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Esibizionismo mediatico e adolescenza: ammicco quindi sono

Nell’interpretazione dei concetti di femminilità e sessualità, le ricerche insistono sulla sovraesposizione alle immagini sessualizzate veicolata dai media

Esibizionismo mediatico e adolescenza: ammicco quindi sono

Studi statistici recenti mostrano come in media i giovani si connettano ad internet ad un’età sempre più precoce; quasi il 50 % dei bambini dai 6 ai 10 anni e più dell’80% dei ragazzi dagli 11 ai 14 anni è abitualmente connesso al web.

I giovanissimi utilizzano il web per una serie di attività: gioco, ricerca di informazioni, socializzazione,  ascolto di musica, visualizzazione di video.

Una dimensione che si sta sviluppando, e che indica a suo modo la pervasività dell’uso di internet come luogo di accadimento e declinazione del “privato”, è la visione e lo scambio di materiale con contenuti sessuali (sexting), oltre che – più in generale – la proposta social di immagini eroticamente allusive.

La crescente tendenza culturale a testimoniare di sé (di chi si è, di quali sono le personali attitudini, credenze, esperienze di vita) attraverso la pubblicazione sui social network di immagini fotografiche e video, impone molte riflessioni.

Dalle ricerche sul tema compiute da sociologi e psicologi in Europa, America e Australia emergono alcuni dati interessanti.

Innanzitutto, che gli adolescenti spesso non ritengono che le immagini che stanno inviando e guardando abbiano un esplicito contenuto sessuale. Come a dire: la malizia è negli occhi di chi giudica.

Vista più da vicino, questa dichiarazione impone di ampliare il campo di osservazione, innanzitutto perché l’ammonimento a non compiere azioni potenzialmente dannose per il soggetto (far girare foto ambigue sul web) non può essere accolto seriamente da un adolescente se viene interpretato come un’ingiunzione moralistica da parte di adulti bacchettoni.

Un motivo per cui molte iniziative di prevenzione sul tema, che dovrebbero avere come obiettivo un utilizzo consapevole del web, falliscono è che viene data moltissima enfasi alla stigmatizzazione del (della) protagonista delle immagini. Il messaggio che passa è, sostanzialmente: “non inviare foto che ti ritraggono in pose sexy, corri molti rischi.”

Anche se questo messaggio viene recepito, rimane di fondo come una prescrizione, un divieto. Alcune adolescenti possono farlo proprio, molte altre lo ignoreranno, soprattutto se non riconoscono la significazione sessuale delle immagini inviate o ricevute e se pensano che essere ammiccanti porta più vantaggi che non esserlo, e che per questo vale la pena correre qualche rischio.

La consapevolezza della sessualità e la comprensione della dimensione erotica del corpo necessitano di un tempo di maturazione. È quindi comprensibile che ci siano adolescenti che espongono in modo sessualizzato il loro corpo (e le relative immagini) in modo inconsapevole. Tra i fattori che influenzano maggiormente questo processo sul piano socio-ambientale: il modo in cui la sessualità è vissuta in famiglia, l’eventuale educazione sessuale trasmessa dalla scuola, le proprie esperienze dirette e il confronto con i modelli culturali.

Nell’interpretazione dei concetti di femminilità e sessualità, le ricerche comprensibilmente insistono sul ruolo della sovraesposizione a immagini sessualizzate del femminile veicolata dai media.

Fronteggiare continuamente contenuti che favoriscono un’immagine sessualizzata della attrattiva femminile secondo canoni e stereotipi estetici molto severi, provoca nelle stesse donne, soprattutto nelle giovanissime, una tendenza ad approvare la coincidenza tra valore personale e immagine.

Le ragazze sono incentivate così a pensare a sé stesse in termini oggettivati, e a trattare il proprio corpo come oggetto di desideri degli altri (Frederickson & Roberts, 1997; McKinley & Hyde, 1996). Questo ha un’evidente e sempre più estesa conseguenza sulla stima di sé, come dimostrano studi che correlano la sensibilità delle ragazze all’immaginario sessualizzato con i disordini alimentari e la tendenza alla deflessione del tono dell’umore, oltre che con disturbi specifici della sfera sessuale. La ricorrente proposta di modelli sessualizzati criticizza infatti la ricerca di una sessualità autentica e libera. Nella sfera emotiva, sessualizzazione e oggettivazione minano la fiducia e il comfort con il proprio corpo, producendo conseguenze emotive negative, come vergogna, ansia, e anche auto-disgusto. L’associazione tra auto-oggettivazione e sentimenti di ansia e vergogna è stato riscontrato anche in adolescenti di 12-13 anni.

L’adesione all’immaginario ideale, poi, rafforza la tendenza a fabbricare una “forma” da mostrare in vetrina, nel tentativo di partecipare al banchetto desiderato dei valori che riscuotono più successo: divertimento, popolarità, fascino. Questo significa che l’affannosa ricerca del “like” nell’universo virtuale segue le leggi del mercato. Se si vende il modello ammiccante, se quello corrisponde a attrazione e approvazione, se quello fa sentire grandi e intriganti, quello si offre. Nonostante il bisogno di approvazione abbia radici profonde, la proposta e la fruizione dei contenuti del web generalmente ha modalità piuttosto superficiali e bulimiche. Per sentirsi viste bisogna esserci, esserci spesso, esserci in un modo che riscuota visibilità.

Pertanto, un lavoro di sensibilizzazione che miri a contrastare l’utilizzo esibizionistico delle immagini on-line dovrebbe, per essere efficace, lavorare su larga scala sulla valorizzazione di altre dimensioni del femminile e, più in generale, di ciò che fonda le relazioni interpersonali e il valore personale.

Altro fattore su cui insistere e su cui creare cultura è la giusta attribuzione della responsabilità in caso di violazione della privacy. A dire: se viaggia un contenuto personale on-line che non abbiamo deciso di diffondere, il dito della disapprovazione e del discredito andrebbe puntato su chi lo ha diffuso, con tutto ciò che questo significa sul piano sociale, giuridico e morale.