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Inibire le emozioni ci fa stare peggio

Perché mostrare ciò che sentiamo arricchisce il rapporto con noi stessi e con gli altri

Inibire le emozioni ci fa stare peggio

A molti sarà capitato, in occasione di forti eventi traumatici, di sperimentare, nel tempo immediatamente successivo allo shock, una sensazione di intorpidimento della coscienza e della emotività. Questa sorta di raffreddamento dell’esperienza traumatica è una risposta fisiologica naturale, biologicamente necessaria per supportare il corpo che deve attutire lo shock e psicologicamente utile per confermare la continuità dell’esperienza di sé. Come a dire: sono stato ferocemente colpito, ma non vado in pezzi. In questi casi, di norma la soppressione della dimensione emotiva dell’esperienza traumatica si riassorbe nel tempo, lasciando emergere le reazioni affettive provocate dall’evento: paura, rabbia, delusione; e anche emozioni positive che accompagnano l’evidenza di essere passati oltre: sollievo, fiducia, gioia.

La soppressione emozionale può anche essere determinata da condizionamenti ambientali: se siamo cresciuti in un ambiente familiare o sociale che stigmatizza l’espressione delle emozioni (ad esempio deridendola come se fosse un moto infantile o caratteristico di personalità deboli e lamentose), ci si allenerà più o meno consciamente a inibirla, e sarà via via più difficile non soltanto esprimere cosa si sente ma anche comprendere cosa sentono gli altri.

Chiaramente è conveniente avere la possibilità di modulare l’espressione emotiva: poterla contenere quando sarebbe inopportuno lasciarla sfogare è un tratto importante di adattamento al contesto: così, mostrare molta paura quando ci sono persone più fragili di cui occuparsi può non essere una buona idea; o mostrare un’eccessiva allegria in situazioni che impongono serietà può avere effetti negativi.

Tuttavia può capitare che l’inibizione emozionale diventi una modalità di funzionamento psichico su cui il soggetto non interviene più attivamente, un meccanismo che si compie in maniera automatica e obbligata, a prescindere da moventi esterni.

Quando si sopprime un’emozione, l’energia propria di quella emozione non viene smaltita. Rimane “in giacenza” nel sistema. Non ne abbiamo coscienza, ma in quel fondo i suoi effetti continuano a incidere. Senza contare che tenere un contenuto affettivo confinato fuori dalla coscienza è un costo per la psiche: come assoldare un guardiano della soglia per non far uscire fuori ospiti scomodi.

Quali sono gli effetti più visibili della inibizione emozionale?

Ci sono state molte ricerche che si sono occupate di questo. I riscontri su cui c’è maggior consenso riguardano l’incremento dell’attività del sistema nervoso simpatico, che normalmente presiede alla reattività involontaria dell’organismo. Per dare un esempio, il sistema nervoso simpatico è quello che più si attiva quando dobbiamo reagire improvvisamente a un attacco. Se c’è una iperattivazione disfunzionale (cioè non più connessa a una necessità oggettiva) di questo sistema gli effetti possono essere: aumento del battito e della pressione sanguigna, aumento della glicemia e del colesterolo, inibizione dell’attività gastrointestinale, aumento di processi infiammatori cronici.

Sul piano psichico, gli effetti riguardano una sensazione accresciuta di stress, una tendenza a sentirsi più facilmente affaticati e abbattuti. Inoltre, la necessità di inibire alcune emozioni può avere come conseguenza l’adozione di altre strategie di evitamento, come per esempio non frequentare luoghi o persone che potrebbero metterci in contatto con stati emotivi scomodi.

Sul piano relazionale, poi, le persone che sopprimono regolarmente le emozioni sono spesso meno consapevoli dei segnali che stanno inviando agli altri e anche meno consapevoli dei segnali che gli altri gli inviano, con rischio di frequenti fraintendimenti.

L’inibizione emozionale, inoltre, impedisce o ritarda la richiesta di aiuto in caso di difficoltà, con l’evidente conseguenza di poter esacerbare la problematica.

Le ricerche sono concordi nel sostenere che il libero fluire dell’espressione emotiva è molto importante in caso di malattie anche gravi (come i tumori) e ha una correlazione positiva con il supporto al trattamento.

Poter fare l’esperienza che ogni emozione – anche la più negativa – ha diritto di cittadinanza nel nostro mondo interno ci consente di abitare tutte le stanze della psiche: non siamo costretti a vivere nei pochi metri quadri di quello che riteniamo più accettabile.

Un valido aiuto per favorire l’espressione emotiva è la narrazione di sé. Poter mantenere un dialogo attivo con noi stessi aiuta a riconoscere, discriminare e arricchire il nostro potenziale affettivo e ad accrescere la conoscenza di chi siamo. Un buon suggerimento può essere quello di scrivere di sé, un diario intimo che aiuti a radicarsi e anche a creare un ponte tra diversi momenti dell’esistenza, con grande vantaggio per il senso di identità personale e di competenza rispetto alle cose che capitano. E anche essere disponibili a chiedere aiuto nel momento del bisogno, se serve, senza sentirlo come una debolezza.