Cittadini

Perché non facciamo nulla per fermare il cambiamento climatico?

Pensiamo che le nostre azioni individuali non possono prevenire i disastri ambientali. Ecco perché le politiche di sensibilizzazione devono tener conto della dimensione psicologica

Perché non facciamo nulla per fermare il cambiamento climatico?

Che il cambiamento climatico sia un problema globale si sa. Che è nelle agende dei decisori politici e materia importante degli accordi internazionali anche. Meno alla portata della riflessione collettiva è che il cambiamento climatico è un tema con sostanziali implicazioni psicologiche.

L’APA (American Psychological Association) ha fatto una sorta di censimento delle ricerche che considerano il cambiamento climatico da una prospettiva psicologica. Il lungo documento a corredo offre un buona segnaletica per orientarsi sulla relazione tra gli individui e le profonde trasformazioni climatiche degli ultimi decenni. Mai come ora, infatti, il cambiamento climatico (inteso non soltanto come le variazioni a carico del meteo, ma anche le relative modificazioni che incidono sull’atmosfera terrestre, sulle risorse idriche, sugli ecosistemi e sugli organismi viventi) è vincolato all’attività dell’uomo. Se prima i cambiamenti climatici erano essenzialmente legati a variazioni fisiologiche e imprevedibili della natura, con l’aumento esponenziale delle azioni di consumo delle società industrializzate il cambiamento climatico ha instaurato una relazione seria e duratura con l’umanità e i suoi comportamenti.

In che modo la psicologia entra in questa cornice?

A più livelli. Su un piano individuale, ad esempio, è stato studiato quali sono gli effetti dei cambiamenti climatici in termini di salute mentale e benessere. Gli studi effettuati hanno mostrato l’esistenza di una correlazione positiva tra aggressività e calore: ad aumenti della temperatura corrisponde un aumento di comportamenti violenti. Dato non trascurabile, se si pensa che il surriscaldamento è un processo in continua ed esponenziale crescita. L’aumento della aggressività ha una declinazione anche sul piano macro-sociale. Si stima infatti che molte delle prossime migrazioni di popoli saranno conseguenze di condizioni ambientali avverse. Questo porterà a un ulteriore sovrappopolamento di luoghi con una maggiore concentrazione di risorse, con la probabile conseguenza di aumento di conflittualità locale legata all’approvvigionamento delle risorse stesse.

Più intuitiva è la relazione tra salute mentale e disastri ambientali: moltissime sono state le ricerche che hanno documentato l’aumento, in termini di malattia mentale (in primis ansia e depressione), in popolazioni colpite direttamente da catastrofi naturali, come una lunga siccità o, più drammaticamente, una grave alluvione.

Un filone di ricerca meno popolare ma attualmente in grande sviluppo è quello relativo alla percezione del rischio. La domanda è: il cambiamento climatico ci fa sentire più vulnerabili?

I cambiamenti climatici sono fenomeni non facilmente rilevati nell’esperienza personale. La preoccupazione inerente questo tema è sottoposta a un destino di sdoppiamento. Se da un punto di vista intellettuale ne viene riconosciuta l’importanza, quella stessa importanza non si trasforma poi in un segnale affettivo di allarme e, di conseguenza, ha un impatto piuttosto basso in termini di modificazione del comportamento.

Come a dire: capisco che il cambiamento climatico è un problema serio, ma non mi tocca.

Quali sono le ragioni di questa mancata presa in carico del problema?

Intanto, il cambiamento climatico appare fuori dalla portata individuale in termini di capacità di controllo e quindi anche in termini di percezione della personale abilità di intervento. Si tende a nutrire l’impressione che i disastri ambientali si impongano da fuori con tutta la loro drammatica evidenza e più difficilmente si riesce a tracciare il filo che porta dalle proprie azioni di consumo alla manifestazione della calamità.

Non solo il luogo del disastro è perlopiù percepito come un generico “altrove”. Anche il tempo del disastro è dislocato in un imprecisato futuro. Il tempo del futuro remoto è caratterizzato da un tipo di pensiero astratto, che non muove all’azione. Non ha la concretezza e la responsabilità di un domani prossimo (la mia riunione di lunedì, che ha bisogno della mia preparazione). E non importa se sarà un accumulo di domani, non cambia la quota dell’investimento personale rispetto a un cambiamento così diffuso e impalpabile.

Altro elemento saliente, tanto saliente da essere citato nel rapporto “Climate Change: A Risk Assessment” curato da Sir David King (Università di Cambridge) per il ministro degli Esteri del Regno Unito e del Commonwealth del governo di David Cameron nell’estate 2015, è il meccanismo della negazione psicologica. Coerentemente con questo meccanismo di difesa psichica, si nega l’esistenza di realtà esterne percepite come pericolose e terribili. Nel caso degli eventi climatici, questa attitudine mentale ha una dimensione comunitaria e non solo individuale, che ne moltiplica la potenzialità distruttiva.

Il meccanismo emotivo della negazione è anche alla base degli studi che testimoniano il fallimento delle campagne di informazione e prevenzione basate sulla minaccia del pericolo.

Molto più utile è restituire agli individui il senso della personale abilità e responsabilità nel determinare cambiamenti significativi in questo campo. Sentirsi in grado di incidere positivamente sul cambiamento climatico è un movente molto più efficace di qualsiasi campagna allarmistica. Bisogna rafforzare le competenze di comprensione del problema, di costruzione di senso, di definizione di nessi tra cause ed effetti, di messa in atto di strategie di correzione di comportamenti disfunzionali e di strategie di risoluzione creativa dei problemi. In questa prospettiva, ci sono molte cose che la psicologia può far crescere, non guardando il cambiamento climatico dalla prospettiva della minaccia fatale che incombe, ma come un contesto in cui poter costruire e mettere in pratica azioni efficaci. Ci sono buone ragioni per credere che sia una bella sfida percepire di poter incidere direttamente nella realizzazione di un pianeta più vivibile.