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Mal di solitudine

Non è necessario essere fisicamente isolati per soffrire di solitudine. E niente sostituisce l’esperienza dell’essere autenticamente insieme.

Mal di solitudine

Grazie allo sviluppo delle nuove tecnologie, non è mai stato così semplice raggiungere, in qualsiasi momento e a qualsiasi latitudine, amici, familiari, colleghi. Basta avere un profilo facebook o usare whatsapp e ogni giorno ci vediamo recapitare a domicilio segni della presenza delle persone che popolano il nostro universo sociale. Nonostante questa grande connettività, le ricerche mostrano che nei paesi industrializzati la solitudine, regolare o occasionale, è in aumento. Il dato non stupisce. Il progressivo sfilacciarsi – per ragioni economiche, sociali e culturali – di quel connettore potentissimo che era la comunità familiare estesa (familiari dal primo al terzo grado di parentela) e il crescente investimento di energia e tempo nelle attività produttive, hanno definito un nuovo profilo della socialità contemporanea: nuclei familiari ridotti a poche unità e una rete di conoscenti più o meno nutrita ai confini del regno.

Questo dato desta preoccupazione per diverse ragioni, tra cui i problemi di salute che si correlano alla condizione di solitudine: elevati livelli del cortisolo indice di stress, scarsa qualità del sonno, aumento del 30% dei problemi cardiaci, maggiore rischio di ictus, accelerazione del declino cognitivo, infiammazione generalizzata dell’organismo e diminuita efficacia delle difese immunitarie. La somma di questi indici stabilisce che il rischio di mortalità associata alla solitudine supera quella relativa all’obesità e all’inattività fisica.

Al di là delle implicazioni relative ai destini individuali, l’isolamento sociale contribuisce inoltre alla destrutturazione e alla degradazione dei legami all’interno della comunità. Talmente importante il peso del legame, che alcuni studi sui disturbi post-traumatici da stress hanno mostrato che molti soldati sono più soddisfatti al fronte piuttosto che a casa, nei casi in cui la comunità che si struttura nel gruppo militare non viene sostituita da legami solidi al rientro.

Al di là del contesto di riferimento, queste ricerche mostrano il peso che ha, nella valutazione del benessere, il sentirsi necessari. La tecnologia, su questo versante, non offre un sostegno di valore. Avere una cerchia molto estesa di conoscenti, reali e virtuali, non riesce a sostituire il bisogno di intimità. Spesso la relazione digitale offre l’illusione della compagnia, senza però offrire la profondità dell’esperienza dell’essere autenticamente e significativamente insieme.

Da questo punto di vista, non è necessario essere fisicamente isolati per soffrire di solitudine. Chiunque viva una vita impegnata, focalizzata sulla produttività del lavoro, può verificare quanto poco tempo resti per condividere con altre persone, con altri corpi, esperienze affettive nutrienti.

Da un punto di vista evolutivo, la nostra dipendenza dai gruppi sociali ha garantito la sopravvivenza della specie. Quindi il senso di solitudine può assomigliare a un segnale che indica la necessità di connettersi agli altri. Nella società moderna, tuttavia, estinguere i segnali di allarme per la solitudine è diventato più difficile che soddisfare altri bisogni primari, come la fame e il sonno. Questo spiega perché l’organismo di chi soffre di solitudine è sottoposto ad una sorta di allarme persistente.

Alleviare il dolore sociale non è così semplice: le persone sole possono nel tempo disabituarsi alle interazioni sociali e percepirle come ansiogene. Questo innesca un meccanismo di rigetto e di ulteriore ritiro. Gli studi, infatti, dimostrano che i trattamenti più efficaci contro gli effetti depressivi della solitudine, non sono quelli orientati alla creazione di una rete sociale più ricca, ma quelli che si focalizzano sulla modificazione dei pensieri negativi nei confronti dell’esterno.

Imparare o reimparare un’attitudine di fiducia verso gli altri è un passaggio sostanziale nella costruzione di legami affettivi significativi.