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Attraversare il lutto. Il sostegno del gruppo nella condivisione dell’esperienza della perdita

Attraverso il processo del rispecchiamento che si crea nel gruppo, le modalità di reagire e leggere le emozioni legate al lutto possono essere modificate

Attraversare il lutto. Il sostegno del gruppo nella condivisione dell’esperienza della perdita

a cura del Gruppo di lavoro “Cure palliative e terapia del dolore”

(G. Genovese, M. Tineri, C. Piredda, R. Bruni, L. Cigognetti, M. Belletti)

 

In questo lavoro ci proponiamo di descrivere uno degli interventi attraverso cui lo psicologo può svolgere un’importante attività di sostegno alla persona durante il tempo del lutto, che è quel periodo che segue la morte di una persona significativa della propria vita. Nel corso degli anni, l’esperienza realizzata nelle nostre attività assistenziali, ha reso evidente l’importanza – per molti familiari – di poter avere un sostegno durante il periodo del lutto. La capacità dello psicologo in questi casi è sia quella di cogliere il bisogno della persona, sia quello di individuare con quale tipo di intervento quella persona può essere aiutata, rispetto alle sue caratteristiche personali: questo significa quindi valutare insieme a lei le diverse possibilità e le eventuali difficoltà presenti in ogni  proposta, favorendo da subito le possibilità di un buon utilizzo terapeutico del percorso scelto.  In questo articolo parleremo di un tipo di sostegno al lutto realizzato attraverso un gruppo, nello specifico il gruppo di auto-mutuo-aiuto (che indicheremo come AMA), che permette di sostenere la persona nelle reazioni successive alla perdita di un proprio caro, e nello stesso tempo di soddisfare un bisogno di accoglienza, di scambio e di  relazioni sociali che permettano di uscire da un senso di solitudine che spesso si vive dopo la morte di un familiare. E’opportuno sottolineare che questo tipo di esperienza di gruppo è presente da più di 30 anni in varie situazioni che riguardano la salute della persona, e che è nato e si è sviluppato in contesti diversi da quelli istituzionali, come risposta creativa di una parte del sistema sociale: non si tratta di un gruppo che rientra tra quelli definiti come “terapeutici”, anche se terapeutici sono gli effetti della sua partecipazione. Questo significa che la sua conduzione non richiede un titolo di studio definito, ma piuttosto una formazione specifica e una serie di consapevolezze personali rispetto al tipo di esperienza di vita per cui nasce. La presenza di uno psicologo o di uno psicoterapeuta non è quindi obbligatoria, anche se la formazione e la particolare sensibilità di questo professionista permettono di sviluppare al massimo le potenzialità di questa specifica forma di supporto individuale e di gruppo, situati ad una sorta di incrocio tra strada tra la crescita personale, il sostegno, l’educazione e la terapia. La metodologia dell’AMA è considerata semplice, ma questa semplicità non si traduce in un’immediata realizzazione delle sue potenzialità: non è sufficiente mettere delle sedie in cerchio e parlare di come ci sente per realizzare un gruppo AMA. In quel cerchio formato da persone coinvolte da esperienze importanti e spesso drammatiche, possono accadere tante cose, e forse è proprio l’apparente semplicità di realizzazione dell’AMA che lo porta ad essere sopravvalutato nella concreta  realizzazione – causando molti fallimenti-  e caricandolo di aspettative impegnative, soprattutto se rivolte a persona che vivono un forte disagio.

Il gruppo di auto-muto-aiuto,  può essere sinteticamente descritto nei seguenti punti:

  • E’ formato da 6 – 12 persone, che insieme al conduttore, si dispongono seduti in cerchio.
  • Il gruppo parte sempre da una condizione di difficoltà condivisa da tutti i suoi membri (in questo caso, l’essere in lutto.)
  • I gruppi di auto aiuto implicano sempre interazioni faccia a faccia, con uno scambio reciproco e non giudicante
  • La partecipazione regolare agli incontri è un elemento essenziale, con un coinvolgimento attivo della persona, nel rispetto del suo stato d’animo del momento.
  • Nel gruppo è l’esperienza personale e condivisa che diventa forma di conoscenza, strumento di elaborazione cognitiva e affettiva.

L’esperienza della perdita – spesso delle perdite – è un evento che può mettere in discussione il nostro modo di essere nel mondo, provocando spesso uno scollamento tra la nostra esperienza personale e la vita che continua a scorrere intorno a noi: niente più della morte destabilizza le nostre certezze, sciogliendo i legami che ci ancorano alla identità personale e sociale,  mettendo in crisi il nostro modo di pensare e di vivere nel comunità di appartenenza. Nei gruppi per il lutto i partecipanti arrivano portando il loro carico di dolore: il senso di disorientamento, disperazione, sradicamento e il timore di non essere capaci di riprendersi appaiono insormontabili e definitivi, spesso si ha la sensazione di essere approdati all’ultima spiaggia, dopo aver sofferto l’impossibilità di comunicare fino in fondo ciò che provano perfino con le persone più vicine. Ascoltare reciprocamente le stranezze delle proprie sensazioni, condividere le anomalie, confrontarle rispetto “al cosa sarebbe giusto fare e sentire” secondo i canoni della normalità,  è il percorso che porta i partecipanti al gruppo a ri-conoscere il proprio lutto, e nel tempo riuscire a conviverci e trasformarlo in qualcosa di significativo per sé.. Il gruppo di auto-mutuo-aiuto accoglie e soddisfa il bisogno costantemente presente della persona di essere in comune con altri, senza naturalmente eliminare la sofferenza per la perdita, ma permettendo alla persona di imparare a “vivere” il proprio dolore,  mettendo in comune esperienze significative che non sono mai banalizzate in quanto concretamente vissute da tutti i partecipanti, e costruendo nel tempo quel calore segreto che nutre e riconosce bisogni profondi. E’ importante sottolineare che se il sostegno nel gruppo si limitasse ad accogliere il lamento, la tristezza, la paura, forse si avrebbe solo una riproduzione dell’atteggiamento che i partecipanti avvertono nelle relazioni quotidiane, un atteggiamento di compassione svuotata da una reale comprensione, e subìto frequentemente come  commiserazione: uno dei punti di forza del gruppo – raggiungibile anche grazie alle osservazioni sottili ed emozionalmente sintonizzate del conduttore – è invece la capacità di valorizzare l’esperienza di ogni partecipante, in genere diversi per età, sesso, livello d’istruzione. La funzione dello psicologo non è quella di spiegare o peggio interpretare le singole situazioni, quanto quella di permettere a ognuno dei partecipanti di cogliere la rilevanza delle proprie esperienze, la particolarità del proprio modo di fare di fronte alle difficoltà, quindi valorizzare capacità ed esperienze che potrebbero passare inosservate tanto sono sfumate e a volte sottovalutate. Spesso, attraverso il processo del rispecchiamento reciproco che si crea nel gruppo, le proprie modalità di reagire e leggere le situazioni o le emozioni possono essere riviste  o modificate,  nel momento in cui proprio grazie al confronto con gli altri partecipanti ci si rende conto che non sono più utili né efficaci: questo cambiamento può avvenire proprio grazie allo scambio paritario tra chi ha vissuto e vive situazioni simili, che non si rifanno a teorizzazioni esterne all’esperienza, ma alla quotidianità della propria vita. Il gruppo permette di far vibrare la corda della memoria, e questa continua la sua vibrazione, a partire da una sensazione di perdita che porta con sé il trascorrere del tempo, dei ricordi, che si arricchiscono di una dinamicità verbale e immaginativa: i ricordi non restano necessariamente saldati al passato, anche se questo è quello che si tende spontaneamente a pensare, ma si intrecciano con il presente e, anche se in modo meno evidente, con il futuro e una nuova e sostenibile progettualità personale.