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Stiamo davvero così male? I rischi della inflazione diagnostica

In molti casi si parla di nuove epidemie. Ma stiamo davvero così tanto più male rispetto a 10 o 20 anni fa?

Stiamo davvero così male? I rischi della inflazione diagnostica

Secondo l’Oms, nel 2020 la depressione sarà la seconda causa di invalidità per malattia, subito dopo le malattie cardiovascolari, con una stima di prevalenza pari ad un individuo su sei, e con una probabilità di ricaduta compresa in un range tra il 35% e il 65%. Secondo le stime dell’Oms ne soffrono attualmente 322 milioni di persone.

Oltre tre milioni di persone in Italia soffrono di disturbi del comportamento alimentare (Dca), fra questi 2,3 milioni adolescenti, con sintomi già dagli 8 anni.

Nove americani su dieci, lancia l’allarme l’American Psychological Association, sono “Internet addicted”.

L’Istat dichiara che in Italia ci sono 3,2 milioni di malati di diabete, 1 milione di casi in più rispetto al 2000.

Negli Stati Uniti si stima che l’autismo interessi 1 bambino su 54 e una bambina su 252. I disturbi dello spettro autistico interessano circa 2 milioni di individui negli Stati Uniti e decine di milioni in tutto il mondo. Per quanto riguarda l’Italia, l’osservatorio Autismo della Regione Lombardia, indica una prevalenza minima di 4,5 casi per 10000, per la fascia corrispondente alla scuola elementare  il dato sale sopra il 7 su 10000. Inoltre le statistiche mostrano che i tassi di incidenza sono aumentati dal 10 al 17% ogni anno.

Il Disturbo da deficit dell’Attenzione e Iperattività (cioè i bambini che sono irrequieti e non stanno attenti in classe), negli ultimi anni ha triplicato la sua prevalenza e i disturbi bipolari sono raddoppiati, soprattutto nei bambini (alcuni studi ne citano l’aumento di 40 volte negli ultimi vent’anni).

Questi alcuni dati sulla salute reperibili online. In molti casi si parla di nuove epidemie.

Ma stiamo davvero così male? Così tanto più male rispetto a 10 o 20 anni fa?

Il rischio della inflazione diagnostica è stato segnalato con particolare vigore da uno degli esperti che si è occupato di stilare la versione IV del DSM (il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), il dr. Allen Frances, che ha ammesso il parziale fallimento delle strategie di inclusione e dei criteri di definizione dei disturbi.

È senz’altro difficile categorizzare un disturbo, soprattutto quando quel disturbo prevede per la sua definizione la rilevazione di dimensione emozionali, come è il caso delle afflizioni psicologiche e psichiatriche.

La maggior parte delle persone ha fatto esperienza, almeno occasionalmente, di sintomi di natura moderata e transitoria (ansia, tristezza, insonnia, comportamenti alimentari scorretti, disfunzioni sessuali, uso di sostanze) che potrebbero facilmente essere interpretati come disturbi mentali. Ma può succedere che quella tristezza, attraverso una diagnosi, diventi una disturbo depressivo, o che l’irrequietezza di un bambino un disturbo da deficit dell’attenzione.

Quali sono le ragioni per cui potremmo essere tentati di patologizzare la normalità?

I motivi possono essere diversi.

C’è quello economico, per cui la creazione di nuove false epidemie incrementa l’abuso dei farmaci, con grande vantaggio dell’industria farmaceutica (motivazione ancor più evidente negli Stati Uniti, dove il marketing farmaceutico ha forme molto più spudorate che da noi).

C’è quello politico, legato al reperimento di fondi pubblici per la salute.

C’è la tendenza a puntare molto sulla prevenzione, tendenza buona e giusta, perlopiù, ma il cui costo può essere la patologizzazione di un disturbo transitorio.

In generale, vi è un sistema diagnostico che pecca di superficialità e di scarso rigore. L’80% dei farmaci prescritti per pazienti psichiatrici, ad esempio, è prescritto da medici non psichiatri, in meno di dieci minuti in media.

Si fa molto parlare della necessità di considerare il malato (portatore del disturbo, se volessimo spendere qualche parola in più) secondo un approccio multidimensionale, che consideri i sintomi, ma anche l’interpretazione emotiva che se ne fa soggettivamente, la dimensione sociale e affettiva in cui si inserisce il disturbo, la storia personale e le risorse complessive dell’individuo, compresa la possibilità di sentirsi soggetto attivo nella terapia, e poi le visite mediche spesso si riducono alla registrazione di risposte sintetiche a domande sintetiche.

C’è, ancora, la generica passione per l’allarmismo mediatico, per cui una notizia funziona meglio se può essere comunicata in un maiuscolo emotivo. E per la salute è una strategia che funziona con facilità, perché incontra l’inconscio desiderio di controllare la paura.

Dare un nome alle cose, si sa, diminuisce il senso di angoscia di fronte allo sconosciuto e al temibile. Pare che Cristoforo Colombo, appena approdato in America, desse nomi di città ad ogni piccolo agglomerato che incontrava. Più abbiamo paura e più la definizione consola. Se poi lo dice l’esperto, siamo tentati (internet docet) a dar credito anche a informazioni palesemente false.

Come dice ancora provocatoriamente Frances, la prima regola dovrebbe essere semplicemente non curare chi è normale. Perché la normalità sta nelle differenze, anche nei difetti e delle stravaganze, e solo quando la malattia ci impedisce di vivere, ci isola o ci mette in pericolo, è tale.

Andando oltre la provocazione, la prima regola potrebbe essere prestare un ascolto più raffinato alla domanda di cura. Reinserire il disturbo nella narrazione di chi lo porta, dargli complessità e spessore, aiutare chi soffre a leggere l’esperienza che sta vivendo come un evento che si inserisce in una trama, un evento con cui la persona può dialogare e che ha risorse per affrontare. Magari è qualcosa che può avere una pasta più morbida rispetto alla consistenza granitica di un nome. Niente nell’esperienza di chi soffre si esaurisce e si chiude nella diagnosi. Succede che ad un paziente che chieda stralunato “ma quindi sono depresso?” sia più corretto rispondere “sei triste”.

 

  • Natale Adornetto

    Ottimo articolo.

  • http://www.paolamancini.com Paola Mancini

    Sarebbe molto interessante sapere se questo ipotetico eccesso di diagnosi sia trasversale, riguarderebbe cioè tutte le aree geografiche del mondo, aree urbane come quelle meno urbanizzate, tutte le fasce sociali o meno…
    sicuramente esiste un fenomeno per cui quando tutto quello che ho è un martello tutto sembra un chiodo, ma un progressivo malessere delle persone potrebbe anche essere associato a modichicazioni culturali e sociali di una società in rapido mutamento, un mutamento non sempre il linea con i bisogni di salute…