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#quellavoltache ho stuprato una donna

Campagne come #quellavoltache propongono di raccontare esperienze personali di violenze subite.

#quellavoltache ho stuprato una donna

Campagne come #quellavoltache propongono di raccontare esperienze personali di violenze subite. Ci sembra un tema delicato e importantissimo, in cui rivendicare un punto di vista specificatamente psicologico può offrire una chiave per la comprensione delle dinamiche e dei vissuti sommersi che accompagnano la ferita della violenza. Compreso il decidere di non dire, laddove dire significa anche dover mettere a confronto un’esperienza personalissima con le proiezioni collettive e culturali che nutrono il tema della violenza, della sopraffazione, del rapporto di potere, e che ricadono sull’individuo abusato sotto forma di vergogna, colpa, stupore, dubbio.

Per contribuire a rivedere narrazioni ancora troppo scontate (come “se l’è cercata”) siamo andati a cercare, dall’altra parte della diade abusante/abusato, quali sono i copioni che stanno alla base della violenza sessuale.

La psicologia e la sociologia hanno dedicato molti studi alle ipotesi sui moventi che si possono celare dietro le aggressioni sessuali perpetrate sulle donne, e molti dati sono arrivati dalle ricerche su soggetti condannati per atti di violenza.

Una ricerca della Georgia State University (Justifying Sexual Assault: anonymous Perpretators Speak Out Online, 2015, American Psychological Association) ci fornisce dati che provengono dall’analisi qualitativa di racconti in prima persona rilasciati su un popolare forum on.line (Reddit.com). 68 anonimi frequentatori del sito hanno descritto la loro esperienza come attori di violenza nei confronti delle donne. I dati hanno il pregio di non provenire da un campione già selezionato di uomini denunciati o condannati per  violenza sessuale e quindi possono fornire uno scenario il più possibile autentico e diretto sui moventi delle aggressioni sessuali.

L’analisi risulta in sintonia con le deduzioni più accreditate della ricerca sul campo: le motivazioni dei sex offrenders tracciano una trama che si può riassumere in alcuni temi salienti:

– copioni sessuali (nel 37 % dei casi): gli “script” descrivono ciò che appare appropriato e implicito rispetto al comportamento sessuale. Ne definiscono la dimensione simbolica e culturale. Nei racconti dei sex offenders si mette spesso in risalto l’incapacità di valutare il desiderio sessuale del partner. Sembra essere sottinteso che l’uomo deve insistere anche di fronte a un esplicito diniego, perché “no può non significare no”: si scambia un rifiuto espresso per la naturale e congenita riservatezza che vieterebbe a una donna di esprimere in maniera franca il suo desiderio. Sui copioni che guidano le condotte sessuali è interessante notare che anche l’ 8% dei soggetti mai implicati in condotte sessualmente violente non considera violenza sessuale un rapporto non consensuale tra due persone che ne hanno in precedenza avuto uno consensuale.

– colpevolizzazione della vittima (29 %): si suggerisce che l’assoluzione dell’aggressore è necessitata dalla sessualità esplicita della vittima. Siamo nella nota questione del “se l’è cercata”. Nei racconti, la vittima viene descritta come eccessivamente provocante, disinvolta, ribelle. “Faceva troppi commenti inutilmente sessuali”, dichiara un commentatore.

– sessismo ostile (24 %): Forbes, Adam-Curtis e White (2004) hanno definito il sessismo ostile come una specifica forma di indignazione e disprezzo diretti nei confronti della donna. Un commentatore racconta di aver stuprato una donna incosciente così violentemente che il giorno successivo zoppicava. Un altro partecipante ha descritto come si è divertito la prima volta che ha violentato analmente la moglie di 20 anni e che, da quel momento, ogni anno ripete questa azione. Il suo sadismo è illustrato non solo dalla descrizione del dolore che sa di infliggere, ma anche dal modo scanzonato di presentarlo: “Ogni anno la tratto peggio… Ma la amo molto, solo non sembra che le mie emozioni profonde corrispondano a ciò che fisicamente desidero”.

– essenzialismo biologico (18 %): è il tema della incontenibilità della pulsione sessuale. L’uomo è preda fisiologica del suo testosterone. E non c’è responsabilità in questa coercizione ormonale. “Non so quali sono i miei motivi, so soltanto che ero davvero molto eccitato”. C’è un commentatore che descrive la sua esperienza così: “si è resa conto di quello che stava accadendo e ha cercato di chiudere le gambe, ma era troppo tardi ed io ero molto più forte di lei”. La narrazione continua con il proposito di mettere in guardia la propria futura figlia dal pericolo della pulsione biologica degli uomini.

– oggettificazione (18 %): la vittima non viene percepita come un individualità integra e complessa, ma solo come un oggetto sessuale. Viene ridotta a un qualche aspetto separato, generalmente una parte del corpo che provoca l’assalto.  Un commentatore descrive la sua vittima con il numero assegnato alla sua desiderabilità sessuale. “Era molto attraente, piccola, bionda, ben dotata, begli occhi. Non necessariamente un perfetto 10, ma davvero un bel guardare.”

– sociosessualità (18 %): oltre agli autori che descrivono le proprie vittime come oggetti, spersonalizzati e disumanizzati, c’è una sottocategoria che riguarda condotte sessuali con una precisa cornice di messa in scena: sesso di gruppo, partner multipli, sesso rigorosamente al di fuori della relazione affettiva. I racconti che riguardano questa categoria sono caratterizzati dalla realizzazione di desideri sessuali che gli autori stessi descrivono come trasgressivi e incoerenti rispetto alle proprie condotte erotiche-affettive di base.

Qual è l’utilità di questi dati?

Intanto, raccogliere dati di prima mano offre l’opportunità di esplorare argomenti spinosi, che normalmente si ha più di una ragione per tacere. Rintracciare una mappa dei sottotesti narrativi della violenza può offrire spunti per le azioni di prevenzione, per contrastare quell’amalgama vischioso di mistificazione, pregiudizi, malafede, e giustificazione che è stato chiamato “cultura dello stupro”. Resistono e preoccupano le norme culturali e valoriali che accompagnano i casi di violenza che continuamente si impongono all’attenzione del pubblico, e si rende necessario un continuo allenamento alla coscienza critica, oltre che una nuova alfabetizzazione mediatica, per identificare tutti i giorni il sessismo, l’oggettivazione, la colpevolizzazione delle vittime. Risignificare l’orizzonte dell’incontro sessuale è la meta: forse remota, ma necessaria.

 

 

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