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Come elaborare l’esperienza del terremoto

L’importanza di inserire il vissuto traumatico nel proprio racconto di vita

Come elaborare l’esperienza del terremoto

a cura di Giampiero Genovese, componente del Gruppo di Lavoro Cure Palliative e Terapie del dolore

 

Nella vita di ognuno di noi si verificano continuamente eventi che ci portano a interrogarci, cercare soluzioni, rivedere convinzioni che sembravano date per certe.

Alcuni di questi eventi li affrontiamo con una certa disinvoltura, con una naturalezza che pur comportando una certa fatica di adattamento, non ci destabilizzano nella nostra quotidianità.

Altre situazioni sono invece capaci di mettere in discussione le nostre certezze più radicate, ci mostrano in modo improvviso e brutale la nostra vulnerabilità come essere umani.

Tra queste c’è l’aver vissuto un evento gravemente traumatico, come l’esperienza del terremoto che a fine agosto ha colpito l’Italia centrale.

Elementi critici che caratterizzano una situazione che implica un simile vissuto di sopraffazione e impotenza, sono:

– l’imprevedibilità, il fatto che si tratta di un evento inatteso, cui non ci si può preparare;

-sono presenti più perdite affettive importanti: la morte di familiari e amici, la distruzione della propria casa e di altri spazi carichi di significati legati alle amicizie, ai rapporti  sociali e affettivi, che hanno costituito ciò che siamo (scuole, chiese, centri di unione, cimiteri, ecc);

-nelle ore successive il fondamentale intervento dei soccorsi permette un primo sollievo e tuttavia comporta un grande movimento di persone estranee che necessariamente impongono nuove regole e modi di comportamento;

– l’obbligo per la popolazione di abbandonare i luoghi di residenza, giustificato da motivi di sicurezza e di ricostruzione, che tuttavia comporta un ulteriore distacco da qualcosa di significativo e profondamente legato alla propria identità;

– l’emergere di sentimenti d’inadeguatezza, per non aver saputo proteggere i propri cari, e spesso il prevalere della rabbia verso chi non ha saputo tutelare i cittadini, e di chi ha violato norme di sicurezza nella costruzione e nella riqualificazione degli edifici. Nel percorso di elaborazione delle proprie perdite si inserisce la ricerca dei colpevoli, con un impegno fisico e mentale che, pur comprensibile, ostacola e complica i processi di elaborazione delle perdita, spesso bloccandoli e alimentando  sentimenti di solitudine,  distanza dagli altri (istituzioni, autorità, il resto della popolazione), con la sensazione di non essere compresi e aiutati nella ricerca delle responsabilità.

Si tratta di aspetti che emergono da subito, aspetti fisiologici rispetto all’accaduto, e che tuttavia possono diventare fattori di rischio per lo sviluppo di sofferenze importanti, se non vengono accolti in un progetto di supporto psico-sociale.

Su questi aspetti si rivela fondamentale l’intervento psicologico, che permette di cogliere e reintegrare le diverse perdite che riguardano le persone coinvolte, perdite che sono in parte ferite invisibili che possono essere sottovalutate rispetto ai primi soccorsi e alle opere di ricostruzione.

Spesso si sente dire in televisione, da parte di chi riveste ruoli tecnici, politici, e istituzionali, che bisogna guardare avanti, lasciarsi alle spalle l’accaduto e darsi da fare; tuttavia i tempi della ricostruzione e della giustizia sono diversi dai tempi dell’elaborazione delle proprie perdite, e soprattutto il percorso di elaborazione non è qualcosa che può avvenire a prescindere dal coinvolgimento delle persone che hanno vissuto l’evento catastrofico.

Gli interventi dello psicologo possono essere diversi, dal sostegno individuale a quello di gruppo, secondo le diverse necessità e con gradualità, cioè rispetto ai diversi bisogni che lo psicologo coglie nelle persone coinvolte.

Un primo intervento di supporto che lo psicologo può attuare è costruire spazi condivisi, proponendo un luogo e un tempo dove le persone coinvolte possano parlare di quello che è accaduto, ri-trovare parole per parlare della propria esperienza in un linguaggio della quotidianità, in un racconto personale e intrecciato con quello degli altri.

Questo intervento, realizzato attraverso incontri di gruppo, consente ai protagonisti di ricostruire un senso di collettività e condivisione, il cui obiettivo è quello di poter compiere una riflessione su ciò che ognuno ha perso: questa fase non richiede spiegazioni e interpretazioni, ma piuttosto una capacità di accogliere i diversi racconti che emergono, legittimarli nella loro qualità di esperienza profonda e personale. Possiamo pensare a un’immagine, quella di un labirinto, dove essere da soli rende quasi impossibile la possibilità di trovare una via d’uscita: con altre persone, con il conforto di altre voci, la maggiore nitidezza di alcune rispetto ad altre, possiamo costruire più facilmente una mappa del labirinto, conoscerne le strade più insidiose,  quelle chiuse, comprendere che una strada lineare e priva di ostacoli non c’è; eppure insieme si riesce a costruire gradualmente un percorso verso l’uscita.

Nel percorso psicologico di elaborazione l’obiettivo non è “superare” il problema, tornare ad essere come prima, ma riuscire a cogliere quello che ci sta accadendo, renderlo dicibile e nominabile, impedire ai sentimenti dolorosi di cronicizzarsi e incistarsi nel corpo e nella memoria. Si tratta di riuscire ad abitare e rendere familiare l’esperienza vissuta, anche se non è possibile più abitare i luoghi fisici, di fronteggiare ferite non sanabili solo con la volontà e gli incoraggiamenti, né con azioni esterne come l’ottenere l’assegnazione di una nuova casa o un equo indennizzo per il danno subìto.

Questo riconoscimento – che ognuno completerà con i propri tempi – permette di assorbire nella propria storia anche le esperienze negative, e gradualmente di ricostruire un senso d’integrità e di fiducia per poter reinvestire nel futuro.