, comunicativi/linguistici, ad offrire la migliore presa in carico specialistica possibile a vittime (e carnefici), potremmo esimerci. Si dovrà, invece, ammettere quanto ancora lontani ne siamo e quanto assolutamente legittimo sia, come psicologi, interrogarci e condividere ad alta voce alcune considerazioni scaturite dalle scelte editoriali di quei quotidiani che hanno diffuso gli efferati particolari dello stupro, quelli raccontati dalle vittime agli inquirenti che stanno istruendo il caso.

C’è una differenza, nemmeno troppo sottile, tra la rilevanza che i dettagli assumono in ambito giuridico e quella che rivestono all’interno di un percorso psicoterapeutico di elaborazione di un evento marcatamente traumatico. In una stanza di psicoterapia, a volte, occorre un tempo lunghissimo perché una vittima riesca a verbalizzare, rivivere e condividere eventi simili: siamo di fronte a traumi che lacerano profondamente la psiche oltre che il corpo, a ferite che richiedono una delicatezza di “tocco” e un lavoro altamente specializzato. Come terapeuti, ci si prepara anni per lavorare al meglio e non sarà mai la morbosità del dettaglio a caratterizzare un ascolto che si propone ed è, già di per sé, contenimento e cura per un dolore psichico indicibile. Lo sanno bene, o dovrebbero, anche gli inquirenti e i professionisti della salute che intervengono nell’immediatezza dei fatti. Loro li devono raccogliere, i dettagli. Trascrivere, enumerare, refertare e repertare. La psicoterapia è altro. Si può “imbastire” un impianto terapeutico facendone a meno, dei dettagli. Arriveranno, se e quando sarà il momento di essere condivisi da un lato, accolti dall’altro. E anche se per lungo tempo non arrivassero, una violenza per “noi” resterà sempre una violenza: non ci sono prove da raccogliere, sentenze da emettere o decisioni da prendere in merito ai presunti colpevoli. Ci interessano i vissuti prima ancora che i fatti. Le ri-elaborazioni, le ri-connessioni, le ri-narrazioni e le restituzioni di senso, quando si può. Da co-costruire, non da accertare. Mi chiedo come la delicatezza di certi processi psichici e delle situazioni che li hanno originati debba essere spiegata ad altri esseri umani che, non mostrando per le vittime alcun tipo di considerazione né riguardo, contribuiscono ad imporre loro una violenza psichicamente sovrapponibile a quella già subita nel corpo. Altrettanto devastante. C’è una seconda traumatizzazione cui sono state esposte le vittime dello stupro di Rimini, non meno deprecabile e grave rispetto alla prima. Una violenza sistemica che attraversa confini geografici (e virtuali) per devastare -di nuovo- anche quelli individuali. Una violenza che spesso utilizza come sponda il clima di diffidenza, rabbia, odio o marcato razzismo, risultando ancor più inaccettabile. Delle logiche di mercato nemmeno vorrei parlare. Dell’eventualità che l’individuo sia destinato a soccombere sempre e comunque di fronte al voyerismo con cui certi particolari vengono cercati e fruiti dalle masse e dunque diffusi. Perché rendono. Vien da chiedersi quanto, nell’epoca delle con-divisioni virtuali, non si stiano perdendo i confini, non solo del Sé ma anche di quei significati condivisi che dovrebbero distinguerci -stavolta sì- dagli animali. Proteggere dallo stupro dell’intimità. Siamo forse di fronte ad un difetto nell’intersoggettività, nell’interconnessione sistemica delle menti, nella “struttura che connette”, parafrasando Gregory Bateson? Nella condivisione di norme di buonsenso, il comune sentire ci dovrebbe portare all’immediata condanna morale, senza necessità di dettagli, distinzioni di bandiera o attesa di condanne giuridiche che nulla aggiungono ad un quadro dalle tinte già fosche. Ci chiediamo che fine abbia fatto il rispetto per l’Altro da sé che, violato da quelli che siamo soliti definire “bestie”, certo non viene tutelato dalla diffusione sistematica e morbosa del particolare, negando il rispetto per l’umano con il suo sentire e il suo soffrire. Che si tratti, nel caso specifico, di vittime di un efferato crimine è solo un’aggravante.