Lo psicologo a domicilio

Neo mamme in difficoltà: esperienze di Home visiting

Diverse esperienze di maternità sembrano accomunate dal vissuto di solitudine sperimentato dalle neo mamme. In quali situazioni può essere utile un intervento di Home Visiting e perché?

 

L’intervento a domicilio in ambito perinatale comincia ad essere una realtà di cui sempre di più si avverte il bisogno, non soltanto per le situazioni di disagio psico-sociale, ancora molto diffuse, ma per tutte le situazioni di fragilità in cui può venirsi a trovare un neo-genitore. Studi italiani e internazionali mettono sempre più in evidenza come interventi di sostegno alla genitorialitàsoprattutto con l’applicazione dell’Home Visiting , attraverso un’equipe di professionisti come lo psicologo e l’ostetrica nelle prime fasi di vita, risultino preventivi del rischio di depressione materna e facilitino lo sviluppo di relazioni primarie sensibili e accuditive (Speranza et. al., 2009; Bassi et al., 2009; Parodi et al., 2009).

Quali sono le situazioni nelle quali può essere utile un intervento di Home Visiting e perché?

“Non credevo di aver bisogno di aiuto. Ho sempre pensato che mio figlio potesse bastare a me ed io a lui”.  Questa è la frase che Sara, 38 anni, ripete spesso quando ci incontriamo la prima volta, non nel mio studio privato, ma nella sua casa dove, accompagnata dall’ostetrica che aveva seguito il suo parto, vado a fare un primo colloquio di valutazione. Da più di 6 mesi Sara soffre di attacchi di panico e fatica ad uscire di casa. La sua non è stata una vita facile. Figlia unica, ha deciso di andar via di casa a 17 anni. “La vita familiare mi stava stretta. Sono figlia unica, mia madre è morta quando avevo 12 anni e mio padre, un generale, mi trattava come uno dei suoi soldatini. Non potevo sporcarmi e sporcare casa. La mia vita era fatta di tante, troppe regole e c’era poco spazio per il gioco… anzi non ricordo di aver mai giocato. Soprattutto con lui. Me ne sono andata a 17 anni, non potevo resistere un momento di più in quella casa. Ho viaggiato e fatto tanti lavori. Mi sono drogata e a volte ho avuto rapporti sessuali con chi mi capitava. Da una di quelle relazioni sfuggenti è nato Matias che adesso è la mia vita”. Sara è una delle tante mamme single che ogni giorno cercano di vivere con dignità e con grandi sforzi questo momento così bello e gratificante, da un lato, ma così impegnativo, dall’altro.

Lucia invece ha sempre avuto dei genitori amorevoli e presenti nella propria vita, una sorella a cui sente di essere molto legata e un compagno che ama e che la comprende: “Quando ho scoperto di essere incinta di una bimba non ero in me dalla gioia. Avevamo tutto quello che potevamo sperare per essere una famiglia felice.  Invece ho cominciato a stare male dal quinto mese di gravidanza e sono dovuta rimanere a letto per un distacco di placenta. Denise è nata a 7 mesi e i primi tempi sono stati davvero duri. Ti rendi conto di non essere così piena di risorse, ti senti comunque sola, avrei avuto bisogno di un sostegno già durante la gravidanza”. La relazione con Denise inoltre ha faticato a partire, i primi giorni trascorsi in ospedale, la rinuncia ad allattare e i pianti inconsolabili della bimba hanno messo Lucia a dura prova nei mesi successivi al parto. Lucia sente che nessuno la comprende davvero e che le incombenze sono così tante che è necessario rinunciare a dei pezzi di sé.

Marta era incinta di due gemelli, uno dei quali con una gravissima malformazione. Ha dovuto fare un aborto selettivo: “Subito dopo quello che ho subito non volevo più uscire di casa, ho trascorso gli ultimi mesi come “congelata”, non volevo più vivere. Adesso che Sofia è nata sto un po’ meglio, ma è come se una parte di me e di lei non ci fosse più… è strano da spiegare, ma sento me stessa e vedo lei come se non fosse una bimba sana, come invece è, come se appunto le mancasse qualcosa. Nessuno riesce a capire fino in fondo quello che provo perché anche io ho difficoltà a spiegarlo”.

Ciò che accomuna situazioni, storie di vita ed esperienze diverse di maternità è, prima di tutto, il vissuto di solitudine sperimentato da queste mamme.

Molto spesso la donna vive la gravidanza e soprattutto le prime fasi di vita del neonato in solitudine, anche in presenza di un partner affettuoso. La ragione di ciò è anche sociale: quella rete che una volta veniva spontaneamente offerta dai rapporti con il vicinato o dalla presenza di una vita familiare “allargata” oggi non sempre è presente. La coppia genitoriale si appoggia molto alla famiglia di origine, ma sembra assente in molti casi un riferimento all’esterno della vita familiare, una “piazza” dove incontrarsi e condividere momenti di vita quotidiana. A volte si evita di chiedere il sostegno degli amici per paura di creare disturbo e si preferisce ripiegare, per chi può, sulla propria famiglia. I nonni allora diventano spesso l’unico supporto a cui si fa riferimento e la rete sociale di cui si dispone non viene utilizzata pienamente.

“Per allevare un bambino ci vuole un intero villaggio”. Questo proverbio africano racchiude un aspetto culturale fondamentale: in Paesi diversi dal nostro è l’intera comunità ad occuparsi della puerpera e del neonato, visti non come due entità distinte ma come un tutt’uno. E quindi entrambi bisognosi di cure, attenzioni e nutrimento. Dopo 9 mesi nell’utero materno (endogestazione) il bambino prosegue il suo sviluppo al di fuori (esogestazione): l’ambiente del bambino diventa allora la madre stessa che attraverso il contatto con lui regola i suoi bisogni principali: dormire ed essere allattato. Il latte è nutrimento ma anche un modulatore di tutti i sistemi biologici e psicologici del neonato. Ciò che serve alla mamma e al neonato è di NON ESSERE SEPARATI, all’interno però di una comunità, di un «villaggio» che sostiene entrambi. Ma i bisogni di base della mamma e del bambino si scontrano spesso con gli ostacoli culturali. Nella nostra cultura si fa l’operazione di “isolare” madre e bambino dal resto del mondo, dopodiché tutto il contesto di riferimento lancia questo tipo di messaggi: “Staccati da questo bambino!”; “Ancora lo allatti?”; “Lo stai viziando a forza di tenerlo sempre in braccio!”, ecc.

Una mia amica cinese, vedendomi molto stanca e dolorante dopo la nascita del mio secondo figlio, mi spiegava che in Cina alla puerpera è consigliato di rimanere a casa e a letto per tutto il primo mese dopo la nascita del bambino. Si dice “fare il mese”: la donna non deve nemmeno fare la doccia e lavarsi i capelli perché il parto, secondo la medicina cinese, fa produrre al corpo molto calore ed è importante che la donna possa recuperare forze ed energie senza essere esposta ad alcun tipo di sforzo. La puerpera viene “coccolata” da parenti e amici che si recano nella sua casa offrendole zuppe e prendendosi cura del bambino. L’unica “azione” richiesta alla donna è di allattare il figlio e tenerlo vicino a sé. Questa usanza appare estremamente lontana in una cultura come la nostra dove predomina la richiesta implicita di dover essere “a priori” felici e serene per il fatto di essere divenute madri. Guedeney (1993) parla di “paradosso della madre depressa” perché la stessa mamma si convince di non poter provare emozioni come tristezza, smarrimento e confusione. Al contrario la madre contemporanea dovrebbe essere quella da “tacchi e biberon”, una mamma che dopo pochi mesi sia già pronta a riprendere la propria vita esattamente dal punto in cui l’ha lasciata. I reparti di maternità consentono alle puerpere dei ricoveri molto brevi, il ricorso all’ostetrica come figura che accompagni il post partum è ancora una realtà poco diffusa e nella nostra società la maggior parte dei genitori si ritrovano “senza un villaggio”, senza una rete di riferimento che possa contenere i primi momenti del post partum. Sempre più spesso quella rete che manca nella vita dei neo-genitori viene sostituita dai social network, gruppi o forum di mamme che forniscono sostegno, danno consigli, condividono emozioni e vissuti. Da lì possono anche nascere nuove relazioni, ma più spesso questi spazi virtuali rappresentano gli unici contenitori di condivisione e ascolto che si riescono a trovare nella propria quotidianità. La mancanza di un sostegno sociale e culturale accanto ad altri aspetti di maggiore o minore vulnerabilità che possono riguardare una donna, può dare il via a delle sofferenze molto forti. Il 10-15% delle donne soffre di depressione materna nel post partum, un problema di grande rilevanza sociale, perché mina alle basi non solo la relazione precoce madre bambino, ma anche lo sviluppo successivo di quest’ultimo a livello cognitivo, affettivo, comportamentale e sociale (Righetti, Casadei, 2005).

Come si risponde a questo bisogno e quali sono le figure che possono farlo?

Se consideriamo che la salute mentale è stata definita dall’OMS non come la semplice “assenza di malattia”, ma come uno stato nel quale l’individuo riesce ad adattarsi ai cambiamenti di ogni giorno e ad affrontare le avversità, sviluppando un senso di benessere personale e relazionale, comprendiamo quanto sia fondamentale partire con il piede giusto. Diversi studi hanno infatti riconosciuto lo scambio diadico come elemento centrale di un’efficace relazione madre – bambino, mentre disturbi relazionali tra bambino e caregiver nelle fasi precoci dello sviluppo possono generare conseguenze a lungo termine nella capacità di apprendimento del bambino, nella competenza sociale e con gli altri significativi.  Questo è uno dei motivi per i quali l’intervento domiciliare potrebbe essere la risposta più efficace alle diverse situazioni di “fragilità” entro le quali può venire a trovarsi un neo-genitore. La cornice teorica a cui si fa riferimento in un programma di intervento domiciliare è quella di un modello Bio-Psico-Sociale, grazie al quale l’attenzione si sposta dalla cura alla prevenzione in un’ottica sistemica. In termini concreti tutto ciò si traduce in una presa in carico globale della persona e della sua famiglia, tenendo presente la rete sociale (formale e informale) in cui è inserita e facendosi carico di quelli che sono i suoi bisogni e le sue aspettative, aiutandola concretamente a rinforzare i suoi legami familiari e sociali.

L’equipe in un intervento di questo tipo dovrebbe avere il compito di fornire informazioni corrette sulla gravidanza, il parto e il post nascita, al fine di prevenire e sostenere forme di disagio e di identificare precocemente difficoltà specifiche. La possibilità di raggiungere tutte le famiglie a rischio attraverso un programma domiciliare si rivela fondamentale perché consente di strutturare degli interventi che si adattano ai tempi, ai modi e agli stili comunicativi delle famiglie, “cercando” le persone piuttosto che attenderle al conclamarsi di un disturbo nei servizi.

Il ruolo dello psicologo

La genitorialità assume, in questa fase evolutiva, un ruolo primario, pertanto si raccomanda che l’intervento psicologico sia focalizzato, prevalentemente, sulla funzione genitoriale. Il colloquio clinico dovrebbe quindi essere orientato ad un ascolto attivo per far emergere i reali bisogni, facendo spesso anche da filtro alle pressioni ambientali e culturali. L’obiettivo dovrebbe essere non solo quello di identificare fattori di rischio e di protezione ma soprattutto quello di restituire empowerment sulle capacità genitoriali, supportando la famiglia al riconoscimento delle proprie risorse e di quelle presenti nella comunità e sviluppando un capillare intervento di rete.

 

Riferimenti

Prezza M. ,“Aiutare i neo-genitori in difficoltà. L’intervento di sostegno domiciliare”, 2006.

Righetti P.L., Casadei D., “Sostegno psicologico in gravidanza”, 2005.

Tambelli R., Volpi B., “Family Home Visiting”, 2015.

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