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Riflessioni psicologiche sulla post-verità. Vero o falso, purché condiviso

Desiderabilità sociale e uso bulimico dell'informazione. La psicologia riflette sulla post-verità: è più importante esserci che essere credibili

Riflessioni psicologiche sulla post-verità. Vero o falso, purché condiviso

Cos’è la post-verità? Se ne parla tanto che gli Oxford Dictionaries hanno eletto il termine “post-truth” vocabolo dell’anno. Impostosi all’onore della cronaca durante la vicenda Brexit e rafforzato durante la campagna elettorale americana, il termine indica quella proposta comunicativa degli avvenimenti che sceglie come canale privilegiato non la verifica dei fatti ma la spinta emotiva che li riguarda. Ovvero, la comunicazione privilegia, dal lato della fonte, un approccio affettivo a un approccio logico-analitico della notizia e della notiziabilità delle cose; analogamente, dal lato del fruitore, si privilegia un’acquisizione dell’informazione non focalizzata sulla veridicità della notizia quanto piuttosto sull’emozione che suscita.

Che la verità oggettiva sia una chimera ce lo raccontano da tempi remoti sia i filosofi che gli psicologi sociali. La novità sembra essere piuttosto uno slittamento del piano di significazione della nostra relazione con la verità. Sembra, cioè, che la verità sia meno importante come qualità discriminante la comunicazione, e che questa diminuzione di valore non sia l’esito di un processo critico, quanto piuttosto della diffusione di moventi più impellenti.

Avviene, sul piano della comunicazione istituzionale, quello che avviene – da sempre e in modo più sfacciato – nella socialità più domestica. La psicologia sociale ha studiato questo fenomeno in modo molto accurato a partire dai primi esperimenti sul conformismo.

C’è un elemento che sbilancia in modo significato la nostra adesione alla realtà. Questo elemento è la desiderabilità sociale. Se io desidero fortemente far parte di un gruppo, posso sacrificare una quota della mia aderenza all’oggettività per guadagnare l’appartenenza alla comunità che ho scelto. Il far parte di un gruppo, poi, ha sistemi collaudati di conferma dell’identità gregaria. Sul piano della comunicazione, che è l’oggetto che stiamo guardando qui, si accentua la tendenza a selezionare le informazioni che confermano la mia appartenenza e si crea un sistema di credenze, preconcetti e abiti mentali che filtrano le proposte di informazioni a disposizione.

Il meccanismo di conferma della rappresentazione sociale trova nell’epoca dell’egemonia del web una sua specifica esaltazione. Da una parte, le fonti istituzionali tradizionali hanno perso credibilità. Dall’altro, c’è a tutti i livelli della comunicazione una tendenza a far leva su dimensioni comunicative che tocchino le corde emotive del lettore. La suggestione sensazionalistica è in ogni angolo: quante comunicazioni via web iniziano con la provocazione: “quello che guarderai – o leggerai – qui ha dell’incredibile!”?

La natura del web ha imposto una lievitazione enorme della mole di informazioni a disposizione. I ritmi di vita, di contro, hanno ridotto drasticamente il tempo che possiamo dedicare a ogni cosa. A questo corrisponde una fruizione bulimica di qualsiasi “prodotto” – compresa la comunicazione – con le ricadute che la psicologia sta riscontrando sempre di più in termini di capacità di concentrazione e tolleranza alla frustrazione.

Tanta informazione, poco tempo. Quando l’obiettivo è di agganciare utenti e fare traffico e viralità, la soluzione sembra essere proprio quella di proporre informazioni accattivanti sul piano affettivo, di impatto, rapide, di facile fruizione.

La reattività sul web, molti studi lo dimostrano, è poi caratterizzata da una endemica eccitabilità. Sulle piazze virtuali, complice gli schermi che celano in tutto o in parte l’individualità dei profili, le comunicazioni tendono a essere molto più accese che quando avvengono nella interazione faccia a faccia.

È quindi facile che avvenga un cortocircuito che va dall’ambiguità (più o meno naturale) di una notizia alla sua forzatura interpretativa, al suo uso manipolato e spesso manipolativo, con il fine ultimo di creare schieramenti contrapposti e profondamente polarizzati. A quel punto, l’onere della verifica della fonte della notizia passa in secondo piano. In molte recenti sondaggi si trovano esplicite dichiarazioni in tal senso: tantissimi utenti (soprattutto giovani) sospettano che la notizia che stanno condividendo sui propri profili social è una bufala (o quantomeno è una mezza verità), eppure la condividono lo stesso. Anche l’assunzione di responsabilità sembra avere un’emivita più breve sul web. Nonostante le nostre comunicazioni sul web lascino tracce durevoli, nessuno si prenderà la briga di seguire filologicamente i nostri interventi. Tutto scorre, e molto velocemente.