Cittadini Psicologia e Alimentazione

Perchè non riusciamo a smetterla col comfort food

L’alimentazione non è "matematica", dove s’impara, si contano le calorie e si modificano le abitudini. Mangiare è un processo che tocca aspetti più profondi e radicati

Perchè non riusciamo a smetterla col comfort food

 

a cura di Elena Panuccio, componente del Gruppo di lavoro Psicologia e Alimentazione

Tutti gli uomini si nutrono, ma pochi sanno distinguere i sapori”

(Confucio)

 

A tavola perdonerei chiunque, anche i miei parenti”

(Oscar Wilde)

 

Chi non si è riconosciuto almeno qualche volta in queste frasi, alzi la mano. La cosa, di per sé, non sarebbe e di fatto non è neanche tanto strana, se non finché non passa dall’essere un’eccezione al diventare la regola. Messe insieme, infatti, queste due frasi dipingono un quadro abbastanza chiaro di cosa avviene quando scegliamo di ricorrere al cibo come elemento di conforto (comfort food) anziché di nutrimento.

Spesso ingurgitiamo quello che ci capita a tiro alla velocità della luce, senza neanche renderci conto delle quantità e, di conseguenza, di che sapore abbia quel determinato alimento, ma il gesto del mangiare ci tiene in qualche modo occupati e lo stesso movimento masticatorio (atto simbolicamente aggressivo, in quanto coinvolge l’uso di denti e mascella) ci permette di scaricare parte della tensione accumulata attraverso la demolizione del cibo. Sappiamo infatti, dagli studi di psicofisiologia clinica, che l’aggressività e la rabbia si esprimono e vengono rappresentate al livello somatico anche dalla tensione muscolare nel distretto della mascella (pensiamo ad esempio al fenomeno del bruxismo).

Altre volte, invece, ci concediamo qualcosa di gratificante anche dal punto di vista sensoriale (sapore, odore, palatabilità) e ritroviamo per un attimo la pace dei sensi, mettendo da parte amarezze, dispiaceri e preoccupazioni.

Secondo i dati pubblicati nel “Primo rapporto sulle abitudini alimentari degli italiani” (CENSIS-COLDIRETTI, 2010) il 36,8% degli italiani dichiara che vorrebbe “seguire un regime alimentare più sano, ma spesso non ci riesce” e che gli aspetti che ne influenzano il tipo di alimentazione sono, per il 33,2%, caratteristiche e scelte soggettive, mentre tra i fattori presi in considerazione quando si sceglie cosa mangiare, i valori nutrizionali hanno peso solo per il 14,9% degli italiani, fuori casa, ed il 29,7% quando si mangia a casa.

La verità è che spesso queste scelte dipendono o vengono comunque largamente influenzate da dinamiche relazionali e modalità di pensiero caratteristiche. La sensazione è che il cosiddetto “emotional eater”, ossia colui che non riesce a seguire delle sane regole alimentari poiché tentato dal cibo a trasgredire, utilizzi il cibo non solo come sostituto simbolico di qualcosa che manca, ma come vero e proprio “oggetto” con il quale creare un rapporto che sia fonte di una qualche forma, seppur surrogata, di soddisfazione. Non riesco a dire questa cosa“, “Non riesco ad avere una relazione soddisfacente con questa persona“, “Non sono soddisfatto di me“, “Non riesco ad impormi“, “Non riesco a risolvere questo problema sul lavoro” sono alcune delle affermazioni alle quali segue il ricorso al cibo come mezzo di consolazione. Cosa avviene nello specifico e perché ricorriamo al cibo anche se non lo vorremmo e dopo, spesso, ci sentiamo anche in colpa?

In tutte queste dinamiche c’è uno spostamento (dalla realtà del qui ed ora, dalla situazione conflittuale o dal problema che non riusciamo ad affrontare e risolvere, quindi da un focus interno), a qualcosa che ci dà soddisfazione, anche se momentaneamente (focus esterno), che ci fa sentire meglio e ci allevia le sofferenze date dall’ansia, dalla tristezza e dalla rabbia, ci conforta e ci rassicura, facendoci ritrovare l’ottimismo ed il buonumore, anche se solo per un momento. Già agli albori della psicoanalisi era stato studiato il rapporto tra uomo e cibo ed il significato simbolico che questo assume, al di là della mera e semplice funzione nutritiva. Pensiamo, per esempio, alla fase orale nello sviluppo del bambino descritta da Freud, al rapporto con la madre nel periodo dell’allattamento descritto da Melanie Klein, ed anche alla cosiddetta “personalità orale” di cui si parla in bioenergetica, che si sviluppa a partire da queste esperienze, caratterizzata da aspetti e modalità sia di pensiero che relazionali, emotive e comportamentali ben precise. Così come ce lo descrive A. Lowen, infatti, il carattere orale si distingue per la tendenza al bisogno di approvazione, per la richiesta di supporto continuo, nonché di rassicurazioni (il nutrimento), e per la tendenza ad instaurare legami di tipo dipendente. Tutti aspetti che ci rimandano al bisogno di un nutrimento che, oltre che fisico, sia anche emotivo.

Chiaramente il discorso non si esaurisce tutto qui, ma intanto possiamo dire che, in un certo senso, il cibo fa tutto questo ed anche altro. In generale, comunque, le dimensioni coinvolte nel meccanismo della fame nervosa sono più di frequente quelle di aggressività (intesa nel senso costruttivo di “aggredire“, dal latino “ad-gredior“, ossia “avvicinarsi“, “raggiungere“, “ottenere“, “prendere“), accudimento, esplorazione e sessualità. La valenza consolatoria del cibo, inoltre, è fisiologicamente dimostrata dalla conoscenza ormai approfondita dei meccanismi fisiologici alla base del “craving“, ossia del desiderio smodato ed incontrollabile per i cosiddetti “comfort food“, non a caso sempre ricchi di carboidrati. Solitamente, infatti, ci si consola con un dolce, una fetta di torta, un pacco di biscotti, ma anche un pezzo di pizza, la pasta avanzata dal giorno prima, una fetta di pane o altro.

Sempre secondo i dati del rapporto CENSIS-COLDIRETTI, infatti, gli aspetti che influiscono di più sulla scelta degli alimenti sono in media, per circa il 60% degli italiani, il sapore ed il gusto. Al di là della più facile reperibilità al consumo di alcuni di questi alimenti, il meccanismo alla base del desiderio incontrollabile di assumere carboidrati è da identificarsi nella produzione di serotonina e nell’abbassamento dei livelli di cortisolo che l’assunzione di questi alimenti produce. La serotonina è un neurotrasmettitore responsabile della sensazione di calma e tranquillità, il cortisolo è un ormone il cui livello aumenta in condizioni di stress e diminuisce in condizioni di rilassamento.

Con l’assunzione di carboidrati si crea, quindi, una vera e propria dipendenza “farmacologica”, come avviene, per esempio, con il caffè, le sigarette o l’alcool; una condizione in cui, nonostante i sensi di colpa successivi all’assunzione, il soggetto continua a ricorrere a quei determinati alimenti per alleviare uno stato di tensione o di malessere che non riesce a gestire diversamente. Ma in questo modo non fa altro che ritardare la soluzione del problema. Anzi, al problema iniziale se ne aggiunge un altro: quello del controllo del peso (e spesso anche della salute).

Di fatto si crea una sorta di circolo vizioso in cui, se inizialmente il ricorso al cibo può essere controllabile, a lungo andare diventa una vera e propria dipendenza dalla quale è sempre più difficile uscire, sia fisiologicamente che psicologicamente, in quanto si tenderà a credere che il proprio benessere dipenda esclusivamente dall’assunzione di cibo. Quindi, agli aspetti di gratificazione sensoriale si sommano quelli legati alla reazione fisiologica, che deriva dall’assunzione di carboidrati, ed agli aspetti psicologici, che ci impediscono di ritenerci capaci di uscire dal quel meccanismo di dipendenza, con grosse ricadute sull’autostima personale.

Del resto occorre ammettere che, se il problema fosse legato solamente ad una disconoscenza delle fondamentali regole di buona e sana educazione alimentare, basterebbe una dieta per risolvere la questione in maniera definitiva. Spesso non basta nemmeno affrontare il problema del cambiamento delle abitudini alimentari, dei ritmi e dello stile di vita, poiché, una volta interrotte anche le visite di controllo, prima o poi, nella fase di mantenimento (Prochaska e Di Clemente, 1992) si finisce per ricadere nelle vecchie modalità comportamentali. Dunque, mangiare non è qualcosa di “matematico”, in cui imparo come farlo, conto le calorie e modifico le mie abitudini alimentari, ma è un processo che fa leva su aspetti ben più profondi e radicati nel nostro essere.

È fondamentale dunque che, nel momento in cui ci si appresta a iniziare un percorso per la gestione del peso, non ci si fermi solo agli aspetti dietologici, ma si affrontino anche quelli psicologici con un professionista appositamente formato ed iscritto all’Albo degli Psicologi. Molti di questi inoltre collaborano con medici e nutrizionisti per offrire un supporto completo alla gestione del peso. A questo proposito, l’Ordine degli Psicologi del Lazio ha creato la rete PASS (Psicologi Alimentari al Servizi della Salute), alla quale aderiscono professionisti abilitati ed in possesso di specifici requisiti di competenza, formazione ed esperienza nel campo dell’alimentazione, ai quali è possibile richiedere un consulto o con i quali intraprendere un percorso di cambiamento a tariffe agevolate.

 

Bibliografia

  • Primo rapporto sulle abitudini alimentari degli italiani” - CENSIS-COLDIRETTI, 2010.
  • Prochaska, Di Clemente, “Modello degli stadi del cambiamento“, 1992
  • Lowen A., “Il Linguaggio del corpo
  • Lowen A., “Bioenergetica
  • Miller, Rollnick, “Il colloquio motivazionale“, 1991
  • Freud S., “La psicoanalisi infantile“, Newton Compton, 2007
  • Freud S., “Tre saggi sulla teoria sessuale“, in “Opere”, Ed. “I Mammut”, Newton Compton, 1992
  • Klein M., “Invidia e gratitudine“, 1957.
  • Physiol Behav. 2007 July “Stress, eating and the reward system”, Adam TC1, Epel ES.
  • Physiol Behav. 2006 Apr “Food selection changes under stress”, Zellner, Loaiza S, Gonzalez Z,
  • Pita J, Morales J, Pecora D, Wolf A
  • Minerva endocrinologica, 2013 Sept. “Stress and Eating Behaviors”, Marc N. Potenza, Yvonne H. C.Yau

 

Approfondisci questi argomenti: