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Quando il dolore emotivo è nel corpo

Quando veniamo al mondo i nostri vissuti coincidono con l’esperienza che abbiamo di noi stessi come corpi.

Quando il dolore emotivo è nel corpo

Quando veniamo al mondo i nostri vissuti coincidono con l’esperienza che abbiamo di noi stessi come corpi.

Tutto il nostro sviluppo avviene in continue e successive integrazioni di esperienze che sono, nelle fasi precoci, sostanzialmente sensoriali ed emotive. Questo continuo lavoro di apprendimento, integrazione e crescita, avviene all’interno di una relazione affettiva fondamentale, quella con le figure di accudimento, prevalentemente con la madre.

Le esperienze precoci si sviluppano in uno spazio presimbolico, ritmato dalle dinamiche dell’aspettativa. Il bambino si aspetta, attraverso la reiterazione delle azioni di cura, che la madre risponda ai suoi bisogni. Queste aspettative sono così influenti perché non sono sottoposte alla riflessione.

L’esperienza di interazione che si fissa nel corpo, mediato da componenti emotive di base (controllate, a livello cerebrale, soprattutto dal sistema limbico) corrispondenti alla qualità della risposta al bisogno.

Quando la relazione con le figure di accudimento è sufficientemente stabile e le risposte della madre sono coerenti, si sviluppa un assetto di fiducia, che sarà alla base del senso del sé. Quando le figure di accudimento offrono uno stile di attaccamento incoerente o deficitario, sia nella versione dell’ambivalenza (oscillazione continua della risposta di accudimento, tra la gratificazione e la frustrazione) sia nella versione di una risposta ansiosa, spaventata o francamente ostile, il bambino tendenzialmente sviluppa un senso del sé instabile.

La memoria corporea che corrisponde alle esperienze primarie delle interazioni tra il bambino e le figure di accudimento è lo strato basale dello sviluppo seguente, che – accompagnandosi con successive e più raffinate acquisizioni di competenze e abilità – converge sulla capacità di elaborare i vissuti sotto forma di pensiero e intenzione. Il vissuto corporeo è quindi alla base dei processi di significazione dell’esperienza, di sé e del mondo.

Quando si parla di trauma, quindi, si fa riferimento non solo all’esposizione ad eventi oggettivamente violenti (abusi, condizioni di vita precarie) ma anche a interazioni precoci non rassicuranti e fallimentari, a un rispecchiamento empatico che non c’è stato.

Tali esperienze traumatiche possono impedire o ostacolare l’esplorazione delle proprie potenzialità. Il cervello è un sistema che procede per successive integrazioni di esperienza. Se si cresce in ambienti poco rassicuranti è possibile che gli schemi attraverso cui ci si interfaccia al mondo si irrigidiscano.  Ogden afferma: “la mancanza di upgrading, ovviamente, ha funzioni legate alla sopravvivenza (meglio scambiare un bastone per un serpente che il contrario) ma può anche impedire possibili azioni adattive in attualità e favorire, piuttosto, ciò che ha funzionato in circostanze passate. Previsioni rimaste fissate nel passato e azioni che sono diventate sempre più limitate si rinforzano le une con le altre”. Questo irrigidimento della risposta può alla lunga mostrare tutto il peso della sua disfunzionalità. È come se un sistema elettrico rimanesse costantemente in uno stato di sovrastimolazione. Se non è mai consentita una scarica della tensione (che emotivamente e fisiologicamente corrisponde alla scarica dell’energia che si attiva dopo una reazione di allerta di fronte a un pericolo) si creerà uno stato interno di allarme continuo, a cui possono corrispondere sia sintomi di sofferenza psichica (ansia, paura, angoscia), sia sintomi somatici di varia natura.

Una persona precocemente traumatizzata può non sviluppare quel senso di fiducia nelle proprie capacità di comprensione ed esplorazione del mondo che gli consentano di arricchire la sua esperienza di vita. Quello che succede spesso in questi casi è una reazione di ripiegamento in sé, che compromette progressivamente anche il tessuto delle relazioni con l’esterno, oppure – al contrario – una fuga verso fuori: in ogni caso, l’esperienza emotiva profonda non può essere integrata.

Il problema, rispetto al trauma precoce, è la difficoltà a rintracciarne la memoria narrativa. È un dolore che non ha la parola, perché si è incistato nel corpo quando ancora le parole non erano disponibili per significare le esperienze. Assomiglia ad un buco nero che assorbe energia, muto e incomprensibile. E quindi spesso sono somatiche anche le sue manifestazioni.

In particolare, negli studi condotti negli ultimi vent’anni su pazienti che hanno subito durante l’infanzia deprivazioni affettive, maltrattamenti o abusi, è stato descritto un aumentato rischio di sviluppare sindromi dolorose neurologiche (cefalea, dolore cronico) e muscoloscheletriche (sindrome fibromialgica, dolore cervicale o lombare), urogenitali e gastrointestinali. Risulta inoltre un maggiore rischio di manifestare patologie in età adulta: disturbi mentali (depressione, disturbi d’ansia, disturbi di personalità) obesità e disturbi del comportamento alimentare (anoressia, bulimia, Binge Eating Disorder), alcoolismo e dipendenza da sostanze, malattie cardiovascolari, patologie metaboliche o endocrine (diabete, disfunzioni tiroidee).

Le frontiere del trattamento psicoterapeutico dei traumi attualmente stanno esplorando l’integrazione della cura attraverso la parola con tecniche che lavorano direttamente a livello corporeo, per consentire la riparazione della trama del sé interrotta, attraverso il riconoscimento e l’espansione delle proprie risorse interne, la ri-regolazione delle risposte del sistema nervoso autonomo, il potenziamento dei propri confini, l’esperienza di un rispecchiamento più sano, la risignificazione delle esperienze dolorose.

È un percorso complesso ma molto fecondo.