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Nostalgia di fine estate? Vacanze e struggimento del ritorno

Guardiamo una fotografia che ci porta a riassaporare un momento felice. Quale relazione c'è tra il sentimento della nostalgia e le vacanze estive?

Nostalgia di fine estate? Vacanze e struggimento del ritorno

Una fotografia che ci ricorda un momento intenso. Un posto dove giocavamo da bambini. Ci assale la nostalgia.

Il “dolore del ritorno” – questa l’etimologia del termine – spesso si affaccia in occasione delle vacanze.

Con spunti diversi: le vacanze possono stimolare nostalgia nella versione più semplice del rimpianto, ovvero quando terminano e si torna alle fatiche dei giorni di lavoro e routine. In questa accezione le vacanze diventano un ricettacolo di belle ed emozionanti esperienze che si sono interrotte, a cui ritorneremo idealmente nei giorni seguenti, magari con la complicità di una considerevole raccolta di fotografie. Si tratta qui di un sentimento recente ma non per questo necessariamente poco pungente. Soprattutto se ciò a cui torniamo non ha caratteristiche emozionali equivalenti a ciò che abbiamo vissuto e dobbiamo barattare l’ebrezza di immaginarci in una prospettiva esotica e ideale per scenari molto meno allettanti.

Diversamente, le vacanze possono intercettare la nostalgia quando le rendiamo l’occasione per tornare davvero, cioè quando utilizziamo le ferie per riconnetterci con i luoghi e le persone delle nostre origini. In Italia è un’esperienza relativamente diffusa, e così in tutto il mondo. Durante le vacanze si “torna a casa”, nei luoghi dell’infanzia e della fanciullezza e si rincontrano persone che fanno parte del nostro passato. In questa accezione, è vero che la nostalgia è essenzialmente uno struggimento per un tempo passato, più che per un luogo fisico. Un sentimento che può assumere molte sfumature, perché si traccia attraverso il confronto con quello che siamo diventati, con le scelte che abbiamo fatto e con i percorsi interrotti.

Come gli anniversari e altri punti di riferimento temporali, le vacanze ricordano tempi speciali e ci aiutano a tenere traccia di ciò che è cambiato e ciò che è rimasto lo stesso nella nostra vita – e in noi stessi.

D’altra parte, non è un caso che il termine nostalgia, inventato nel 1688 da un medico di Basilea, Johannes Hofer, è stato coniato proprio per dare un nome a quel complesso di affezioni fisiche e psicologiche proprie della “malattia di casa”(in tedesco Heimweh), che colpiva i mercenari quando erano costretti a vivere per lungo tempo lontano dalle loro origini. È quindi, dal principio, un sentimento con una forte caratterizzazione “immaginaria”, nel senso di “legata all’immaginario”. Quando ci facciamo invadere dalla nostalgia, ci collochiamo in uno spazio ideale, dove la memoria oggettiva (facevamo questo e quello) si mescola con il potenziale di un orizzonte spalancato dove la definizione e le responsabilità della routine hanno confini sfumati. Possiamo dire che l’intensità della nostalgia assomiglia al finale delle favole, dove la promessa di contentezza e felicità è accennata ma non ha l’obbligo di confrontarsi con le noie e i pesi del quotidiano. L’amore appena nato è senza incomprensioni e l’amicizia appena stretta senza macchia.

Quali sono stati storicamente i sintomi legati alla nostalgia intesa come malattia psico-affettiva? Una tristezza continua, la casa originaria come unico pensiero, il sonno disturbato o l’insonnia, la perdita di forze, la minore sensibilità alla fame e alla sete, l’angoscia e le palpitazioni di cuore, i frequenti sospiri, l’ottusità dell’anima concentrata quasi esclusivamente sull’idea del ritorno sono tra i più citati.

Chi si è occupato di ricerca psicologica intorno ala nostalgia in tempi più recenti, però, ha dedotto riscontri più positivi su questo sentimento.

Secondo il professor Constantine Sedikides, direttore del Centro di ricerca sull’identità personale dell’Università di Southampton, Regno Unito, la nostalgia non è una debolezza ma una risorsa: “Le persone nostalgiche sono in realtà le più forti, perché capaci di rimettere insieme i pezzi del passato e fare della vita un percorso compatto”.

Krystine Batcho, professoressa presso il Le Moyne College di Syracuse, N.Y. esperta di nostalgia, ha sviluppato nel 1995 il test “Nostalgia Inventory”, che misura quanto spesso e quanto profondamente la gente si senta nostalgica. La sua ricerca ritiene che le persone che sono inclini alla nostalgia eccellano nel mantenere relazioni personali e scegliere competenze sociali efficaci per affrontare i propri problemi.

Non è ancora chiaro perché alcune persone siano più inclini alla nostalgia di altre. La ricerca suggerisce, tuttavia, che i più nostalgici tendono a sentire le emozioni con maggiore intensità. In generale, la gente nostalgica non è più felice o triste di persone poco nostalgiche, ma sente di più le emozioni.

La ricerca ha anche dimostrato che la nostalgia è spesso legata ad una maggiore autostima. Batcho sostiene che, a differenza di una lunga storia di teorie che concettualizzava la nostalgia come dannosa, considerevoli ricerche contemporanee suggeriscono che la nostalgia può essere associata ad una serie di benefici psicologici. La reminiscenza nostalgica aiuta una persona a mantenere un senso di continuità nonostante il flusso costante del cambiamento nel tempo. È rassicurante capire quanto siano state ricche le nostre vite: quanta gioia, lavoro duro, successo e emozione abbiamo sperimentato. Durante i momenti difficili, l’attenzione al nostro passato può rafforzarci ricordandoci come siamo sopravvissuti a sfide, perdite, lesioni, fallimenti o disgrazie in passato. Il nostro senso di chi siamo è strettamente legato a come ci vediamo in relazione agli altri. La ricerca ha dimostrato che la nostalgia può rafforzare un senso di connettività sociale aiutandoci ad apprezzare ciò che abbiamo significato per gli altri e quello che gli altri hanno significato per noi.

Insomma, godiamoci la malinconia di sfogliare qualche fotografia e torniamo alla quotidianità con lentezza: la nostalgia non è necessariamente una canaglia.