Setting (analitico), regole e periferie…

Facebook: dipendenza o opportunità?

L’uso di Facebook genera dipendenza, configura rischi o è invece una opportunità di conoscenza e relazione?

 

In Italia c’è un diffuso analfabetismo digitale. Questa notizia è circolata recentemente su media cartacei e non, inquietando alcuni, scoraggiando altri, facendo arrabbiare non pochi.

Ci possiamo chiedere se il fenomeno in questione sia legato anche ad una serpeggiante tecnofobia che ha caratterizzato l’atteggiamento di diversi  esperti e‘guru’ sin dall’apparire della cosiddetta rivoluzione digitale, quella che – dopo l’esordio americano a metà degli anni ‘80 – è arrivata in Italia alla fine degli anni ‘90.

Al passaggio del Millennio i nuovi media e le nuove forme di comunicazione erano ormai entrate nella quotidianità, suscitando l’entusiasmo di alcuni e la ritrosia di molti.

Negli ultimi 10 anni i social network (Facebook in primis) si sono configurati come nuovi territori per trovare, scambiare e produrre informazioni, nonché per agglomerare movimenti di opinione e incrementare (sotterraneamente o esplicitamente) le vendite di oggetti e servizi.

Anche il setting si è man mano aperto alla tecnologia, sia per l’interesse specifico di alcuni terapeuti, sia perché l’avanzare delle ICT (Information and Communication Tecnologies) e i media venivano portati dai pazienti come esperienze in progress, ambiti di relazioni potenziali, ed anche di nuove patologie.

Al presente, discorrendo di Facebook come piattaforma digitale esemplificativa, osserviamo che possiamo incontrarvi ogni tipo di informazione, scambiare le più variegate notizie e allacciare relazioni (almeno virtuali) di ogni genere.

E’ un bene o un male?

L’uso del social network genera dipendenza, configura rischi, ci espone alle manovre oscure dei gestori o è invece una opportunità di conoscenza e relazione?

Ci sono antidoti per gli svantaggi temuti?

Qui si ripropone il soggettivo e variabile approccio di base al Mondo: tra gli entusiasti ed i detrattori, ci ritroviamo nelle due macro-categorie dei tecnofobi e dei tecnofili.

Ma non è possibile trovare posizioni più sfumate e calibrate?

Personalmente, io non credo che questo social network ci fagociti necessariamente.

Possiamo frequentarlo con adeguata cautela, consapevoli dei rischi e degli svantaggi ma cogliendone anche le opportunità. L’esperienza ha mostrato gli innegabili vantaggi di una informazione diffusa, capace di connettere utenti pur distanti migliaia di chilometri e di consentire relazioni anche a chi si trova in situazioni di disagio territoriale e/o fisico.

Per contrastare la massificazione, il conformismo dilagante,  l’eccessivo bisogno di consenso (rappresentato dalla quantità di “I like” apposti ai nostri post), noi possiamo decidere di usare il medium con senso della misura.

Ovvero, cercando un ‘dosaggio’ che attiene sia al tempo di fruizione, sia alla quantità di informazioni fornite e recepite, sia alla nostra modalità interiore.

In termini semplici, credo utile non dedicare tutto il nostro tempo e la nostra attenzione ad un solo medium, ma ripartirli su media diversi, anche cartacei, ovviamente.

Con la consapevolezza che quanto immettiamo nella dimensione informativa, seppure dematerializzata, resta comunque come traccia digitale e resterà a esser parte (voluta o non voluta) per un tempo considerevole della nostra ‘storia pubblica’.

Ricordare che il tempo di permanenza delle informazioni può andare anche oltre la durata della nostra vita e che, se vogliamo, possiamo gestire e richiedere il diritto all’oblio.

La modalità interiore e l’assetto psicologico con cui relazionarci al social network possono essere improntati ad una adeguata distanza emotiva che consenta il controllo dell’impulsività (la risposta immediata) e permetta un minimo di riflessione.

Riflessione che consenta anche di relativizzare, sdrammatizzare, storicizzare i contenuti letti, visti, o comunque percepiti, cercandone possibilmente le fonti.

Si può trovare una modalità di fruizione che ci metta, in sintesi, nella possibilità di guardare “lo spettacolo” senza esserne travolti, mantenendo capacità critica e cercando di discriminare, nella misura del possibile, il vero dal falso e dal verosimile.

Se siamo – come Byung-Chul Han ci ricorda – “fruitori ed emittenti di informazioni” possiamo calibrare ciò che scriviamo e trasmettiamo, anche cercando e mettendo a punto linguaggi nuovi.

Il fatto che siamo qui, a proporre possibili vie alternative nell’uso del medium forse già significa che la dipendenza e la massificazione del pensiero non sono sbocchi inevitabili, e  che sono praticabili anche vie – se non creative – almeno intelligentemente utili.

 

Riferimenti

  • Byung-Chul Han, (2013), Nello Sciame. Visioni del digitale, Nottetempo Editore, Roma, 2015
  • de Kerckhove, D., L’Architettura dell’intelligenza,Testo&Immagine, Torino, 2001
  • Iannelli, L.,  Facebook & Co. Sociologia dei social network sites, Guerini Scientifica Editore, 2011
  • Levy, H., Levy Pierre, L’intelligenza collettiva, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 1996
  • Putti, S., Piccoli antidoti per catastrofi annunciate, in Psicologia e Giornalismo, Rivista del CSPAS n.4 – 2016, Roma, LITHOS Editore
  • Somalvico B. , Nè tecnofili, nè tecnofobi, in La realtà del virtuale, Bari, Laterza, 1998
  • Vargas Llosa, M., La civiltà dello spettacolo, Einaudi, Torino, 2013
  • Virilio, P., Virilio P., Cybermonde: la politique du pire, Textual, Paris, 1996