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La diagnosi di celiachia e le sue conseguenze psicologiche

Dopo molte incertezze arriva la definizione del disturbo. Ma quali sono le caratteristiche emotive coinvolte in un così radicale cambiamento di abitudini e di percezione di sé?

La diagnosi di celiachia e le  sue conseguenze psicologiche

A cura di Paola Medde

Coordinatrice del Gruppo di Lavoro Psicologia e Alimentazione

 

Siete celiaci!

La diagnosi è finalmente arrivata e dopo anni di dubbi, fastidi e disagio ormai avete capito cosa ci fosse dietro tutti quei disturbi. Alla fine non si trattava di ipocondria né di essere esagerati come qualche parente voleva farvi credere.

Essere venuti a capo del vostro problema ha provocato, incredibile a dirsi, un enorme sollievo perché, si sa, una volta che si capisce la causa si “è a metà dell’opera”. Così è nella maggior parte dei casi ma non in questo, perché improvvisamente capite che dovrete apportare una serie di cambiamenti e soprattutto che non potrete più, a tavola, essere come gli altri.

La celiachia, una volta diagnosticata, costringe la persona ad affrontare importanti cambiamenti nello stile alimentare e di vita, generando impatti profondi sulle dimensioni emotive e personali, come in quelle delle relazioni sociali: lavoro, svago, rapporti con gli altri e una diversa percezione di sé. Subito dopo la diagnosi, tutte le abitudini alimentari acquisite nell’infanzia devono essere rivoluzionate e il regime dietetico “gluten-free” dovrà essere stabilito e mantenuto per tutta la vita.

Per gestire la malattia celiaca, quindi, si deve riorganizzazione la propria giornata e la propria vita sociale in modo consapevole e sereno. E’ chiaro che tutto questo comporterà delle difficoltà enormi e che la sola prescrizione di “non mangiare glutine” non basterà.

Pur conoscendo le conseguenze del mangiare il cibo proibito, è un’ardua impresa applicare il regime dietetico prescritto perché entrano in gioco due aspetti: il razionale e l’irrazionale.

“il razionale” ci dice che dobbiamo cambiare la nostra alimentazione e il nostro rapporto con il cibo; che è possibile ed è facile, perché è facile il modo in cui ci prescrivono la dieta;

- “l’irrazionale” ci spinge a cercare il cibo anche se non dovremmo e a fare degli “sgarri”.

Vi sarete chiesti come riuscire a superare questi momenti di difficoltà. Vi sarete anche chiesti se esiste una via di uscita da tutto questo e come fare per imparare a convivere serenamente con la malattia senza rimetterci in salute, ma anche senza abbassare il livello della qualità di vita.

Sentimenti di abbattimento, frustrazione, a volte rabbia legata all’indifferenza o alla mancanza di sensibilità da parte degli altri, che mangiano cibi a voi proibiti, vi faranno sentire avviliti e avrete voglia di rivolgervi al cibo per consolarvi per coccolarvi. D’altronde non è quello che facevate prima di scoprire di essere celiaci? Non è quello che fanno gli altri? Il cibo è libertà, gusto, passione, compagnia e condivisione e ora tutto questo vi è negato.  

La psicologia da molti anni si interessa di approfondire le variabili che interferiscono con l’alimentazione e tra queste le emozioni hanno un ruolo primario. Sono proprio quelle emozioni che si vogliono allontanare, perché sgradevoli, a costituire quell’ “irrazionale” che riesce a sabotare il nostro progetto di dieta.

Non c’è dietologo che non conosca questo, né gastroenterologo, ma le persone vengono lasciate sole in questa iperbolica impresa.

Ecco, allora, che per aiutare a gestire questi aspetti di irrazionalità, se così vogliamo chiamarli,  intervengono gli Psicologi.

La diagnosi di celiachia non significa solo cambiare lo stile di vita ma anche cambiare la propria idea di sé, e dover fare questo suscita emozioni e stati d’animo difficili da gestire ma che, se non affrontati, rischiano di accompagnare la persona celiaca per tutta la vita.
Se, infatti, nel breve periodo post-diagnosi, la persona vivrà prevalentemente stati di ansia legati all’insicurezza circa le proprie capacità di seguire scrupolosamente la dieta, nel lungo periodo, i dati di ricerca attualmente disponibili ci dicono che compariranno stati depressivi, dovuti alla difficoltà di accettazione della malattia e senso di privazione e frustrazione, legati alla necessità di rinunciare al consumo di cibi ritenuti più buoni.

Ebbene, è proprio su questi aspetti che gli psicologi possono fornire un contributo importante. Lo psicologo facilita processi di adattamento e di cambiamento delle abitudini e favorisce la gestione delle emozioni negative conseguenti alla patologia.

Come Psicologi, con il Gruppo di lavoro di Psicologia e Alimentazione, consapevoli della complessità che si nasconde dietro una semplice prescrizione “mangia meglio e segui la dieta”, lavoriamo quotidianamente per poter sviluppare il sostegno ai pazienti con patologie croniche (come il diabete e la celiachia) che necessitano di un cambiamento dello stile di vita radicale e permanente.

Del resto, lo stesso Ministero della Salute, in riferimento alle nuove Linee Guida per la diagnosi ed il follow-up in celiachia, entrate in vigore nel 2015, afferma l’importanza di un contributo diverso da quello prescrittivo, che preveda la presa in carico degli aspetti cognitivi e comportamentali legati all’aderenza alla dieta.

Che si tratti di adulti, adolescenti o bambini non possiamo trascurare i profondi cambiamenti che i celiaci (e a volte i loro nuclei familiari), a diagnosi fatta, dovranno affrontare e non lasciarli soli è un dovere delle categorie professionali che si occupano di salute e prevenzione. Il sostegno psicologico in generale e quello specifico nel campo dell’alimentazione sostiene, alleggerisce e facilita il percorso difficile che la persona con diagnosi di celiachia si trova ad affrontare.