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La creatività come strumento di cambiamento. Allenarsi alla divergenza ci mantiene vitali

La creatività come strumento di cambiamento. Allenarsi alla divergenza ci mantiene vitali

Si racconta che il poeta Rainer Maria Rilke fosse refrattario ad affrontare un percorso di psicoanalisi per il timore di perdere, insieme alla sua nevrosi, anche la fonte della sua ispirazione letteraria.

Croce e delizia di chi si approccia alla psicologia è la possibilità di doversi confrontare con quel processo di modificazione della singolarità che potremmo definire “normalizzazione”. “Non sono normale”, o “ho paura di non essere normale” è qualcosa che uno psicologo si sente dire di frequente. Questo riferito scarto dalla normalità viene vissuto come un elemento di sofferenza e l’aspettativa di un percorso psicologico, almeno a un livello cosciente e volontario, è spesso quello di sconfiggere un sintomo che viene vissuto come un intralcio disfunzionale alla propria vita.

Il fantasma della “normalizzazione” è però anche una delle principali resistenze all’esplorazione psichica. C’è il timore che sotto lo sguardo incalzante e indagatore dell’altro si possa smarrire quella scintilla di assoluta singolarità, condita di bizzarrie e stranezze, che caratterizza la propria più profonda ed essenziale natura, e che la psicologia assomigli ad un intervento di bonifica che lascerà il campo forse più ordinato ma meno fecondo. Si ha paura che lo psicologo possa condizionare.

Di fatto, la psicologia è sempre stata interessata alla diversità, allo scarto, all’insolito: in una parola alla creatività. E sono moltissime le ricerche e le teorie dedicate al pensiero creativo e alla personalità creativa.

La creatività è essenzialmente legata ad un modo non ordinario di procedere.

Jung distingueva due forme del pensare: uno logico, razionale, direzionato, analitico, convergente, apollineo; l’altro evocativo, intuitivo, sintetico, divergente, dionisiaco.

Intorno agli anni ‘70, oltre a studi specialistici sul tema, una grande eco ha avuto il costrutto del “pensiero laterale”, sviluppato da Edward De Bono. Anche in tempi recenti sono fioriti studi di neurologia e neuropsicologia dedicati alla specializzazione emisferica e al pensiero creativo.

Il lascito di Steve Jobs, “Stay hungry, stay foolish” (letteralmente “Restate affamati, restate folli”) è un invito alla curiosità, alla divergenza, all’impulso alla ricerca di nuovi orizzonti, di modi ulteriori.

Se c’è qualcosa di rassicurante nell’essere sazi e nella comodità, è anche vero che difficilmente le idee migliori germinano da procedure consolidate. La vera innovazione pesca nell’ignoto, e anche se ne possono essere note le premesse, sono nuove e insolite le connessioni che si costruiscono a partire da quel territorio.

Per quanto siano sempre più raffinate le previsioni di quello che mangeremo, quello che compreremo, quello che voteremo, è generalmente l’imprevedibile che determina l’importanza percepita delle esperienze che facciamo.

Questo vale nell’economia come nella psicologia individuale. A volte la sofferenza è legata alla sfiorita capacità di creare nuove connessioni da premesse note.

Sappiamo che allenare il cervello a prendere in considerazioni le alternative a un problema è una ginnastica che viene consigliata anche per contrastare l’indebolimento delle funzioni mnemoniche e cognitive. È una buona idea, ad esempio, fare ogni giorno una strada diversa per raggiungere una destinazione ordinaria. O anche provare a scrivere al contrario o specularmente, a disegnare gli spazi vuoti anziché quelli pieni.

Ciò che si reitera produce rigidità. Nella riproposizione di schemi, scelti per la loro funzione adattiva (funziona la mattina fare quel percorso, organizzare il quel modo il lavoro, occupare in quell’altro modo il tempo libero), può esserci il rischio di una perdita di vitalità.

Per questo il lavoro psicologico, dagli interventi di coach fino alle psicoterapie del profondo, indaga le premesse e gli assunti di base del nostro pensare e agire. Alcuni degli schemi che informano la nostra vita possono essere disfunzionali, e spesso lo sono proprio perché hanno perso l’elasticità di adattarsi a condizioni ormai modificate o a sfide nuove. Siamo refrattari a cambiare abito anche quando evidentemente abbiamo cambiato stazza o quell’abito infondo non ci somiglia più.

Allenare la creatività significa anche riconnettersi al potenziale dell’infanzia, età in cui le strutture logiche del pensiero e le pressioni all’organizzazione dei comportamenti non sono ancora consolidati. Non è un caso che tanti percorsi di sviluppo aziendale usino come strategia di lavoro i “giochi”. Attraverso il gioco si ha l’occasione di uscire dalle proprie condotte usuali e tentare cose nuove.

La creatività è anche una pratica.